Cospito continua la protestaPer Gherardo Colombo, la linea dura dello Stato rischia di creare un martire

«Le persone non possono essere lasciate morire. Lo Stato deve avere questo principio come fondamento di ogni azione», dice l’ex pm. L’anarchico, ha specificato Nordio, resta al 41 bis. Lui prosegue lo sciopero della fame con l’obiettivo di eliminare il carcere duro

L’anarchico Alfredo Cospito è stato trasferito nel carcere di Opera a Milano: in quello di Bancali, Sassari, rischiava la vita dopo gli oltre 40 chili persi per lo sciopero della fame contro il regime di 41 bis. «La tutela della salute di ogni detenuto costituisce un’assoluta priorità», ha motivato il trasferimento il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Ma Cospito resta al 41 bis: nel comunicato diffuso dopo il consiglio dei ministri che ha affrontato l’argomento, si spiega che «per la parte di propria competenza» Nordio «ritiene di non revocare il regime di cui all’articolo 41 bis». Dall’altro lato, l’anarchico insiste per il digiuno con l’obiettivo di eliminare il regime carcerario che rende impermeabili i contatti con l’esterno dei detenuti per mafia e terrorismo. E il suo medico sulla Stampa dice che se lo sciopero della fame non viene interrotto, il detenuto rischia di morire.

La decisione del trasferimento di Cospito, per l’ex pm Gherardo Colombo, andava presa prima. «Il digiuno si protrae da oltre cento giorni. Ma è fondamentale che sia stata assunta questa decisione per provvedere alle cure necessarie», dice a Repubblica.

Colombo, contrario al carcere duro, è tra coloro che avevano sottoscritto l’appello per la revoca del 41bis a Cospito. «Parto dalla convinzione che l’articolo 41 bis sia incostituzionale. Sia per come è strutturato, sia per come è applicato», spiega il magistrato. «La misura, che non a caso viene chiamata dai media carcere “duro”, si trova in contrasto con il dettato della Carta. La quale, all’articolo 27, sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e all’articolo 13 punisce ogni forma di violenza fisica e psicologica nei confronti delle persone, la cui libertà sia limitata».

Colombo spiega che «la forza dello Stato sta nell’osservare le sue regole, la prima delle quali è il rispetto della dignità, e quindi dei diritti fondamentali delle persone. Ancora una volta dobbiamo ricordare che la salute è tutelata dalla Costituzione: senza limiti o condizioni». E alla violenza non si può rispondere con la violenza: «Anche perché, in questo modo, si rischierebbe di creare un martire». «Le persone non possono essere lasciate morire. Lo Stato deve avere questo principio come fondamento di ogni azione».

Colombo è scettico sull’idea dello Stato che non può piegarsi ai ricatti. «Vorrei ricordare che la linea della fermezza ha portato all’assassinio di Aldo Moro», dice. «E dopo la sua uccisione, tante altre vittime ha fatto il terrorismo. Abbiamo il dovere di prendere dal passato quel che ci aiuta ad assumere decisioni nel presente». Per l’ex pm il nodo principale risiede «nell’ostinazione, da parte delle istituzioni, a evitare finora di preoccuparsi della salute di Cospito. Ovviamente i media hanno dato alla vicenda il risalto dovuto e questo ha contribuito alla commissione di violenze comunque inaccettabili».

In ogni caso, aggiunge, «gli strumenti per evitare gli aspetti incostituzionali dell’articolo 41 bis, tutelando comunque la sicurezza della collettività, ci sono: vale per Cospito e per qualsiasi altra persona detenuta considerata pericolosa». Ad esempio: «Non sarebbe meglio, invece di vietare fotografie oltre certe dimensioni appese ai muri della cella, incrementare l’uso di determinati dispositivi? Ad esempio: la tecnologia che aiuta a interpretare le conversazioni in sede di colloquio. Magari con la collaborazione di tecnici del linguaggio, appositamente formati; oppure attraverso l’interpretazione delle espressioni e dei gesti da parte di esperti di questo tipo di comunicazione».

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