Nevrosi di palazzoUn ritratto psichedelico dell’instabile equilibrio fra uomo e potere

Premio dell’Unione Europea per la Letteratura 2020, per Bottega Errante Edizioni esce un racconto tra thriller, noir e malinconia. Un vortice travolge ministro della Cultura del Montenegro, il mondo che circonda lui e noi

Poliziotti a cavallo
Foto di Harrison Haines, Pexels

È colpa mia? La domanda mi perseguita da tutta la mattina. Lunatico, leccapiedi, leggero, lascivo, languido, lu, le, la – Landscape di John Cage risuona nel corridoio tra il bagno e la camera da letto. Tutto è a forma di L. La posizione del mio braccio sul quale appoggio il corpo in diagonale. La fetta di limone nel bicchiere di acqua calda, la poltrona e le e-mail. Esattamente centotrentanove e-mail alle quali devo rispondere.

Bruno Cortone è il primo e il più importante. Il latrato del labrador anticipa i raggi del sole. Il profumo di lavanda mi fa venire la pelle d’oca sul culo. Piacevole. Mi esercito a scacciare via i pensieri mentre l’acqua calda mi scotta le spalle. È colpa mia? Attraverso il vapore a malapena intravedo il mio naso e una parte delle labbra. Sono neri. Come il sangue che usciva dalla sua bocca.

Poi vado a lucidare le scarpe e intravedo il mio riflesso sulla fibbia d’argento. I miei consiglieri mi avevano suggerito di restare a casa o di partire per un congresso in Polonia. Non avevo preso in considerazione nemmeno le raccomandazioni dei miei genitori. Dovevo essere io a decidere. Sono io colui che decide. Sono io il ministro.

***

Il mattino era umido, luminoso e si stava protraendo più del solito. Mentre controllava la pressione delle gomme, Saša calpestava le gocce sfavillanti, dissolvendo la luce. Me ne stavo tranquillo sul sedile posteriore, con gli occhi chiusi. Saša si è sfregato le mani e ci ha soffiato sopra, poi ha messo in moto, borbottando. Ci stavamo muovendo attraverso la fitta rete di strade del centro storico, seguendo quella che è considerata una sorta di scorciatoia.

Ho ingoiato due pastiglie di Valium, ma l’agitazione non accennava a diminuire. Il sobbalzare e le improvvise frenate ridistribuivano la tensione nelle cellule, che poi si andavano a sciogliere nei tessuti e nei capillari. Quando ho aperto gli occhi, l’ansia era svanita, mentre l’intestino traballava vuoto, provocandomi la nausea. «Rallenta e cerca di evitare le buche sulla strada».

Saša era il mio autista esattamente da otto anni. Prima di essere nominato ministro ero decano della facoltà di Arti drammatiche e in quel periodo Saša divenne il mio autista. Man mano che progredivo nella mia carriera, anche Saša avanzava nella sua. Aveva ricevuto una Mercedes verde Classe A e l’amava come fosse sua figlia. Mentre contorceva il viso alla ricerca di una risposta, mi sono lasciato scivolare sul sedile di pelle nella speranza che non iniziasse a parlare. Nello specchietto retrovisore ha notato la mia fronte sudata.

«Anche io sono agitato» ha detto Saša.
«Io no» ho risposto.
«L’aria condizionata non funziona bene da giorni».

Alzava e abbassava i regolatori del clima per camuffare il disagio. Sapevamo entrambi che l’aria condizionata funzionava. Saša era un uomo leale, educato e abbastanza insicuro. Come tutti gli autisti conosceva l’animo umano. Quando non volevo parlare mi osservava dallo specchietto retrovisore, mi lanciava occhiate frequenti ma non abbastanza lunghe da offendermi. Durante i momenti di silenzio assorbiva tutto ciò che non dicevamo.

Fuori dall’edificio del Ministero le abitudini della gente comune diventavano le abitudini del ministro. Così dettavano le direttive del premier. C’era molta gente, telefoni e telecamere accese. La sua cappella era la terza della fila. Avrebbero avuto il tempo di riconoscermi e pensare a cosa gridarmi. Lunatico, leccapiedi, leggero, lascivo, lu, le, la. Ho abbandonato le abitudini comuni e mi sono fatto strada verso la terza cappella.

Mi hanno riconosciuto e hanno preso ad agitarsi, il fruscio delle ali di centinaia di fantasmi, nei miei polmoni rimbombava la tempesta, le ginocchia tremavano. Con le spalle alzate ho barcollato come Pinocchio in un vestito di Neil Barrett, sconfitto e ingenuo, pronto a gettarmi davanti alla porta, a genuflettermi di fronte alla gentaglia e sussurrare: “Sono il re in ginocchio. Pugnalatemi ora con le corna e con gli obiettivi, accalcatevi nella fila per fare un commento e strappatemi la spina dorsale, colpitemi sulle spalle e sulla testa. Non dimenticate di pubblicare il prezzo del vestito che indosso”.

La cappella era silenziosa e fredda. Figure lugubri sulla superficie liscia cambiavano umore e posizione. Quando ho varcato la soglia, i singhiozzi si sono interrotti. C’erano sette donne in fila che si asciugavano le lacrime e mi fissavano. Mi sono fermato davanti alla bara aperta e l’ho guardata.

Il suo viso era ruvido, la pelle grigia, un po’ di sangue sulle labbra morte. Ho osservato quel pezzo di carne che non era percorso da alcun impulso, nulla che ricordasse gli occhi irrequieti, la flessibilità delle braccia e i suoni che un tempo produceva quell’immenso meccanismo umano. Il mio respiro era pesante e rumoroso, mentre dietro di me si stava creando una folla.

Non ho avuto il coraggio di fare nemmeno un passo fino a quando non hanno iniziato a scorrere le lacrime sul mio viso così triste. Ho tirato fuori un fazzoletto, con eleganza ho asciugato le guance, ho fatto un inchino profondo e mi sono diretto verso le streghe. Le donne alle quali stavo facendo le condoglianze stavano congelando. Credevo che le lacrime le avrebbero sorprese. E così è stato.

Alla fine della fila mi attendeva sua madre, una donna alta. Una creatura dignitosa e bella di una sessantina di anni. Mi sono fermato e per la prima volta ho alzato la testa. Ci siamo guardati: riuscivamo a scorgere i fili gialli dell’iride nei nostri occhi. A voce bassa e chiara ho detto che mi dispiaceva molto.

Mi ha abbracciato per un attimo e, prima che si rendesse conto di quella sua reazione avventata, ero già fuori, in mezzo agli uomini. La stretta di mano era la moneta di scambio. Mi sono impegnato a distribuire strette di mano possenti. Gli uomini amano la forza degli altri uomini. Persino mentre ricevono le condoglianze dall’uomo che ha contribuito alla morte della loro figlia. Sorella. Nipote.

Copertina del libro “Il ministro” di Boskovic

Da “Il ministro” di Stefan Bošković (traduzione di Elvira Mujčić), Bottega Errante Edizioni, 220 pagine, 17 euro

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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