Via d’uscitaLa democrazia ha bisogno di qualcosa che la salvi: e se fossero proprio i sentimenti?

La storica polacca Karolina Wigura spiega che secondo lei è giunto il momento in cui i liberali devono iniziare a far ricorso alle emozioni come fanno da anni i populisti. Ma questa volta in modo virtuoso

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Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 ordinabile qui.
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La storica e giornalista polacca Karolina Wigura fa una prognosi molto severa per il futuro della democrazia liberale così come la conosciamo: sarà spazzata via dall’Occidente se i politici non infonderanno nella loro proposta molta più emozione. Di primo acchito tutto ciò sembra contraddire l’immagine stereotipata dei politici come persone fredde e calcolatrici, che hanno poca considerazione dei sentimenti degli altri. Ma Wigura ha studiato il modo in cui i politici populisti fanno leva sui sentimenti e sulle emozioni degli elettori per vincere le elezioni.

Nel 2015, dopo l’affermazione nelle elezioni polacche del partito populista di destra Legge e giustizia, Wigura è stata invitata al St. Antony’s College dell’Università di Oxford per dirigere, insieme con Jarosław Kuisz, un programma di ricerca comparativa sulla Polonia. Il programma si sarebbe svolto dal 2016 al 2018 e questo periodo ha coinciso con il trionfo del populismo in due grandi democrazie occidentali: nel Regno Unito, con il referendum per lasciare l’Unione europea del 2016, e negli Stati Uniti, con l’elezione di Donald J. Trump.

Così, la sua ricerca è diventata molto più comparativa e lei è diventata un’opinionista per vari media sui temi del populismo e della democrazia illiberale. Oggi la politica delle emozioni rimane il suo principale campo di studio. Wigura ha appena concluso un anno di ricerche su questo argomento alla Robert Bosch Academy di Berlino e in novembre ha iniziato un altro progetto di ricerca alla Freie Universität della capitale tedesca. Inoltre, è nel board della fondazione che sovrintende alla pubblicazione di uno dei più importanti settimanali polacchi, Kultura Liberalna. In un’intervista, Wigura ha discusso delle minacce a cui è sottoposta la democrazia liberale e del modo in cui le emozioni possono aiutarci a mantenerla in vita.

In anni recenti il mondo occidentale ha assistito a un attacco alla democrazia liberale come forma di governo. Come mai quelli che dopo la Seconda guerra mondiale sono stati per decenni i suoi principi guida sono ora finiti sotto attacco?
Penso che questo abbia a che fare con la nostra storia. Dopo il 1945, la democrazia liberale è stata un sistema che non aveva alternative, dal momento che in Europa il ricordo dei due regimi totalitari – la Germania nazista e la Russia stalinista – era ancora fresco. Ma, con il succedersi delle generazioni, la memoria si sta appannando. Ora i cittadini si stanno chiedendo se la democrazia liberale sia davvero il sistema che può fare gli interessi delle persone comuni. L’altra ragione per la quale la democrazia liberale è finita sotto attacco risiede nelle crisi degli ultimi dieci o vent’anni: la crisi dell’euro, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia, l’aggressione russa. E mentre i democratici liberali scontavano ovvie difficoltà nel far fronte a queste cose, i populisti proclamavano di essere loro quelli che sarebbero stati capaci di affrontare queste sfide. Ed è così che è partita l’onda del populismo illiberale.

Joe Biden ha sostituito Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e Boris Johnson si è dimesso dalla carica di primo ministro del Regno Unito. I politici populisti non hanno preso una specie di batosta?
Non ne sarei così sicura, perché i problemi più importanti che erano connessi con l’ascesa del populismo non sono ancora stati risolti. In vista delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, Donald Trump rimane un vero pericolo. E la stessa cosa potrebbe accadere nel Regno Unito. I problemi di carattere emotivo che sono connessi con la velocità con cui cambia il mondo nel quale viviamo non sono ancora stati risolti.

Ma la paura non è un incredibile combustibile per il populismo e non è un’emozione pericolosa se viene messa in mano ai politici?
La paura in politica non è per forza un qualcosa di negativo. Come disse chiaramente il grande filosofo Thomas Hobbes, non c’è niente di sbagliato nella paura in politica. Dipende tutto da quale sia il tipo di paura di cui stiamo parlando. Dopo la Seconda guerra mondiale, la democrazia liberale e l’idea di un’Europa unita affondavano le loro radici nella paura del passato e delle atrocità della guerra. Si trattava di un tipo di paura che aveva un effetto positivo, univa le persone e le portava a concentrarsi su certi valori. Il problema è che, con il succedersi delle generazioni, quella paura è evaporata e i politici liberali hanno perso contatto con la sfera emozionale della politica, concentrandosi solo sui suoi vecchi aspetti razionalistici. Quando la paura evapora lascia un certo vuoto e quel vuoto è stato riempito da un’altra paura, quella che è emersa in Polonia nel 2015 e negli Stati Uniti e in Inghilterra nel 2016 e che si è poi ulteriormente esacerbata a causa della pandemia e della guerra in Ucraina. E quella paura era la paura del futuro. Quale sarà la situazione economica? Che tipo di vita vivremo? Che cosa ne sarà dei nostri figli? Che cosa accadrà con il clima? Sopravviveremo come specie? E così via. I populisti hanno iniziato ad articolare queste paure, parlando di come il mondo sarebbe finito. Oggi i politici sono molto più consapevoli dello spettro emozionale della politica. Durante i dibattiti per la leadership dei conservatori inglesi gli sfidanti hanno tenuto conto delle paure e delle emozioni. Hanno imparato la lezione. E così ha fatto anche Joe Biden che, durante la campagna elettorale ma anche nei primi mesi della sua presidenza, ha fatto spesso ricorso alle emozioni.

E non c’è un pericolo nel fatto che i politici giochino con le emozioni delle persone?
Abbiamo buone ragioni per essere scettici rispetto alle emozioni, perché l’intero xx secolo è stato una grande lezione sulla manipolazione dell’odio. Ma io credo davvero che si possa trarre qualcosa di meglio da tutto questo. I rapidissimi cambiamenti a cui le persone sono state sottoposte hanno portato un senso di perdita, che le ha fatte sentire vulnerabili e ha dato loro la sensazione di non avere, di fatto, il controllo sulle loro stesse vite. La paura e l’odio non sono le sole emozioni che possono essere generate dalla sensazione di aver perso qualcosa, che può anche generare amore per la comunità, compassione e tolleranza. I sentimenti in politica sono soltanto un contenitore e questo contenitore deve essere riempito con dei valori. La democrazia liberale fornisce valori. Io credo che se facciamo appello ai sentimenti e allo stesso tempo teniamo conto dei valori allora è possibile trovare una nuova formula per la democrazia liberale.

Quindi lei sta dicendo che la democrazia liberale deve essere molto più empatica e vicina alle persone e meno tecnocratica e razionalistica?
Proprio così. Questa connessione con i valori è molto importante.

Qual è la sua valutazione dell’attuale situazione della Polonia?
Nella mia parte di mondo e nel mio Paese, la Polonia, stiamo sempre più spesso osservando regimi ibridi. In questa regione la democrazia liberale sta cambiando molto e anche la guerra in Ucraina ha influenzato la situazione. Al governo polacco piacerebbe davvero molto continuare le sue politiche isolazioniste nei confronti dell’Unione europea e della democrazia liberale, ma la Polonia non può davvero farlo. Abbiamo quattro milioni di rifugiati ucraini, nuovi rifugiati, e semplicemente non possiamo fare a meno dei fondi legati alla pandemia erogati dall’Unione europea. Per questo Varsavia tenterà probabilmente di soddisfare, almeno in parte, le aspettative dell’Unione europea. Certe volte giochiamo secondo le regole. Certe altre volte non lo facciamo.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND FARAH NAYERI

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