Il grande esperimentoAlla democrazia farebbe bene un giro al parco

Il politologo Yascha Mounk spiega perché le nostre società non hanno saputo gestire l’immigrazione. E come possono ridiventare un modello di grande successo

Unsplash

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 ordinabile qui.
——————————————

Yascha Mounk è un esperto della crisi della democrazia liberale e della crescita del populismo. Ha scritto quattro libri che sono stati tradotti in più di dieci lingue. È associate professor di Practice of International Affairs alla Johns Hopkins University, contributing editor dell’Atlantic, senior fellow del Council on Foreign Relations. Ha fondato Persuasion, che è una rivista online e una comunità intellettuale. Produce il podcast “The Good Fight”. Il suo ultimo libro è “Il grande esperimento” (pubblicato in traduzione italiana da Feltrinelli). Mounk è intervenuto all’Athens Democracy Forum, organizzato in collaborazione con il New York Times.

Che cos’è che ha reso così fragili le democrazie?
Quello che gli Stati Uniti e molte altre democrazie stanno sperimentando non ha precedenti. Molte democrazie sono state storicamente abbastanza monoetniche e monoculturali e la gran parte dei loro cittadini condividevano radici culturali comuni. E altre avevano delle chiare gerarchie etniche o religiose che permettevano a un gruppo di dominare sugli altri. Non ci sono molti precedenti di democrazie con una grande diversificazione al loro interno e che trattano tutti i cittadini alla stessa maniera.

Perché pensa che le diversità siano pericolose per le democrazie?
Ci sono tre ragioni fondamentali per le quali è una cosa difficile far funzionare una democrazia che sia diversificata al suo interno. Gli uomini tendono a “fare gruppo”: sono rapidi nel formare dei gruppi e ancora più rapidi a favorire chi fa parte del proprio gruppo. Ad esempio, quando chiedo ai miei studenti se un hot dog è un panino, quelli che pensano che lo sia iniziano rapidamente a discriminare chi pensa che non lo sia. In secondo luogo, sappiamo dalla storia dell’umanità che certe distinzioni fra gruppi contengono un potenziale di conflitto particolarmente alto. Alcuni dei più violenti e terribili conflitti della storia hanno visto scontrarsi gli uni contro gli altri diversi gruppi etnici, religiosi, razziali o nazionali – e questa probabilmente non è una coincidenza. La terza difficoltà ha a che fare con i basilari meccanismi della democrazia. In una monarchia, le dimensioni del gruppo di cui fai parte non sono rilevanti. Nessuno di noi ha potere, fintanto che ci affidiamo entrambi al monarca. Non importa se tu hai più figli di me. In democrazia, invece, c’è sempre bisogno di cercare una maggioranza. E se io faccio parte di un gruppo etnico o religioso che era maggioranza e ora vedo che il tuo gruppo sta crescendo più rapidamente del mio, posso cominciare ad aver paura che perderò il potere e altri vantaggi. Come possiamo osservare nella vita politica di molte democrazie, oggi quella paura è un fattore molto motivante per un sacco di persone.

Lei sostiene che molte società sviluppate – in particolare in Europa – siano incappate in questo “esperimento” quando hanno cominciato a invitare o ad attrarre lavoratori stranieri e rifugiati. Anche se questo non è stato un esperimento pianificato, pensa che questi Paesi avrebbero potuto o avrebbero dovuto essere più veloci nel comprendere quali fossero le conseguenze della diversificazione?
Quando ho usato per la prima volta la parola “esperimento” in un’intervista in diretta alle televisione tedesca, una parte della destra estrema ha sostenuto che io stessi ammettendo una cospirazione. Dicevano: ecco la prova che questo professore di Harvard (insegnavo lì, in quel periodo) e Angela Merkel (che era allora la cancelliera) stanno facendo esperimenti con il popolo tedesco! Consideravano quello che avevo detto come una prova della loro teoria complottistica sulla “grande sostituzione etnica”. Ma la verità è che la gran parte dei Paesi non sono diventati diversificati come risultato di scelte consapevoli e volontarie di chi li governava. In Germania, il grande aumento dell’immigrazione è stato il risultato del miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta e della evidente necessità di incrementare il numero di lavoratori nelle fabbriche. Negli Stati Uniti, invece, è connesso alle riforme delle leggi sull’immigrazione negli anni Sessanta, riforme che, secondo il presidente Lyndon B. Johnson, non avrebbero cambiato la composizione etnica del Paese. Ma il fatto che ci fosse una carenza di lungimiranza e di programmazione ha fatto sì che in molte di queste società si sia a lungo attivato un meccanismo di negazione. I politici tedeschi avrebbero continuato a ripetere «Non siamo un Paese di immigrazione» quando ormai questa affermazione non era più vera da un pezzo. E ai discendenti dei “lavoratori ospiti” turchi fu negato per molti decenni l’accesso alla cittadinanza. Tutto questo ha reso più complicato costruire quel senso condiviso di appartenenza di cui abbiamo bisogno per far funzionare delle democrazie che sono diversificate a loro interno.

Una delle conseguenze dell’immigrazione è la crescita di un’aggressiva estrema destra nazionalista, ad esempio in Svezia, in Francia e negli Stati Uniti. Pensa che queste forze di destra avrebbero avuto analogo successo se non ci fosse il tema dell’immigrazione?
In realtà, noi vediamo che l’estrema destra ha grande successo anche in alcuni Paesi in cui l’immigrazione è molto minore, come il Brasile o l’Ungheria. Quindi la risposta non è ovvia. Ma sembra proprio che rapidi cambiamenti demografici suscitino profonde paure che sono facilmente sfruttate dai populisti di estrema destra. Quindi credo con convinzione che in Europa e negli Stati Uniti i cambiamenti demografici degli ultimi decenni abbiano reso più agevole l’aumento di potere dei populisti.

Pensa che i grandi partiti tradizionali o quelli della sinistra liberale avessero compreso le conseguenze politiche della gestione dell’immigrazione? Ci sarebbe stato un modo in cui avrebbero potuto diluire la capacità attrattiva delle forze di estrema destra?
È difficile generalizzare, perché la situazione varia notevolmente da un posto all’altro. Ma ci sono tre cose che in molti Paesi i politici di centro-sinistra e di centro-destra avrebbero probabilmente potuto fare meglio. In primo luogo avrebbero dovuto preparare i cittadini ai rapidi cambiamenti che li aspettavano – e agire preventivamente, dicendo con chiarezza che le democrazie diversificate al loro interno, nonostante le reali difficoltà che devono affrontare, possono essere un successo. In secondo luogo, io penso che ci sia una differenza determinante tra il modo in cui le persone valutano il controllo sull’immigrazione e il modo in cui essi valutano le dimensioni dell’immigrazione. I cittadini vogliono essere sicuri che il loro governo sia in grado di controllare chi entra nel Paese. Ma, una volta che sono sicuri di questo, allora molti di loro riconoscono il contributo dato dagli immigrati alle loro comunità e diventano più aperti anche in caso di livelli di immigrazione abbastanza alti. In terzo luogo, i politici, e specialmente quelli di centro-sinistra, dovrebbero aver compreso la necessità di una forma di patriottismo inclusivo. Le democrazie diversificate al loro interno possono funzionare soltanto quando i loro cittadini condividono un senso di solidarietà e di buona volontà reciproca.

Lei parla del fatto che un patriottismo culturale e civico possa essere una forza unificante. Dov’è che ha funzionato? La celebrazione del lutto nazionale per la morte della regina Elisabetta può esserne forse un esempio?
Io non voglio individuare un singolo Paese. Nessun Paese ha una soluzione perfetta. Ma ci sono alcuni Paesi che hanno proceduto abbastanza nello sviluppo di un sano patriottismo civico e culturale. Direi che la Gran Bretagna, il Canada e gli Stati Uniti riconoscono che persone che hanno origini e religioni differenti possano sentirsi tutte altrettanto orgogliose della cultura nazionale che condividono. Degli studi condotti negli Stati Uniti, ad esempio, indicano che gli immigrati sono mediamente più patriottici e più ottimisti sul futuro di quanto lo siano i cittadini nati su suolo americano.

Lei propone più di una metafora per descrivere come le società diversificate al loro interno tentino di riconciliare i loro diversi elementi per formare un tutt’uno collettivo. Ha parlato di melting pot, di salad bowl e di public park. Può descrivere brevemente questi concetti e dirci perché lei preferisce il public park?
Con il modello del melting pot (crogiolo, calderone, ndr) tutti finiranno alla fine per assomigliare agli altri; ma è un modello che chiede alle persone di abbandonare una quota eccessiva delle proprie origini culturali. Il modello della salad bowl (insalatiera, ndr) immagina una società in cui diversi gruppi vivono gli uni accanto agli altri, intersecandosi raramente e osservandosi reciprocamente a distanza. Ma questo è pericoloso perché non consente lo sviluppo di un sufficiente sentimento di solidarietà tra i cittadini di gruppi diversi. Ed è per questo che io preferisco il modello del public park (parco pubblico, ndr). In un parco le persone possono stare per i fatti loro, senza dover interagire con gli estranei. Ma possono anche conoscere nuove persone e interagire con loro. Ma un parco in cui ognuno viene zittito da qualcun altro è molto triste. Perché le democrazie diversificate al loro interno possano funzionare abbiamo anche bisogno di molte persone che escano e costruiscano ponti tra le persone che appartengono a gruppi differenti.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND CELESTINE BOHLEN

Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da mercoledì 23 novembre. E ordinabile qui.