Domande da porsiQuali sono le zone migliori (e peggiori) d’Italia per la costruzione di centrali nucleari

Dalla distanza dai centri abitati alla vicinanza alle coste o ai grandi fiumi: sono tanti gli indicatori da considerare. La “mappa” di Bonelli (che non era nulla di inedito) ha riaperto un tema che i politici pro-nucleare dovrebbero affrontare pubblicamente per dare maggior concretezza al dibattito

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Complici la crisi energetica e il caro bollette, quello del nucleare è diventato uno dei terreni su cui i partiti si stanno dando battaglia in vista del voto del 25 settembre. L’Unione europea, nel mese di luglio, ha inserito il gas e il nucleare nella lista degli investimenti «utili alla transizione» presenti nella tassonomia comunitaria, e da quel momento il dibattito (già aperto da diversi mesi) si è arricchito di dichiarazioni e proposte più o meno realistiche. 

L’Italia è l’unico membro del G7 a non utilizzare l’energia nucleare, che nel nostro Paese è stata sfruttata dal 1967 al 1990. Senza contare quelle in costruzione e non terminate, in Italia le centrali attive si trovavano a Latina, Sessa Aurunca (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli) e Caorso (Piacenza). I partiti favorevoli al ritorno dell’energia nucleare sono tutti quelli del centrodestra e il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda; a opporsi sono il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, l’alleanza Verdi-Sinistra Italiana e Unione popolare. +Europa, invece, vuole genericamente «rafforzare la ricerca e la cooperazione scientifica italiana per lo sviluppo di reattori a fusione nucleare», mentre non è ben chiara la posizione di Impegno Civico (anche se Luigi Di Maio, in passato, si era detto contrario). 

Gli indicatori da considerare per la costruzione di una centrale nucleare
L’ultimo capitolo delle discussioni da campagna elettorale sul nucleare è stato scritto il 31 agosto da Angelo Bonelli. Su Twitter, il co-portavoce di Europa verde ha pubblicato una mappa delle 14 centrali nucleari che centrodestra e Terzo Polo «realizzeranno con molta probabilità» in caso di vittoria il 25 settembre. L’ex presidente della Federazione dei verdi ha definito quel tweet una «operazione verità» per svelare un piano nucleare che costerà agli italiani oltre 280 miliardi di euro. Che quella mappa non fosse né inedita né segreta si è ormai abbondantemente capito. Basti pensare che, nel 2010, lo stesso Bonelli aveva mostrato una cartina identica durante una manifestazione contro il nucleare. In più, fonti dal centrodestra e dal Terzo Polo hanno parlato di fake news. 

«Cosa ho pensato quando ho visto quella mappa? Che è sempre la stessa. È sempre lo stesso balletto. È una mappa grossolana. In ogni pezzettino in cui si è individuata l’idoneità andrebbero fatti degli studi particolarizzati. Si tratta di preludio ad esami molto più dettagliati», spiega a Linkiesta il dottor Flavio Parozzi, che lavora da più di 30 anni nel campo dell’energia nucleare. Leading scientist di Ricerca sul sistema energetico (Rse), presidente di Cise2007 e consulente dell’Unione europea, è specializzato in sicurezza dei reattori nucleari ed è uno dei massimi esperti a livello internazionale sull’argomento.  

Fonte: @AngeloBonelli1 / Twitter

La mappa pubblicata da Bonelli è il “riassunto” di uno studio – che abbiamo visionato – pubblicato nel 1979 dall’allora Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen), che nel 1982 è diventato Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile). Si tratta di una sintesi di cinque cartine (molto più dettagliate, come potete vedere nell’esempio qui sotto) che indicavano le “zone di esclusione” per la costruzione di una centrale nucleare di grande potenza, sulla base di diversi indicatori: la vicinanza ai centri abitati, la sismicità e il rischio eruzioni vulcaniche, la presenza di grandi fiumi o di coste, la pendenza inferiore o superiore al 10%. 

Fonte: Comitato nazionale per l’energia nucleare (Courtesy of Flavio Parozzi)

14 centrali nucleari in Italia? Un numero non realistico
La pubblicazione sui social media di quella mappa ha avuto un effetto positivo. Indipendentemente dalla fattibilità o meno del ritorno all’energia atomica dopo più di trent’anni, abbiamo cominciato a parlare delle ipotetiche aree deputate alla costruzione di nuove centrali. Un tema finora (quasi) omesso dai leader politici pro-nucleare, che non hanno mai indicato le località precise in cui vorrebbero costruire nuovi impianti. E, no, Matteo Salvini che vorrebbe la prima centrale nella periferia di Milano non vale. 

Innanzitutto bisogna soffermarsi sul numero di centrali (14) presente nella grafica diffusa da Bonelli: «In Italia, al massimo, ne potrebbero costruire tre o quattro. Anche all’estero se ne fanno due o tre raggruppate. Non vale la pena farne così tante sparse qua e là. Non sono come gli impianti fotovoltaici ed eolici: costruire una centrale nucleare vuol dire mobilitare una zona molto vasta», dice Parozzi, che nel 2021 ha scritto un libro intitolato “Gli anni dell’atomo. Storia dell’industria elettronucleare in Italia” (Biblion edizioni).

La distanza dai centri abitati
La vera domanda da porsi, ci spiega l’esperto laureato al Politecnico di Milano, non è «dove non si possono costruire le centrali nucleari in Italia», bensì «dove si possono costruire». Uno dei criteri da tenere in considerazione, come anticipato in precedenza, è la vicinanza dell’impianto ai centri abitati. Per legge non esiste una distanza minima perché «è una scelta politica, non tecnica, per evitare che cittadini e amministrazioni insorgano per la paura di incidenti».

Ecco perché nella famosa mappa sopracitata non figurava nemmeno una centrale nucleare nelle zone centrali della Pianura Padana, che ha una densità demografica quasi doppia rispetto alla media nazionale. Poi ci sono Caorso (dove c’era già un impianto in esercizio dal 1981 al 1986) e Trino Vercellese (anche qui c’era un impianto in esercizio fino al 1987), che però si collocano verso le estremità della pianura. 

In realtà, aggiunge Parozzi, «gli impianti ipotizzati nei primi Anni 2000 erano di tipo francese o americano, che non prevedono un’area di evacuazione lontana dai centri abitati». Le centrali più recenti costruite in Europa – per esempio in Francia o in Finlandia – non hanno infatti zone di evacuazione perché sono progettate per far sì che, qualora si verificasse un incidente, non fuoriesca una quantità pericolosa di materiale radioattivo. 

Le centrali, l’acqua e la crisi idrica
Le grandi centrali nucleari hanno prima di tutto bisogno di acqua di raffreddamento: si può estrarre dai grossi fiumi nelle vicinanze o dal mare. In alternativa, è possibile immagazzinarla nelle torri di raffreddamento (quelle che emettono vapore, per intenderci): «Queste torri sono tipiche degli impianti lontani da importanti fonti di acqua, ma in Italia non ce n’è bisogno perché abbiamo chilometri e chilometri di costa. Se ci pensi, le centrali italiane per la produzione di energia sono tutte costruite lungo le coste per questioni di raffreddamento: è quello il luogo più conveniente dove costruirle», dice Parozzi, secondo cui gli unici due fiumi italiani adatti potrebbero essere il Po e qualche zona lungo il Ticino.

L’acqua è quindi cruciale per una centrale nucleare, e in un periodo di crisi idrica e caldo anomalo (effetti della crisi climatica causata dall’uomo) non possiamo permetterci di sottovalutare questo aspetto. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità. E qualità, nel caso del nucleare, significa un’acqua caratterizzata da una temperatura sufficientemente bassa da riuscire a raffreddare i reattori. Solitamente, l’acqua di raffreddamento viene reimmessa nei fiumi, ma solo dopo essere stata raffreddata nuovamente o riportata a temperatura idonea. L’acqua calda riversata nei corsi d’acqua, infatti, rischia di danneggiare il fiume e tutta la flora e la fauna locali. 

Quest’estate, per via della siccità e dell’acqua fluviale troppo calda, diverse centrali svizzere e francesi non sono riuscite a funzionare a pieno regime. Secondo l’Électricité de France, la produzione nucleare francese del 2022 è destinata a essere la più bassa negli ultimi decenni. 

La sismicità, la vicinanza ai punti di consumo e le vecchie centrali
Passando oltre, c’è la questione della sismicità: «L’Italia è quasi tutta sismica, quindi da quel punto di vista la location ideale sarebbe la Sardegna. Tuttavia l’isola non è ben collegata con la rete elettrica del resto d’Italia», afferma il dottor Parozzi, che con questa frase ha involontariamente introdotto un altro tema cruciale. Gli impianti, infatti, andrebbero costruiti vicino ai punti di consumo, altrimenti c’è rischio di dispersione di energia elettrica. Alla luce di ciò, secondo l’esperto, converrebbe realizzare eventuali nuove centrali «lungo la dorsale appenninica o nei pressi dei punti di consumo delle grandi industrie, ad esempio al sud».

Parozzi, però, è scettico in merito alla fattibilità di un’imminente ripresa del nucleare: «Anche se domani mattina, per qualche motivo imperscrutabile, tutti dovessero essere d’accordo sulla realizzazione di nuove centrali, per riuscire a connettere il primo impianto alla rete elettrica ci vorrebbero 10 o 15 anni. Sarebbe un investimento sulla rete elettrica del futuro». Il problema è che la crisi energetica è adesso: c’è l’urgenza di diversificare il fabbisogno energetico nel breve periodo. 

Intervenire sulle vecchie centrali nucleari italiane (dismesse ma ancora presenti) aiuterebbe a ridurre i tempi? La risposta è negativa, perché ora è come se fossero dei monumenti storici in stato di abbandono. «Al limite – sostiene Parozzi – si può usare lo stesso sito per costruirne una lì nei pressi, ma quelle erano centrali con tecnologie degli Anni ‘50 o ‘60. 20-25 anni fa si era ipotizzato di riattivare quelle di Caorso e Trino perché erano ancora in buono stato, ma non è successo nulla. Ora ormai è troppo tardi. Ipoteticamente, si farebbe prima a costruirne una nuova, con tecnologie più sicure e con una lunga vita davanti».