Il potere dell’uomoLa preziosa lezione dietro la probabile chiusura del buco dell’ozono

Entro il 2040 l’ozonosfera dovrebbe tornare ai livelli del 1980. Il merito è anche degli sforzi della comunità internazionale, che nel 1987 agì (davvero) come un’unica entità per risolvere un problema comune. Un’iniezione di fiducia da non prendere sottogamba in vista dei prossimi anni di lotta alla crisi climatica

Unsplash

Negli anni Ottanta e Novanta veniva quasi trattato come la più grave minaccia alla sopravvivenza umana, poi la sua presenza nel dibattito pubblico e scientifico si è sempre più indebolita, fino a scomparire. Parliamo della riduzione dello spessore dell’ozonosfera, ossia quella regione della stratosfera terrestre che trattiene le componenti più nocive dei raggi UV. Senza questa “patina” protettiva, l’uomo è maggiormente esposto a tumori alla pelle, danni al Dna e disturbi di efficienza immunitaria. Ma i problemi investono anche le piante (la fotosintesi clorofilliana rischia di essere compromessa), le coltivazioni e diversi ecosistemi acquatici e terrestri. 

Ma nei giorni scorsi, quasi come un fulmine a ciel sereno, arriva il consueto report quadriennale delle Nazioni unite a riportare in auge l’argomento: entro il 2040 il buco dell’ozono tornerà ai livelli del 1980. Per l’Artico e l’Antartide bisognerà rispettivamente attendere il 2045 e il 2066, anno in cui le ferite dell’ozonosfera dovrebbero completamente rimarginarsi. Nel 2020, dopo un 2019 in cui pareva quasi scomparso, si erano aperte delle voragini sopra i Poli, ma il trend rimane positivo e incoraggiante. 

Queste previsioni probabilistiche sono rilevanti in termini climatici e ambientali. Il motivo? Siamo giunti a questo punto grazie (e non per colpa) delle attività dell’uomo: secondo l’Onu, abbiamo ridotto il novantanove per cento delle sostanze responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono, in gran parte contenute nelle bombolette spray o nei sistemi di refrigerazione. Tra il 1986 e il 2018 il consumo globale di sostanze che riducono l’ozonosfera è diminuito del 98,5 per cento. 

Tutto è partito nel 1987, anno della firma del protocollo di Montreal, finalizzato alla graduale eliminazione delle componenti chimiche dannose per l’ozonosfera: «Quella mostrata dall’Onu è una buona notizia perché dimostra che le azioni umane hanno avuto degli effetti. Il trend è in miglioramento. Questo dimostra che, quando ci si mette d’accordo in tutto il mondo, i risultati alla fine arrivano», spiega a Linkiesta Antonello Pasini, fisico del cambiamento climatico presso l’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). 

Il protocollo di Montreal, approvato come integrazione della Convenzione per la protezione dello strato di ozono del 1985, è stato il primo trattato a riunire tutti i Paesi del mondo. Nonostante sia stato firmato in modo rocambolesco e quasi frettoloso, è ancora oggi considerato uno dei più grandi successi internazionali dal punto di vista della difesa dell’ambiente. 

Area massima del buco dell’ozono (Fonte: Agenzia europea dell’ambiente)

«A Montreal si erano messi al bando i cosiddetti clorofluorocarburi, ma sono stati presto sostituiti dagli idrofluorocarburi. Questi ultimi hanno però un potere riscaldante molto forte, e in un successivo emendamento sono stati vietati anche quelli». Insomma, la risoluzione del problema ha avuto origine nelle aule dei potenti, e questa è una lezione preziosa che dovrebbe farci riflettere sull’importanza delle conferenze come la Cop27

Riscaldamento globale e buco dell’ozono sono due problemi diversi, ma con punti di contatto da non sottovalutare. Esistono infatti dei gas che rischiano di aggravare entrambi i fenomeni, e la distruzione dell’ozono può impattare in maniera indiretta sull’aumento delle temperature medie della Terra (ormai arrivate a +1,2°C rispetto ai livelli pre-industriali). In più, come avevamo spiegato in questo articolo, nell’emisfero australe il buco dell’ozono ha influenzato il clima e le correnti atmosferiche, causando incendi e siccità.

In natura tutto è collegato e nulla è lasciato al caso, nonostante sia fondamentale saper distinguere le questioni: «Quello della riduzione dell’ozonosfera è un problema più semplice, risolvibile a livello industriale mettendo al bando determinate sostanze. Il riscaldamento globale è un problema molto più ampio e legato al nostro sistema produttivo. Ci sono più interessi in ballo e gli effetti sono più gravi e pervasivi», sottolinea Antonello Pasini.

«La scienza si è spostata su altri problemi. Quello del buco dell’ozono è stato identificato e i risultati iniziano a vedersi. E anche l’opinione pubblica sta acquisendo consapevolezza. Ormai si sa: la riduzione dell’ozonosfera è problematica per via della mancata protezione dai raggi solari», aggiunge il fisico del Cnr, secondo cui è ancora necessaria una certa prudenza. La totale rimarginazione del buco dell’ozono non dipende solo dal raggiungimento dei target climatici, ma anche da fenomeni che non possiamo controllare. 

«Non bisogna guardare il singolo anno perché dipende molto anche dalla variabilità climatica. Negli anni in cui il vortice polare del Polo Sud è molto forte e viene confinata l’aria fredda nella stratosfera, abbiamo uno scenario in cui – anche a causa delle nubi stratosferiche – viene distrutto più ozono. Invece, nei periodi in cui il vortice polare al Polo Sud è più debole – e quindi l’aria fredda scende verso il continente sudamericano – l’aria si rimescola con una concentrazione di ozono che alle medie latitudini è più alta. E quindi questo strato è più protetto», dice Pasini. 

Tutto ciò è frutto della variabilità climatica e non delle attività antropiche. La rimarginazione del buco dell’ozono è in atto, ma potrebbe essere minacciata dai fattori appena illustrati. La tendenza, però, non cambia: il problema ha assunto una dimensione diversa rispetto a venti o trent’anni fa. E il merito è anche, e soprattutto, della volontà umana e della solidarietà tra Stati alle prese con le medesime preoccupazioni. Un’iniezione di fiducia da non prendere sottogamba in vista dei prossimi, decisivi anni di lotta alla crisi climatica.