Meno burocrazia, più energia (pulita)Il piano della Commissione per creare una industria green d’Europa

Ursula von der Leyen ha anticipato a Davos un’iniziativa legislativa per promuovere le aziende a basso impatto ambientale. La risposta europea al maxi piano di sussidi di Biden

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Si chiama «Green Deal Industrial Plan» e nelle intenzioni dei suoi promotori renderà l’Europa la casa dell’industria a ridotto impatto ambientale, salvando posti di lavoro e contribuendo in maniera significativa agli obiettivi climatici dell’Ue. Il piano ambizioso dell’esecutivo comunitario è stato annunciato dalla presidente Ursula von der Leyen al World Economic Forum di Davos e rappresenta la risposta europea all’Inflation Reduction Act, il programma di sussidi statali da 433 miliardi di dollari con cui il presidente statunitense Joe Biden vuole sovvenzionare le aziende che producono sul proprio territorio.

La parte più significativa di questa strategia, che prevede quattro direttrici, è il Net-Zero Industry Act, un’iniziativa legislativa volta a sostenere la cosiddetta industria «clean tech». Il settore comprende tutti i processi produttivi che riducono l’impatto ambientale negativo sul territorio in cui avvengono, tramite una migliore efficienza energetica, un uso più sostenibile delle risorse a disposizione o l’adozione di contromisure di protezione ambientale: secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia varrà 650 miliardi di dollari all’anno nel 2030, il triplo della quotazione attuale.

Le aziende che opereranno secondo i canoni dell’«industria pulita» saranno sostenute dall’Ue, come ha spiegato von der Leyen e il Net-Zero Industry Act seguirà le tracce del recente Chips Act, il pacchetto legislativo pensato per promuovere la produzione dei semiconduttori in Europa, con l’identificazione di obiettivi per ogni settore e il sostegno a «progetti strategici».

La chiave sarà però la semplificazione dei processi di autorizzazione per i nuovi impianti di produzione, ha sottolineato la presidente. 

Accanto a questa spinta ci sarà il finanziamento dei «Progetti importanti di comune interesse», per cui il processo di sovvenzione dovrà essere più semplice e rapido, e una nuova iniziativa legislativa sull’estrazione delle terre rare: il «Critical Raw Materials Act», fondamentale, visto che l’Unione dipende per il 98% dalla Cina per l’approvvigionamento di questi materiali.

Altri punti importanti del «Green Deal Industrial Plan» sono il supporto allo sviluppo delle competenze nel settore delle nuove tecnologie e un’ambiziosa agenda di accordi commerciali, che sfrutti al meglio i vantaggi delle partnership di lungo corso (come quelle con Canada e Regno Unito) e di quelle ancora da concretizzare (Messico, Cile, Nuova Zelanda, India, Indonesia e Paesi del Sudamerica).

Il nodo degli aiuti di Stato
Servono però massicci sussidi pubblici per rendere i Paesi dell’Unione attraenti agli occhi delle aziende almeno tanto quanto gli Stati Uniti. La Commissione lo sa ed è già al lavoro per modificare le sue regole sugli aiuti di Stato, in modo da ottenere calcoli più facili, procedure più semplici e approvazioni più rapide. La strada suggerita da von der Leyen a Davos sono le esenzioni fiscali, che offrirebbero una prospettiva più allettante agli investitori rispetto a un singolo finanziamento iniziale.

Ma la stessa presidente ha sottolineato come gli aiuti da parte dei governi nazionali siano una soluzione solo parziale, soprattutto perché limitata a quegli Stati membri in grado di fornirli su larga scala. 

Il rischio è infatti che i Paesi con maggiori capacità foraggino la propria industria in modo considerevolmente superiore agli altri, pratica che si tradurrebbe di fatto in uno scenario di concorrenza sleale all’interno dell’Unione. Oppure, che un allentamento sui vincoli europei agli aiuti di Stato produca una «corsa ai sussidi» ugualmente deleteria. 

Sei Paesi dell’Ue (Danimarca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia e Svezia) hanno già segnalato questa possibilità in una lettera inviata alla Commissione, che sembra molto consapevole della posta in gioco.

La commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager lo ha infatti evidenziato, spiegando ai ministri dei 27 Stati membri che Francia e Germania da sole hanno mobilitato il 77% dei 672 miliardi di aiuti di Stato approvati nell’ambito dell’attuale Temporary Crisis Framework, il regime speciale di regole allentate previsto per fronteggiare le conseguenze economiche della guerra in Ucraina. 

Il prolungamento di questa «eccezione temporanea», o qualsiasi altra modifica al sistema con cui la Commissione deve approvare gli aiuti di Stato, per assicurarsi che non danneggino la concorrenza interna, deve essere sviluppata con cautela. Pena la «frammentazione» del mercato unico, pilastro irrinunciabile dell’integrazione europea. Entro la fine dell’anno è prevista anche la creazione di uno strumento comune europeo per finanziare l’industria (European Sovereignty Fund), i cui contorni sono però ancora molto oscuri: Ursula von der Leyen ha detto che sarà allestito grazie a una revisione del bilancio dell’Ue, ma non ha saputo indicare alcuna cifra né fissare scadenze temporali.

E per non vedere gli investimenti privati dirottati oltreoceano serve fare presto: la commissaria Vestager si aspetta suggerimenti dai governi nazionali entro il 25 gennaio, così da procedere rapidamente a una serie di proposte sul tema, che potrebbero essere già discusse nel prossimo Consiglio europeo a febbraio. Non c’è tempo da perdere, per salvare la  competitività delle aziende e il Green Deal europeo.