Transizione alla pechineseLa Cina di Xi Jinping ha deciso di puntare sulle rinnovabili

Il carbone rappresenta una soluzione a breve termine per affrontare l’enorme sfida della sicurezza energetica, ma le tecnologie a basse emissioni di carbonio restano il pilastro centrale della strategia industriale del Paese

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

Mentre dopo la Cop di Sharm el Sheik proseguono le discussioni sul clima globale e il mondo affronta una grave crisi energetica che colpisce ciascun paese in modo diverso, molti temono che l’interesse della Cina per le questioni climatiche stia svanendo. Tuttavia, sebbene la Cina si trovi di fronte a grandi sfide per la sicurezza energetica e il carbone sia divenuto una soluzione a breve termine, il progresso tecnologico e la rapida espansione industriale delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici godono di un nuovo slancio. In quanto pilastro centrale della strategia industriale cinese, la tecnologia a basse emissioni di carbonio continuerà a trasformare l’economia della nazione proiettandola verso una direzione più pulita, contribuendo in ultima analisi a risolvere proprio quei problemi legati alla sicurezza energetica che attualmente sono in primo piano.

Al 20° Congresso del Partito da poco concluso, il presidente Xi Jinping si è aggiudicato per la prima volta nella storia (e come previsto) un terzo mandato e si è assicurato che i ranghi più alti del Partito fossero riservati ai lealisti. Il testo del suo discorso rifletteva una visione del mondo mutata ed evidenziava i rischi di instabilità globale a carico della Cina, nonché le nuove sfide e i nuovi pericoli per l’economia cinese. Alla COP27 egiziana gli osservatori del clima hanno notato che la partnership tra Cina e Stati Uniti, punto di origine dell’accordo sul clima di Parigi, è oggi a un nuovo minimo: la Cina viene meno alla cooperazione sul clima come rappresaglia per la presunta mancanza dello Speaker della Camera Nancy Pelosi durante la visita della scorsa estate a Taiwan.

Sulla scena energetica globale, la Cina dipende pesantemente dalle importazioni energetiche di petrolio e gas. A livello nazionale, in poco più di un anno la Cina ha subito due gravi interruzioni di corrente: una volta a causa di stranezze nella progettazione del mercato energetico locale e un’altra quest’estate a causa della siccità e delle ondate di calore legate ai cambiamenti climatici. Il carbone è ampiamente visto come una risposta a breve termine a tali problemi: secondo il linguaggio utilizzato dai massimi leader, in quanto combustibile prodotto a livello nazionale il carbone può fungere da “ancora di salvezza” per mantenere stabile la nave economica della Cina in balia di mari turbolenti.

Riassumendo: le preoccupazioni all’estero sul tema della sicurezza e il rinnovato impiego di carbone in patria segnano la fine, o almeno una pausa, negli ambiziosi piani della Cina per raggiungere la cosiddetta “carbon neutrality”? La protezione del clima e dell’ambiente nello specifico sono stati tra i punti salienti del 20° Congresso del Partito – e per una buona ragione: la Cina considera giustamente questi ambiti come aree in cui lo stato ha svolto un ruolo positivo nel guidare un’importante trasformazione tecnologica con benefici per l’ambiente cinese e per il mondo intero.

La corsa delle rinnovvabili
Per quanto riguarda le energie rinnovabili, la Cina è stata a lungo il più grande produttore di energia idroelettrica, eolica e solare fotovoltaica. Anche di fronte alle preoccupazioni sulla loro variabilità, l’accumulo di energia eolica e solare in Cina è in fase di accelerazione: l’anno scorso sono stati aggiunti oltre 100 GW di energia eolica e solare, molto più di quanto ottenuto da qualsiasi altro paese. Di fatto, il 40 percento della nuova energia solare immessa a livello globale nel 2021 proviene dalla Cina. L’obiettivo dichiarato dal paese per il 2030 per quanto riguarda l’eolico e il solare è di un totale di 1.200 GW, una cifra sorprendente che supera di gran lunga la capacità di generazione elettrica totale dell’Europa odierna. Eppure, non vi è alcun dubbio che la Cina supererà facilmente questo obiettivo: alla fine del 2020 disponeva di oltre 500 GW di energia prodotta da queste fonti e i piani quinquennali provinciali in materia intendono aggiungere oltre 850 GW entro il 2025.

Se l’espansione provinciale di energia eolica e solare continua su questa strada, entro il 2030 la Cina finirebbe per disporre di oltre 2.000 GW di energia prodotta in questo modo. Sebbene queste due fonti di energia pulita rappresentino poco più del 12 percento dell’elettricità prodotta nel 2021, raggiungere quattro volte tanto tale quota porrebbe la Cina ben oltre quanto fissato dalla Tsinghua University per essere sulla buona strada con i modelli di carbon neutrality di metà secolo – almeno per quanto riguarda la trasformazione del settore energetico.

La trasformazione industriale nazionale
Nel settore dei trasporti la storia è simile: la Cina ha il mercato automobilistico più grande del mondo e dipende fortemente dal petrolio importato. Ad oggi è il più grande paese importatore di petrolio al mondo, con quote che rappresentano oltre il 75 percento del consumo, e tuttavia anch’essa sta adottando veicoli elettrici a un ritmo senza precedenti. A livello globale, con oltre 1 milione di vendite annue per tre anni consecutivi, la Cina era leader nelle vendite di veicoli elettrici già nel 2020 nonostante rappresentassero solo il 5 percento delle automobili vendute quell’anno. Lo scorso anno la quota è salita al 15 percento; quest’anno, nonostante le interruzioni della catena di fornitura legate al Covid, è probabile che la quota di veicoli elettrici raggiunga il 25 percento, con oltre 7 milioni di veicoli elettrici venduti, pari a quasi i due terzi del relativo mercato globale. Se si osserva la situazione su base mensile, già a settembre le autovetture elettriche rappresentavano oltre il 30 percento di veicoli venduti.

Ma a cosa è dovuta questa incredibile crescita? La risposta sta nella trasformazione industriale nazionale. Le case automobilistiche cinesi, comprese le start-up, si sono dimostrate in grado di aumentare rapidamente la capacità di produzione di veicoli elettrici e di batterie. Per quanto i sussidi e gli obiettivi dell’amministrazione centrale abbiano in qualche modo contribuito (e di fatto la Cina ha da poco prorogato i sussidi per i veicoli elettrici fino alla fine del 2023), il ruolo svolto da questi ultimi è minore; piuttosto, i produttori nazionali sono ansiosi di immettere sul mercato veicoli elettrici allettanti nell’intento di soddisfare i desideri di una platea di acquirenti di autovetture in rapida evoluzione, che predilige le ultime offerte nazionali altamente tecnologiche a modelli importati più pesanti.

Le case automobilistiche stanno rispondendo alla chiamata sfornando più veicoli elettrici di fascia media, come quelli di Xpeng e BYD. Mentre in precedenza la Cina aveva mostrato di produrre veicoli elettrici di fascia alta e bassa secondo un “modello a bilanciere”, oggi il mercato sta assistendo ad opzioni in grado di attrarre acquirenti interessati solo a un’automobile normale e a buon prezzo; molte di queste opzioni sono di fatto esportate in Europa e in altri mercati. Sono ben oltre 10 milioni i veicoli elettrici cinesi su strada, comunque solo una piccola parte della flotta di veicoli del paese, e le autovetture rappresentano solo circa un quarto del consumo di petrolio da parte della Cina.

La storia odierna dei veicoli elettrici in Cina produrrà vantaggi a lungo termine che necessitano di tempo per accumularsi: l’aumento della produzione di veicoli elettrici e di batterie nel paese comporta delle implicazioni nell’adozione di veicoli elettrici in ogni campo a livello globale, come nel caso di camion e autobus. Nell’arco di dieci anni la flotta di automobili e di camion cinesi potrebbe essere sulla buona strada per la piena elettrificazione, mentre l’Asia in via di sviluppo sarà attraversata in lungo e in largo da veicoli cinesi. In parole povere, è probabile che la crescita “a mazza da hockey” nella produzione di veicoli elettrici in Cina contribuisca ad operare una rivoluzione globale nel campo. In tutta onestà, le energie rinnovabili e i veicoli elettrici sono solo una parte della risposta alla sfida posta dal cambiamento climatico: per decarbonizzare il vasto settore industriale cinese, che comprende acciaio, cemento, vetro o prodotti petrolchimici, serviranno dei cambiamenti che sono difficili da immaginare oggi.

L’integrazione dell’energia rinnovabile richiederà di modificare i mercati sulla base di aggiustamenti istituzionali anziché del solo incremento della produzione e degli investimenti. Le nuove centrali a carbone sorte per far fronte alle attuali carenze di energia rimarranno in funzione per decenni, richiedendo potenzialmente costosi retrofit per la cattura del carbonio, e nessuno sa come tali costi saranno pagati o se la tecnologia sarà sviluppata appieno in tempo. Da ultimo, l’adozione di energia pulita richiederà minerali e materiali che attualmente scarseggiano e ciò potrebbe dare vita a un grave collo di bottiglia a livello globale.

L’esempio cinese
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, l’aumento della produzione cinese e il suo impegno per la tecnologia a basse emissioni di carbonio come strategia di sviluppo industriale comportano grandi vantaggi tanto per il paese quanto per il mondo. La tecnologia dell’energia pulita trasformerà alla fine i settori dell’energia e dei trasporti della Cina, contribuendo a migliorare la qualità dell’aria urbana, a ridurre le emissioni di carbonio e, infine, a diminuire la dipendenza del paese dalle vulnerabili importazioni di petrolio e gas. Anche in un mondo in cui altri paesi si preoccupano del potenziale dominio della Cina sulle nuove tecnologie energetiche, il suo esempio mostra che esse sono economicamente valide e realistiche sia per i paesi in via di sviluppo sia per le economie avanzate e che possono espandersi più rapidamente di quanto si immaginasse solo pochi anni fa.

Anche sulla scena globale, gli eventi della COP27 hanno suggerito alla Cina di continuare a considerare le proprie politiche climatiche quale parte del proprio operato diplomatico, in particolare nei confronti della fetta del mondo in via di sviluppo. In un annuncio a sorpresa, il capo-negoziatore sul clima Xie Zhenhua ha annunciato che il paese contribuirà in maniera del tutto volontaria al fondo perdite e danni destinato ai paesi più poveri colpiti dai cambiamenti climatici. Inoltre, la Cina ha annunciato un nuovo piano d’azione per il controllo del metano, che faceva parte della precedente cooperazione Usa-Cina che quest’ultima ha ufficialmente sospeso in estate. Quali conclusioni dovremmo trarre sull’impegno della Cina nella mitigazione dei cambiamenti climatici mentre questo 2022 volge al termine?

Innanzitutto, per quanto le preoccupazioni per la sicurezza energetica siano di primaria importanza, il cambiamento climatico rimane una priorità assoluta. In secondo luogo, dal momento che la politica climatica è in linea con importanti obiettivi di sviluppo industriale e tecnologico, è improbabile che ciò cambi anche di fronte alla continua creazione di nuove centrali a carbone. In terzo luogo, la Cina rimarrà attiva sul fronte diplomatico indipendentemente dallo stato delle relazioni con gli USA. Pertanto, sulla scia del 20° Congresso del Partito, gli impegni climatici assunti dalla Cina possono essere accolti con un cauto ottimismo.

Anders Hove dall’ottobre 2022 fa parte del Programma di ricerca sull’energia cinese dell’Oxford Institute for energy Studies (OIES). In precedenza, è stato direttore del progetto sino-tedesco di transizione energetica presso GIZ, un’impresa federale tedesca che fornisce servizi nel campo della cooperazione internazionale allo sviluppo. Ha lavorato a Pechino dal 2010 al 2022.

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