Stakanovisti forzatiGli italiani lavorano più ore dei loro colleghi europei perché sono meno produttivi

Se fossero considerati solo i dipendenti, il nostro Paese sarebbe a metà della classifica europea per tempo passato in ufficio. Ma gli autonomi con partita Iva superano spesso ben più di 40 ore a settimana

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In Europa pochi passano più tempo in ufficio o in fabbrica dei lavoratori italiani. Se poi a essere considerata è solo l’Europa Occidentale, quella con cui ci illudiamo ancora di poterci confrontare, allora il nostro diventa quasi un primato. Sono 1668,5 le ore che passiamo al lavoro in un anno, contro le 1490,3 francesi, le 1.349 tedesche, le 1.640,9 spagnole. La media UE è di 1565,6.

Dati OCSE

Certo, al di fuori del Vecchio Continente i numeri sono diversi. Negli Stati Uniti si lavora per 1.791 ore all’anno, in Corea del Sud 1.915 e anche nelle pur ricche Canada e Australia si dedica al proprio impiego più tempo che in Italia, mentre il record è del Messico, con 2.127,8 ore. Si tratta di realtà in cui, però, il modello di welfare, anche in termini di ferie, non è paragonabile a quello europeo. Si preferisce lasciare denaro nelle buste paga dei lavoratori piuttosto che garantire più tempo libero.

Dati Ocse

Perché rispetto ai nostri vicini passiamo più tempo al lavoro? E perché i nostri numeri sono più vicini a quelli dei Paesi dell’Est? Volendo escludere idee un po’ romantiche e ingenue per cui il numero di ore lavorative è quasi esclusivamente una questione di scelta, di “generosità” delle aziende, la risposta che giustamente tutti danno è sempre la stessa: c’entra la produttività. Laddove in un’ora o in un giorno si genera un servizio o un prodotto di alto valore, quest’ora e questo giorno può essere pagato di più.

La diretta conseguenza di questa evidenza è che laddove tale produttività è maggiore ci si può permettere anche di lavorare meno, perché, per esempio, anche solo 35 o 36 ore settimanali o un part time riescono a garantire uno stipendio più che buono. Cosa che non accade in Italia, dove da tanto tempo la produttività è ferma.

Questo in media. Ma chi effettivamente lavora di più nel nostro Paese?

Una prima risposta viene dalla distinzione tra tutti i salariati e i soli dipendenti. Se fossero considerati solo i secondi, infatti, saremmo solo a metà classifica per tempo passato in ufficio, con numeri inferiori a quelli di Spagna, Portogallo, Lettonia, Lituania, Slovenia, che, invece, superiamo nella graduatoria complessiva.

In Italia, infatti, le ore lavorate da chi ha un contratto da dipendente sono del 7,99 per cento minori della media. Solo in Grecia e Irlanda il gap è maggiore, mentre fuori dall’Europa, soprattutto in America Latina, è di segno opposto. Ad alzare le statistiche sono i tanti autonomi. Su questi non vi sono dati puntuali, ma questi numeri fanno capire molto bene che sono loro gli stakanovisti. Sono le partite Iva a passare molto spesso ben più di 40 ore a settimana sul luogo di lavoro.

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Si tratta tra l’altro di una differenza che nel tempo è cambiata poco, se escludiamo l’anomalia artificiale del 2020 (quanto molti autonomi sono risultati di fatto non occupati). Diversamente è accaduto, per esempio, in Germania e, in parte, in Francia. In Spagna, l’economia più simile alla nostra almeno nell’ambito del lavoro, sembra esserci un trend diverso, che pare convergere verso quello italiano.

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Gli scorsi anni hanno visto una trasformazione nel mondo degli autonomi. Mentre diminuivano in modo netto i cosiddetti lavoratori in proprio, ovvero i “padroncini”, gli artigiani, i piccoli commercianti, aumentavano i professionisti senza dipendenti, cioè i freelance, i grafici, i creativi, i consulenti, ecc. Questi ultimi a differenza dei primi, si muovono quasi solo nel settore dei servizi, dove hanno spesso la funzione di valvola di sfogo, vengono demandati a loro lavori a basso valore aggiunto, che non è possibile pagare bene e richiedono molto tempo in proporzione a quel che rendono. Del resto hanno meno potere contrattuale di un idraulico, di un piastrellista, di un elettricista.

Anche i dati sulle ore settimanali confermano il quadro generale e ci dicono che nel nostro Paese negli ultimi 10 anni non vi è stata quasi alcuna diminuzione, mentre in Francia, Germania e Spagna si lavora mediamente un’ora in meno, almeno se consideriamo chi è occupato full time. Da questo punto di vista, comunque, lo stesso trend stabile caratterizza anche i più “fortunati” in Italia, ovvero i dipendenti, che invece nel 2011 trascorrevano al lavoro meno tempo della media UE.

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Una certa stabilità si riscontra anche nel gap di genere tra uomini e donne, con le seconde che, come agli inizi dello scorso decennio, continuano a lavorare 2,8 ore in meno dei primi, mentre altrove questo divario è in calo.

Dati Ocse

E poi c’è il part time. La percentuale di quanti vi ricorrono naturalmente incide sul numero complessivo di ore lavorative. Nel Belpaese non sono meno della media, anzi. A lavorare 20 ore o meno è il 17,4 per cento, più del 14,9 per cento europeo, anche se poi quelli che stanno in ufficio le canoniche 40 ore in Italia sono più che in molti altri Stati.

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Tuttavia c’è part time e part time. Nel caso degli italiani significa stare al lavoro 19,6 ore, 20,1 se si è dipendenti, per i tedeschi 16,6, mentre la media UE è di 17,7.

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A tutto questo si aggiungono le profonde disuguaglianze. Per esempio tra freelance e dipendenti di grandi aziende, con i secondi che possono godere, in termini di calo delle ore lavorate, dell’attività di riorganizzazione e dell’aumento della produttività della propria impresa. Un aumento della produttività che, però, spesso avviene proprio a spese dei primi, cui sono esternalizzate, come già detto, attività pagate poco e time-spending.

E poi ci sono le disuguaglianze di genere. Gli uomini hanno ritmi molto più intensi. Solo il 7,8 per cento di essi è impiegato part time, contro il 31,3 per cento delle donne. Al contrario ben il 71,2 per cento non scende sotto le 40 ore.

Il nostro Paese è quello in cui il divario in questo senso è maggiore. Solo in Italia la differenza tra chi è pienamente full time tra i sessi arriva al 35 per cento. Persino nei Paesi Bassi, il paradiso del part time in Europa, il gap è inferiore.

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Insomma, l’identikit di chi lavora di più sembra essere chiaro: uomo e professionista, in settori a minore valore aggiunto, dove i margini limitati inducono a prendere commesse che lo costringono a superare le 40 ore settimanali. È la rappresentazione di un mercato del lavoro certamente non avanzato, con sacche di bassa produttività e disuguaglianze evidenti, lontano dagli standard occidentali, e di cui in fondo il numero di ore di lavoro è solo uno dei sintomi, una punta dell’iceberg.

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