Fuori stradaInvestire nelle rinnovabili conviene e crea lavoro, ma l’Italia va in un’altra direzione

Roma sembra avere le idee chiare sul gas, mentre sulle energie pulite ha fatto proposte generiche. Decarbonizzazione e diversificazione possono andare a braccetto, ma l’ago della bilancia deve pendere dal lato delle fonti pulite: in soli tre anni avremmo benefici economici, occupazionali e ambientali

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La Cop27 si è chiusa senza passi avanti dal punto di vista della riduzione delle emissioni. Nel testo finale, addirittura, si legge una frase in cui le rinnovabili vengono affiancate alle «energie a basse emissioni», termine utilizzato per lasciare una finestra aperta al gas naturale. Questo combustibile fossile, nonostante sia meno impattante sul Pianeta rispetto al petrolio e al carbone, rimane un elemento in grado di alterare il clima. E sta tornando pericolosamente in voga a causa della crisi energetica. 

Con gli obiettivi dell’accordo di Parigi sempre più complessi da raggiungere, il gas non può essere concepito come una soluzione prioritaria che toglie investimenti, tempo e attenzione mediatica alle energie pulite.

La realtà, però, punta in un’altra direzione: nel 2022, tra centrali elettriche o a carbone e terminali per l’esportazione del gas, nel mondo sono ripartiti circa ottanta progetti dedicati ai combustibili fossili. E secondo le previsioni di Rystad energy, nel 2024 gli investimenti in nuove infrastrutture per il gas toccheranno quota quarantadue miliardi: un incremento del cinquanta per cento rispetto al 2022.

Il messaggio che rischia di passare è: le fonti fossili sono soluzioni più rapide e meno costose nell’ottica di una mitigazione della crisi energetica. Invece è esattamente il contrario: la decarbonizzazione – l’abbandono graduale di tutto ciò che produce anidride carbonica – è più conveniente della diversificazione, che si riferisce all’utilizzo di più fonti energetiche, anche non pulite, per eliminare qualsiasi dipendenza. Investire nelle rinnovabili porta denaro e crea nuovi posti di lavoro, e i governi non possono più perdere tempo.

«Le due cose si possono fare in parallelo. La gestione di emergenze come questa può avvenire anche con i rigassificatori, che però devono essere dei palliativi momentanei. Dall’altro devono esserci investimenti pubblici più consistenti nelle rinnovabili», spiega a Linkiesta Livio De Santoli, professore di Energy management alla Sapienza di Roma e co-autore di un recente studio dedicato al rapporto tra decarbonizzazione e diversificazione energetica.  

Pubblicata sul Journal of cleaner production e ripresa da Nature, la ricerca ha preso l’Italia come case study in Europa. Un’Italia che, da una parte, ha genericamente ribadito di voler rispettare gli obiettivi comunitari dal punto di vista delle rinnovabili. Dall’altra, però, sta puntando molto sul gas, tra nuove concessioni per le trivellazioni nell’Adriatico e rigassificatori galleggianti. 

Utilizzando MATLAB Toolbox for EnergyPLAN, un potente software che elabora bilanci energetici, i ricercatori della Sapienza di Roma hanno ottenuto delle simulazioni per capire le strategie ideali per ridurre il consumo di gas in Italia nei prossimi anni. Il risultato è stata la creazione di più di duemila scenari, fondati su mix energetici, consumi e investimenti diversi: dal fotovoltaico residenziale agli impianti eolici, passando per l’idrogeno verde, le pompe di calore e il biometano.

Cosa dicono i risultati? Un investimento in rinnovabili del governo italiano pari a venti miliardi di euro annui ridurrebbe il consumo di gas (nazionale) di quasi quaranta terawattora. In uno scenario analogo, il costo di abbattimento – la cifra necessaria a produrre un’unità di energia con le rinnovabili piuttosto che con le fonti fossili – sarebbe di 45 euro al megawattora. La strategia ideale proposta dai ricercatori è la seguente: ottanta miliardi (dalle tasche dello Stato) di investimenti nei prossimi tre anni. 

Un impegno economico del genere, secondo lo studio, garantirebbe una riduzione di settantacinque terawattora annui del consumo di gas a un costo medio di circa settanta euro al megawattora. Una cifra ragionevole, considerando che i prezzi del gas hanno superato gli ottanta euro al megawattora nella scorsa primavera (con picchi superiori ai cento). 

«Tra eolico, fotovoltaico e pompe di calore, investendo ottanta miliardi nei prossimi tre anni riusciremmo a ridurre di un decimo il nostro consumo di gas, cioè un terzo di quello russo: con le trivelle non ce la faremmo mai. Tra l’altro, nessuno sa ancora quanti saranno gli investimenti effettivi nelle trivelle. Prima di costruire una nuova piattaforma, la concessione dice che bisogna dismettere quelle che non funzionano più: significa ripristinare gli ecosistemi così com’erano. Ciò richiederebbe tantissimi soldi e tantissimo tempo», sostiene il professor Livio De Santoli, che non si scorda di menzionare le comunità energetiche rinnovabili (ancora in attesa della pubblicazione del decreto attuativo): «Possono aiutare con tre o quattro gigawatt all’anno». 

«Ottanta miliardi è poi una cifra pessimistica, conservativa. Quei soldi possono anche diventare 30, quindi dieci miliardi all’anno. E l’Italia avrebbe le possibilità economiche per farcela. Oggi gli investimenti pubblici in energie verdi sono pochissimi, e arrivano a creare meno di due gigawatt di rinnovabili all’anno. La parte massiccia dell’impegno proviene dai privati, ma non possiamo andare avanti così. Non è troppo tardi: iniziamo a investire oggi, e fra tre anni avremo già un bel risultato», aggiunge il co-autore della ricerca. 

Quell’investimento di ottanta miliardi in tre anni in rinnovabili porterebbe con sé anche benefici ambientali e occupazionali. Secondo la ricerca, le emissioni annue di CO2 del sistema energetico italiano calerebbero di 21,5 megatonnellate. Ma, soprattutto, nascerebbero 640mila nuovi posti di lavoro temporanei (nelle fasi della produzione, costruzione e installazione degli impianti) e trentamila permanenti (nelle fasi di funzionamento, manutenzione e produzione). 

«Quei numeri compenserebbero la perdita di posti lavoro nell’industria fossile, anzi, sono tre volte di più. Queste posizioni lavorative possono poi essere riconvertite: nel piano industriale deve essere prevista la formazione e il reskilling per riconvertire i posti verso il nuovo modello energetico», dice De Santoli. Non a caso, stando a una ricerca Censis commissionata dall’Associazione italiana delle agenzie per il lavoro (Assosomm), tra le figure professionali più ricercate nel «prossimo futuro» spiccano l’esperto in design dei sistemi fotovoltaici e delle celle fotovoltaiche; il tecnico manifatturiero di scaldabagni solari; il designer delle turbine eoliche; il manager per le energie rinnovabili; il geometra ambientale; l’assicuratore ambientale; il geochimico. 

Lo studio finora approfondito è in linea con quanto mostrato da un position paper di The European House-Ambrosetti: puntando sulle rinnovabili e agendo su elettrificazione ed efficientamento energetico, l’Italia può raggiungere il 58,4 per cento di autonomia energetica, quasi triplicando i livelli attuali (22,5 per cento di energia prodotta sul nostro territorio e poi consumata). Secondo il professore della Sapienza, per crescere nelle rinnovabili «c’è bisogno di un processo industriale che tocchi tutta la filiera e di un know-how italiano ancora tutto da costruire. Oltre che persone capaci a livello governativo, con delle relazioni con il mondo».

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