Le sanzioni non bastanoIl sostegno complicato dell’Ue alle proteste in Iran

Bisogna fare di più che condanne e risoluzioni nei confronti di Teheran: il prossimo passo potrebbe essere l’inclusione delle Guardie della rivoluzione islamica nella lista europea delle organizzazioni terroristiche

Una protesta pro Iran fuori dal Parlamento europeo di Strasburgo
AP Photo/Jean-Francois Badias

«Siamo con voi», dice Roberta Metsola alla folla assiepata fuori dal Parlamento di Strasburgo, che in una giornata di pioggia di gennaio sventola decine di bandiere iraniane senza il simbolo della Repubblica islamica. La presidente del Parlamento europeo assicura il supporto a chi, nel Paese mediorientale e fuori dai suoi confini, protesta contro il regime di Teheran.

Condanne e sanzioni
È solo una delle tante manifestazioni pubbliche di supporto e delle ferme condanne che gli esponenti politici dell’Unione Europea hanno indirizzato verso Teheran, da quando sono scoppiate le proteste per la morte della ventiduenne curda Mahsa Amini: la repressione che è seguita ha portato, secondo le stime delle organizzazioni non governative, a oltre diciottomila arresti e almeno cinquecento morti.

L’ultima è arrivata dal commissario europeo alla Giustizia Didier Reynders, che di fronte alla sessione plenaria dell’Eurocamera ha stigmatizzato l’uccisione di Alireza Akbari, ex vice ministro alla Difesa e cittadino britannico, condannato a morte con l’accusa di aver danneggiato la sicurezza nazionale.

L’Unione europea e i suoi Stati membri hanno convocato a più riprese i rispettivi ambasciatori iraniani, chiedendo di fermare la repressione. Il Parlamento europeo ha dedicato due dibattiti al tema, chiedendo nella sua prima risoluzione a ottobre un’indagine imparziale sulla morte di Amini e il rilascio immediato dei manifestanti, ed esprimendo la propria solidarietà al movimento di protesta allora composto perlopiù da donne.

Poi ha alzato la voce, rompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran, in seguito alle controsanzioni imposte da Teheran ad alcuni suoi membri. Ma la moral suasion europea non ha praticamente sortito effetti.

In termini più concreti, finora l’Ue ha adottato una serie di misure restrittive in risposta alle «gravi violazioni dei diritti umani» perpetrate in Iran. Si tratta in realtà di un «aggiornamento» di sanzioni già in vigore dal 2011, che prevedono il congelamento dei beni e il divieto di visto per determinate persone, oltre al divieto di esportazione verso l’Iran di attrezzature che possano essere utilizzate per la repressione interna o la sorveglianza.

Dall’inizio delle proteste, l’Ue ha allargato la lista, aggiungendo sessanta persone ed entità. Tra le figure sanzionate, ci sono i quattro membri della squadra che ha arrestato Mahsa Amini, i capi provinciali delle forze dell’ordine iraniane e delle Guardie della rivoluzione islamica, il generale Kiyumars Heidari, comandante delle forze di terra dell’esercito di Teheran, Vahid Mohammad Naser Majid, capo della polizia informatica iraniana e pure il ministro dell’Interno Ahmad Vahidi, in quanto responsabile ultimo delle forze di polizia che hanno commesso le violazioni.

Nell’elenco attuale risultano quindi ora un totale di centoventisei persone e undici entità, tra cui l’emittente televisiva di Stato iraniana Press TV, giudicata responsabile della produzione e trasmissione di confessioni estorte a detenuti.

Ma si può fare molto di più per Hannah Neumann, eurodeputata tedesca del gruppo Verdi/Alleanza libera per l’Europa, che in aula ha pure criticato l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri Josep Borrell per la sua assenza al dibattito.

«Bisognerebbe includere nelle sanzioni le figure apicali della Repubblica Islamica, come il presidente Ebrahim Raisi e l’Ayatollah Ali Khamenei». Per Neumann l’Unione dovrebbe anche essere più attiva sui tavoli internazionali, portando il tema all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e chiedendo una «missione conoscitiva» nel Paese.

Guardie della rivoluzione nel mirino
Nella lista delle sanzioni non compaiono nemmeno le Guardie della Rivoluzione Islamica, il corpo militare creato poco dopo la presa del potere di Ruhollah Khomeyni del 1979, che segnò la nascita dell’attuale regime nel Paese.

Proprio questa milizia, considerata una delle istituzioni più potenti della Repubblica Islamica, è al centro di un dibattito a livello europeo. C’è chi vorrebbe definirla un’«organizzazione terroristica» come hanno fatto gli Stati Uniti nel 2019: è il punto forse più controverso dell’ultima risoluzione del Parlamento europeo sulle misure da intraprendere.

Secondo quanto appreso da Linkiesta se ne discuterà già lunedì nel Consiglio europeo degli Affari Esteri. «Vi assicuro che tutte le opzioni sono sul tavolo», ha detto il commissario Reynders, che ha parlato a Strasburgo a nome di Borrell. Ma sarebbe una decisione forte, forse non priva di conseguenze.

Perché in gioco c’è anche l’accordo sul nucleare iraniano, il cosiddetto «Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa)». L’Alto rappresentante Borrell è il coordinatore dei faticosi negoziati per ristabilire l’intesa raggiunta nel 2015 e poi ricusata dagli Stati Uniti nel 2018: Teheran deve rinunciare al suo uranio arricchito in cambio della fine delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la proliferazione nucleare.

I rapporti fra la Repubblica Islamica e le capitali occidentali sono al momento ai minimi termini e ogni ulteriore misura restrittiva potrebbe essere percepita come un’escalation dal regime. «Ma in ogni caso le trattative sono già in stallo. E lo scorso agosto le autorità iraniane hanno ritirato la richiesta di rimuovere le Guardie dalla lista delle organizzazioni terroristiche statunitense», fa notare Hannah Neumann. «Sembra un segnale che definendole come tali non c’è un alto rischio di compromettere il dialogo».

L’Iran, secondo l’eurodeputata, ha poi fatto da parte sua parecchi passi rischiosi nell’ambito della trattativa, arrestando e ora persino giustiziando cittadini dei Paesi firmatari del Jcpoa. Ma anche continuando ad arricchire il suo uranio e reprimendo in maniera brutale le proteste. Non avrebbe senso, quindi, rinunciare a un «segnale importante» per paura della contromossa di Teheran. Con i regimi autoritari è sempre difficile scendere a compromessi.