Prima e dopoLe conseguenze sul clima dell’esperimento Usa sulla fusione nucleare

Il risultato del Lawrence Livermore National Laboratory è un punto di svolta, ma non cambierà il futuro prossimo dell’energia. Nel lungo periodo (dal 2050 in poi), però, potrebbe rivelarsi la chiave della decarbonizzazione profonda della civiltà umana

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Per la prima volta, un esperimento di fusione nucleare ha prodotto più energia di quella che è stata consumata durante il processo. Dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, martedì 12 dicembre è arrivato l’annuncio ufficiale. Jennifer Granholm, segretaria statunitense all’Energia, in conferenza stampa a Washington ha detto che l’esperimento è riuscito a replicare «alcune condizioni che si trovano solo nelle stelle e nel sole». Una novità che «ci avvicina di un passo significativo alla possibilità di avere energia a emissioni zero di carbonio che alimenti la nostra società», ha aggiunto.

Quello ottenuto dal Lawrence Livermore National Laboratory, un laboratorio del governo americano in California, è un risultato storico senza mezzi termini, che avvicina l’umanità – anche se rimangono ostacoli enormi – a una tecnologia che promette elettricità abbondante, stabile, priva di anidride carbonica e anche povera di scorie radioattive. Gli scienziati la inseguono dagli anni Cinquanta, tra più insuccessi che festeggiamenti.

La fusione nucleare è la reazione che alimenta il Sole e le altre stelle. Rispetto alla fissione, il processo che si svolge nei reattori delle centrali in funzione nel mondo, funziona all’opposto: anziché spezzare i nuclei di atomi pesanti, genera energia unendo nuclei leggeri. Gli scarti della fusione, inoltre, hanno una bassa radioattività e decadono più rapidamente dei rifiuti tradizionali.

Sulla carta, insomma, la fusione nucleare è praticamente perfetta: non emette CO2 come il carbone e il gas, non dipende dal meteo come il solare e l’eolico e non produce tante scorie come la fissione. Stando ai celebratori più entusiasti, avrà un impatto rivoluzionario e permetterà di tirare fuori dalla povertà energetica milioni di persone nel mondo: un “piccolo sole” basterà a soddisfare il fabbisogno di una Nazione intera.

Nella realtà, però, le cose stanno diversamente. La fusione è innanzitutto complicata da mantenere stabile per lunghi periodi, date le altissime temperature (milioni di gradi Celsius) richieste dal processo di unione dei nuclei. Ed è poi difficile ottenere un “guadagno energetico netto”, cioè una quantità di energia superiore a quella consumata dai macchinari che innescano la reazione. Prima del Lawrence Livermore National Laboratory, nessuno c’era riuscito. La struttura invece ha ricavato 2,5 megajoule di energia contro i 2,1 megajoule spesi, dicono i dati provvisori riportati dal Financial Times, il centoventi per cento in più.

Nonostante lo straordinario traguardo raggiunto negli Stati Uniti, favorito da corposi investimenti pubblici e privati, la fusione nucleare è ancora lontana dall’utilizzo commerciale. E difficilmente si affermerà prima di qualche decennio almeno. Pur essendo stato superato lo scoglio del “net energy gain”, infatti, rimangono tante altre sfide ingegneristiche ed economiche: la scoperta scientifica da sola non basta; il procedimento va portato fuori dalla fase sperimentale e reso più efficiente, meno costoso e replicabile.

Come scrive il Washington Post, per ricreare su vasta scala le condizioni dell’esperimento riuscito – durante il quale è stato utilizzato uno dei laser più grandi al mondo per “bombardare” gli isotopi di idrogeno – serviranno risorse enormi. Bisognerà poi costruire apparecchiature migliori, capaci di resistere agli stress indotti dalla reazione senza rompersi. E sarà necessario realizzare dei macchinari in grado di convertire l’energia della fusione in elettricità adatta all’immissione in rete.

Insomma, prima di potersi affermare come un processo stabile per la generazione dell’energia elettrica, la fusione nucleare avrà bisogno di tutta una serie di tecnologie da perfezionare o ancora da inventare. È molto improbabile, dunque, che possa contribuire all’agenda climatica da oggi ai prossimi trent’anni. Del resto, le tecnologie utili alla riduzione immediata delle emissioni – le rinnovabili, le batterie, i combustibili sintetici, la cattura del carbonio, la fissione nucleare – sono già disponibili e provate, oppure si trovano a un livello di sviluppo più avanzato.

Il risultato del Lawrence Livermore National Laboratory è importantissimo, ma non cambierà il futuro prossimo dell’energia. La ricerca sulla fusione nucleare non deve fermarsi, però. Perché nel lungo periodo, dal 2050 in poi, quando tanti Paesi dovrebbero essere già arrivati alla neutralità carbonica, la fusione potrà essere un’alleata fondamentale per la decarbonizzazione profonda della civiltà umana.

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