Contro il caos globale La storia si è rimessa in moto (e indietro non si torna)

L’attualità di un dibattito di trent’anni fa e la magnifica lezione civile che negli ultimi mesi ci hanno impartito gli ucraini e gli iraniani. Vediamo, adesso, di non disattenderla

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

Otto anni fa ho curato un libro intitolato “Non si può tornare indietro” che mi ha fatto vivere un piccolo momento Fukuyama, dal nome del saggista americano che scrisse prima un articolo “La fine della storia?”, nella versione pubblicata dal magazine National Interest con un punto di domanda finale, e poi, con lo stesso titolo ma questa volta più apodittico senza punto di domanda, un libro che gli ha riservato una grande notorietà globale ma anche un indelebile marchio di analista esageratamente ottimista.

La tesi di Fukuyama, o perlomeno quella che gli è stata attribuita, nasceva dalla caduta del Muro di Berlino e dall’archiviazione dell’impero comunista nella spazzatura della storia. A quel punto, sosteneva Fukuyama, la vittoria della democrazia liberale poteva essere finalmente dichiarata. Nessuno avrebbe potuto fermare il progresso e la libertà. Era fatta. La storia era finita. Questa idea rosea della storia è stata il collante ideologico che negli anni successivi, l’articolo è del 1989 e il libro del 1992, ha convinto i giovani leader occidentali, soprattutto quelli di sinistra, dell’ineluttabilità di un futuro democratico, globale e liberale per tutti.

Più o meno contemporaneamente, un altro professore americano decisamente più scettico, Samuel P. Huntington, ha scritto un altrettanto celebre saggio in risposta allo studio di Fukuyama. Il libro di Huntington si intitola “Lo scontro delle civiltà”.

Gli eventi degli anni successivi, dall’11 settembre fino agli scontri tra autocrazie e democrazie di oggi, hanno dimostrato che Huntington aveva ragione, ma in realtà Fukuyama non aveva torto.

Lo scontro delle civiltà era inevitabile, tanto più che era saltato il tappo sovietico che le aveva contenute nel sangue, ma la generazione di intellettuali e di politici che aveva partecipato e assistito all’entusiasmante crollo di una visione criminale della società non poteva più accettare l’ineluttabilità del male, anche perché quando si è girata dall’altra parte, a Srebrenica e in Ruanda, le conseguenze e il peso morale dell’assistere alle carneficine sono diventate insopportabili per il mondo occidentale.

Nel 1993 si è iniziata ad accarezzare l’idea – probabilmente ingenua, ma eticamente doverosa – che si potesse davvero raddrizzare il legno storto dell’umanità.

L’esito infausto delle campagne politiche militari contro i regimi totalitari in Afghanistan, Iraq e Libia e il fallimento (con l’esclusione del Marocco) delle cosiddette “primavere arabe” hanno fatto cambiare idea al mondo occidentale per oltre un decennio, e non è servita nemmeno la catastrofe umanitaria in Siria dove, al contrario che in Afghanistan, in Iraq e in Libia, il mondo libero si è invece girato dall’altra parte di fronte alle catastrofi umanitarie consentendo ad altre potenze autoritarie, in primis la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, di gonfiare il petto, di colmare il vuoto e di intervenire senza tanti complimenti, naturalmente a modo loro.

Così come è stato consentito (sia da Barack Obama sia da Donald Trump) alla Cina di estendere le sue mire imperialiste in Asia e in Africa, fino ai pericolosi tentativi di allargamento all’Europa e all’Italia populista di Giuseppe Conte.

Negli stessi anni, il movimento democratico globale ha subìto arretramenti più o meno ovunque, a cominciare dall’America centro-meridionale, fino ad arrivare a mettere in discussione le fondamenta della più antica democrazia del mondo che soltanto due anni fa ha dovuto affrontare un attacco interno alla sua istituzione legislativa, il Congresso, agitata dal presidente in carica che non voleva accettare l’esito democratico delle urne.

Altro che non siamo tornati indietro, dal 2015 a oggi. Prima la Brexit, poi la vittoria di Trump con l’aiutino di Putin, la prevalenza della politica che non tiene conto dei dati di fatto (post truth politics), l’ingegnerizzazione delle fake news, il no al referendum costituzionale e la caduta del più influente governo liberal progressista della storia italiana recente, la pianificata diffusione del caos globale (leggete il formidabile libro “Il Mago del Cremlino” di Giuliano da Empoli per avere una contezza anche letteraria di come sia successo). E poi l’ascesa dei populisti al governo e la crescita dell’estrema destra, alleati indiretti per indebolire le società occidentali.

Siamo tornati inesorabilmente indietro, dunque, ma, dopo averle provate tutte, compresa la pandemia globale, non si può dire che tutto sia perduto. Sta succedendo qualcosa di nuovo, si avverte una reazione potente, il declino non è inevitabile ma, come sempre, una scelta precisa. Basta non volerlo e rendersi conto che è necessario impegnarsi per superarlo.

La gestione del Covid da parte dei regimi autoritari e dei governi populisti è stata disastrosa e ha dimostrato che non è vero che le democrazie liberali sono più deboli e meno attrezzate a gestire situazioni complesse per le quali si pensava che il pugno di ferro fosse decisivo. L’antidoto al virus, poi, è stato trovato a tempo di record dai sistemi liberi, a fronte di un clamoroso fallimento dei vaccini cinesi e russi.

In America, Trump e il trumpismo sono stati ridimensionati. In Francia Emmanuel Macron ha tenuto la barra dritta. In Italia i populisti più populisti, provati al governo, hanno dimezzato i voti e ora ne stiamo provando altri di vecchio conio.

I segnali di ripresa ci sono. Ma la scossa ce l’hanno data prima il popolo ucraino e poi quello iraniano, quei valorosi cittadini di due Paesi che Putin e gli ayatollah hanno scelto di trasformare in colonia e in carcere, non tenendo conto che la forza della libertà è più forte di qualsiasi imperialismo e di qualunque turbante. I giovani ucraini e i giovani iraniani sognano di vivere liberi come noi. Ce lo hanno spiegato nel 2022, e ora noi non possiamo tornare indietro. Vediamo di aiutarli ancora nel 2023, l’anno in cui la storia si rimette in moto.

Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da mercoledì 28 dicembre. E ordinabile qui.