La tragedia americanaTrump si ricandida alle presidenziali per oscurare le indagini sulle sue malefatte

L’ex presidente ha annunciato con grande anticipo la sua corsa per la Casa Bianca. Non è (solo) una mossa politica, ma uno stratagemma per rendere più difficile il lavoro del Dipartimento di Giustizia

AP/LaPresse

Tutto quel che ha detto Donald Trump da quando è sceso in politica è stato fazioso, volutamente aggressivo, demagogico. Nella notte tra martedì e mercoledì ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali del 2024, e anche questa volte le sue parole e le sue azioni sono puramente strumentali ai suoi interessi antidemocratici.

È ripartito il reality show della politica: Trump ha parlato per poco più di un’ora davanti a una folla di centinaia di sostenitori muniti di striscioni e cappellini e bandiere, ha criticato la presidenza Biden, ripreso i suoi soliti slogan, toccato alcuni dei temi che hanno fatto parte delle sue scorse campagne elettorali, cioè i migranti, la criminalità e la sicurezza nazionale. Ha perfino promesso l’eliminazione di ogni forma di voto anticipato e di tutte le macchine elettroniche: «Solo schede cartacee».

Le sue parole nascondevano il vero motivo dell’annuncio, cioè che si ricandida per coprire e complicare le indagini sulle sue malefatte, quelle che stanno minando la solidità della democrazia americana. L’ex presidente è sotto inchiesta, tra le altre cose, per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 e per aver portato via dalla Casa Bianca decine di scatoloni con documenti classificati e riservati, nonostante ne fosse richiesta la restituzione alle autorità.

Nella storia recente nessun candidato alla presidenza – che non fosse il presidente in carica – ha mai annunciato con così largo anticipo le sue intenzioni di correre per la Casa Bianca. Ma Trump userebbe qualsiasi arma per rallentare o bloccare le inchieste ai suoi danni, o comunque per poter accusare i procuratori di macchinare contro di lui per fermare la sua carriera politica.

Il procuratore generale Merrick Garland ha sempre detto che saranno le prove trovate, non la politica, a determinare il corso delle indagini. D’altro canto la campagna elettorale potrebbe complicare il processo decisionale al Dipartimento di Giustizia, dal momento che i funzionari del Dipartimento dovranno dimostrare di indagare semplicemente su una figura politica e di non portare avanti un’indagine politica (o politicizzata).

È esattamente quel che voleva l’ex presidente con il suo team legale: sta trascinando la battaglia legale nel fango, la sta portando su un terreno più ostico per provare a venderla agli elettori come una caccia alla streghe, dicendo che la giustizia lavora per distruggere il suo ritorno al potere. Secondo un consigliere di lunga data di Trump, che ha parlato al New York Times in condizione di anonimato, l’indagine sarebbe un elemento centrale dei suoi programmi per la raccolta fondi della campagna elettorale.

Sul piano politico, invece, l’annuncio della candidatura sembra il capriccio di chi sente di aver perso la presa su elettorato e partito.

Trump sta ignorando, o fingendo di ignorare, il messaggio delle elezioni di midterm, e cioè che molti Repubblicani lo ritengono il grande responsabile delle figuracce alle urne dei candidati a cui aveva dato l’endorsement – colpa soprattutto della sua folle ossessione per le accuse di brogli alle elezioni del 2020.

In un commento sul New York Times, Ross Douthat definisce la stessa candidatura un segno di debolezza: «Il tempismo provocatorio dell’annuncio di Donald Trump della sua candidatura alla presidenza nel 2024, arrivato dopo le recriminazioni Repubblicane per le loro delusioni alle elezioni di midterm, è un’ammissione di debolezza mal mascherata da dimostrazione di forza».

Uno dei motivi di questa fretta apparentemente illogica è quello di togliere attenzione e slancio al governatore della Florida Ron DeSantis, volto in ascesa del partito Repubblicano e probabile sfidante alle primarie. Anche la stampa che aveva sostenuto a lungo Trump durante i quattro anni di presidenza sembra aver cambiato casacca: Fox News e il New York Post non si sono risparmiati frecciatine e critiche avvelenate dopo la disfatta elettorale di martedì 8 novembre.

La verità è che le condizioni politiche che avevano permesso l’ascesa di Trump nel 2016 sembrano essere mutate o sparite. Sei anni fa il tycoon si presentava come un personaggio peculiare, unico in campo Repubblicano, una figura anti-establishment in un partito che non trovava rimedio alla scollatura tra rappresentanti e rappresentati.

Oggi molti leader del Grand Old Party si sono inseriti in quel solco, DeSantis compreso. E la differenza tra i due è evidente: uno viene da una figuraccia alle urne, è sotto inchiesta per aver attentato alla democrazia americana e il suo credito politico è ai minimi storici, l’altro governa uno Stato che gli ha appena rinnovato il mandato, è populista al punto giusto per attirare le attenzioni di media, alt-right e leader di partito, ha 44 anni e potrebbe essere più trumpiano di Trump stesso.

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