La battaglia del decennioLa guerra tecnologica tra Cina e Stati Uniti si gioca sui semiconduttori

Pechino ha stanziato 1,4 trilioni sulle industrie strategiche. Queste sovvenzioni nel giro di pochi anni potrebbero scombussolare il mercato mondiale producendo sotto costo e sconvolgendo la domanda di microchip

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In principio la chiamavano guerra commerciale. A distanza di qualche anno, è chiaro a tutti che si trattava di molto di più: il confronto tra Stati Uniti e Cina coinvolge anche la sfera geopolitica, diplomatica e strategica, talvolta ideologica. Il recente bilaterale tra Joe Biden e Xi Jinping a margine del summit del G20 di Bali ha riavviato il dialogo su una serie di dossier. C’è però un argomento, oltre a Taiwan, sul quale non sembra esserci trattativa: i semiconduttori.

Il mercato dei microchip è ormai ritenuto una priorità strategica da tutte le grandi potenze mondiali. La carenza riscontrata durante i primi due anni di pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno accelerato una tendenza che era cominciata già prima: il perseguimento dell’autosufficienza nella produzione dei circuiti integrati. Negli scorsi mesi, l’amministrazione di Joe Biden ha provato escludere sempre di più Pechino dalle «catene di approvvigionamento democratiche». Donald Trump aveva messo nella lista dei cattivi Huawei, impedendo l’esportazione di chip contenenti componentistica americana al colosso di Shenzhen nell’estate del 2020. Ma a ottobre Washington ha ampliato lo spettro d’applicazione delle restrizioni, che ora interessano anche gruppi cinesi come Smic, Ymtc e Cxmt. Le nuove disposizioni colpiscono anche i singoli cittadini americani che forniscono sostegno diretto o indiretto alle aziende cinesi. Negli scorsi giorni, sono state inserite nella lista nera altri nomi.

L’impatto sulla Cina e sulle sue politiche in materia di semiconduttori è già imponente. Pechino sta infatti lavorando a un pacchetto di sostegno di oltre 143 miliardi di dollari per la sua industria dei semiconduttori. Una risposta in grande stile al Chips and Science Act firmato da Biden che ha predisposto un pacchetto da 52 miliardi di dollari in incentivi federali alla produzione nazionale di circuiti integrati. Il piano di Pechino sarà uno dei più imponenti programmi di incentivi fiscali di sempre, sotto forma di sussidi e crediti d’imposta. Il via libera attuativo dovrebbe arrivare entro le due sessioni di marzo, l’appuntamento legislativo annuale della Repubblica Popolare.

La parola chiave che domina i pensieri di Xi Jinping è sempre quella: autosufficienza. L’obiettivo di limitare la dipendenza dall’esterno nel settore tecnologico non è inedito. Già il programma Made in China 2025 conteneva l’ambizione di aumentare le capacità produttive interne sul fronte tech, compiendo un passo decisivo per superare la vecchia concezione di Cina come fabbrica del mondo e di un’economia legata prettamente alle esportazioni. I passi avanti sono stati rapidi in diversi ambiti, a partire dallo sviluppo delle infrastrutture di rete 5G. Anche sulle terre rare, fondamentali per l’innovazione nel comparto automotive e non solo, Pechino ha un vantaggio strategico. Il punto debole è rappresentato proprio dai semiconduttori. La Cina produce internamente il 16 per cento del fabbisogno di microchip e gli obiettivi indicati sono ancora lontani.

Nel 2021, Pechino ha riorientato le attività dei grandi colossi digitali nel corso della vasta campagna di rettificazione del settore privato, portando giganti come Alibaba a occuparsi di semiconduttori. Xi ha citato l’obiettivo dell’autosufficienza in campo tecnologico nella sua relazione politica in apertura del XX Congresso del Partito. Xi e ha ribadito l’impegno a centralizzare la mobilitazione e l’allocazione delle risorse. Ci si può attendere il lancio di molteplici piani strategici e grandi progetti nelle aree ritenute cruciali, ai quali i grandi attori dell’industria saranno chiamati a dare il loro contributo. Già nel piano quinquennale 2021-2025, la Cina ha stanziato 1,4 trilioni sulle industrie strategiche, compresa quella dei semiconduttori. Il timore degli operatori è che in dieci anni, grazie alle sovvenzioni del governo, le aziende cinesi possano scombussolare il mercato mondiale producendo sotto costo e sconvolgendo la domanda.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, provano a ritardare l’ascesa cinese incentivando a loro volta la produzione autoctona e portandosi in casa i principali colossi mondiali del comparto di fabbricazione e assemblaggio. A partire dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che aprirà uno stabilimento in Arizona entro il 2024 nella quale produrrà microchip a 3 nanometri. Il colosso di Hsinchu conta da solo oltre il 50 per cento dello share globale della fabbricazione e assemblaggio dei semiconduttori. Una percentuale che sale al 65 per cento se si contano anche gli altri produttori taiwanesi e addirittura al 92 per cento della manifattura di chip più avanzati, quelli sotto i 10 nanometri. Lo scorso 6 dicembre Biden ha visitato il sito in cui si sta costruendo l’impianto della TSMC in Arizona e ha incassato dal fondatore Morris Chang la promessa di investimenti totali per circa 40 miliardi di dollari. Anche la sudcoreana Samsung, primo competitor della TSMC col 16 per cento del mercato, sta lavorando all’apertura di un impianto in Texas.

Contestualmente, gli Stati Uniti provano a tagliare il legame tra i produttori di chip asiatici e Pechino. Negli scorsi mesi ha lanciato la cosiddetta Chip 4, un’alleanza che mira appunto a recidere il cordone tecnologico tra il trio Taiwan-Corea del Sud-Giappone e la Cina continentale. Seul e Taipei, che hanno dati colossali di export di semiconduttori nella Repubblica Popolare, non sono entusiasti. «Il confronto geopolitico che sta distorcendo l’intero mercato», come ammesso nei giorni scorsi a un forum tenutosi a Taipei dall’amministratore delegato della TSMC, C.C. Wei.«La situazione ha distrutto tutta la produttività e l’efficienza portate dalla globalizzazione», ha aggiunto Wei. «Queste barriere compromettono seriamente i benefici di un’economia libera». Qualche tempo fa, il governo taiwanese ha dichiarato che «il decoupling è irrealistico».

Gli Stati Uniti hanno due leve dalla loro parte. La prima: sia Taiwan sia Corea del Sud hanno bisogno della tutela difensiva di Washington di fronte alle manovre di Pechino e Pyongyang. La seconda: nel settore dei semiconduttori non si può fare a meno della componentistica americana. Per questo, se saranno costrette a scegliere da che parte stare dovranno chiudere il rubinetto di microchip a Pechino. Un’avvisaglia è arrivata nei giorni scorsi, quando Taipei ha preannunciato una multa al suo colosso Foxconn (tra i principali fornitori di Apple) per la sua partecipazione indiretta in Tsinghua Unigroup, attore cruciale dello sviluppo dei semiconduttori della Repubblica Popolare.

Oltre all’Asia, nel mirino di Biden c’è anche la ASML, azienda dei Paesi Bassi che ha il monopolio sui macchinari per la litografia ultravioletta, processo cruciale per la realizzazione dei semiconduttori. Da mesi Washington cerca di impedire le esportazioni targate ASML verso la Cina. Qualche giorno fa, in un’intervista al media locale NRC Handelsblad, l’amministratore delegato dell’azienda Peter Wennink ha però opposto resistenza, ricordando che il governo olandese ha già limitato le esportazioni in Cina delle sue macchine più avanzate a partire dal 2019. Il messaggio è chiaro: «Non uccideteci tutto il business».

Ma Pechino sa che il mercato dei semiconduttori è ritenuto strategico e le pressioni politiche stanno già condizionando le sue dinamiche. Ecco perché sta cercando di guadagnare più tempo possibile importando tecnologia in modo massiccio investendo nel frattempo su risorse e talenti locali nel tentativo di coprire il gas nel più breve tempo possibile. E su questo va registrata l’ammissione che fa a Linkiesta Lee Seungsuk, ricercatore della divisione economica del Korea Economic Research Institute (finanziato dal governo di Seul): «La competitività tecnologica e la posizione di leadership della Corea nell’industria dei semiconduttori si sono un po’ indebolite negli ultimi anni a causa dell’intensificarsi della concorrenza globale», dice Lee. «Si stima che il divario tecnologico tra Corea e Cina nel settore dei semiconduttori di memoria sia di 5 anni e che si stia riducendo a 2-3 anni». Meno di mille giorni.

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