La solitudine dei sovranistiIl governo Meloni snobba il Forum di Davos e isola ancora di più l’Italia

Nonostante gli slogan sulla difesa dell’interesse nazionale, la presidente del Consiglio diserta uno degli appuntamenti internazionali più importanti dell’anno per capire come far ripartire l’economia

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Al Forum internazionale di Davos l’Italia quest’anno ha mandato Giuseppe Valditara, ministro dell’istruzione e del merito, persona di cultura che però ha poca dimestichezza con le tematiche dell’appuntamento che ogni anno si affrontano tra le montagne care a Thomas Mann. L’anno scorso, per dire, c’erano quattro ministri del governo Draghi: Daniele Franco (economia), Roberto Cingolani (transizione ecologica), Vittorio Colao (innovazione tecnologica) e Enrico Giovannini (infrastrutture): tutta gente che sapeva di cosa si parlava. 

In passato parteciparono a Davos anche presidenti del Consiglio (ultimo, il neofita Giuseppe Conte immortalato in quella occasione con Jair Bolsonaro). Invece Giorgia Meloni ha declinato l’invito, Giancarlo Giorgetti ha addotto inderogabili impegni, ma almeno Gilberto Pichetto Fratin poteva andarci (bene invece per l’immagine del Paese che Matteo Salvini abbia evitato), e dunque tocca a Valditara.

In un certo senso c’era da aspettarselo. La destra italiana, sovranista e soi disant allergica ai poteri forti, ostile alla globalizzazione e – diciamo noi – alla modernità, persino alla contemporaneità, ha sempre detestato gli appuntamenti come Davos, dove in effetti s’incontra, come disse anni fa Meloni, «il gotha mondialista»: vade retro, Satana. 

Il populismo di destra della presidente del Consiglio però cozza, contrariamente ai suoi slogan, contro l’interesse nazionale, che è quello di stare dentro un nuovo paradigma che preveda una crescita mondiale dell’economia rispettosa dell’ambiente e più equa grazie all’impiego di strumenti come l’intelligenza artificiale, le nuove frontiere della scienza e della medicina, l’energia pulita, le nuove pratiche del lavoro. Mentre qui discutiamo di accise e di Pos, il mondo s’interroga su quella che è stata chiamata una «nuova rivoluzione industriale». 

Quello che Meloni fatica a capire è che la destra è uscita dalla sua età dell’innocenza e adesso governa. Non attacca più i manifesti contro americani e sovietici ma sta a palazzo Chigi. Questa è una insuperabile ragione per essere presenti laddove si discutono le grandi questioni del pianeta. 

D’altronde Davos non è esattamente un ricettacolo di affaristi. Ieri vi ha tenuto un discorso molto importante Ursula von der Leyen, e in questi giorni saranno presenti tra gli altri il cancelliere tedesco Olaf Sholz, mentre la segretaria al Tesoro americana Janet Yellen incontrerà il vicepremier cinese Liu He, che interverrà in seduta plenaria, oltre a esserci decine e decine di imprenditori di tutto il mondo, insomma un consesso che non risolverà i problemi del pianeta ma che almeno proverà a metterli a fuoco. 

Almeno nelle intenzioni, dopo la pandemia, il Forum di Davis 2023 vuole affrontare il nodo di come far ripartire l’economia mondiale non tra dieci anni ma adesso, e seguendo alcune coordinate in parte nuove, dall’ambiente al cibo alle comunicazioni digitali. 

Ieri la presidente della Commissione europea, si diceva, ha tenuto un discorso innovativo sul fronte dell’economia green che per molti aspetti risponde alla scommessa di Joe Biden, lanciando l’idea di un fondo sovrano europeo green per sostenere la concorrenza di Stati Uniti e Cina, che stanno generosamente finanziando i propri sistemi industriali nella transizione energetica: «Proporremo un nuovo NetZero Industry Act sulla falsariga del Chips Act», ha detto Von der Leyen riferendosi al piano per 43 miliardi di euro varato l’anno scorso per la produzione europea di chip. 

Insomma, si tratta di cose enormi. Del ridisegno dei rapporti mondiali nell’economia e nella produzione dentro un quadro che rischia di marginalizzare l’Europa nella tenaglia Stati Uniti-Cina: sostanzialmente, è il tema dei temi di questo XXI secolo. 

Alzare le spalle con atteggiamento al tempo stesso estremista e provinciale non aiuta il nostro Paese, non aiuta le imprese italiane, non aiuta lo stesso governo, che non solo si isola dai grandi appuntamenti ma che continua a muoversi come ai primi del Novecento cercando la rissa tra cancellerie più che la sintesi europea. 

È la logica dell’Italietta quella che guida Giorgia Meloni, non ispirata a una visione globale ma alla supponenza populista. Per questo poi ci mandano Valditara.