Il presente indegnoIl femminismo di questo secolo ha bisogno di più Niccolò Ammaniti (e dei suoi personaggi)

Abbiamo dovuto aspettare il nuovo romanzo otto anni, ma “La vita intima” è pieno di piccoli dettagli brillanti e personaggi ben scritti, soprattutto quelli femminili (anche se accuseranno l’autore maschio bianco etero privilegiato di arrubbare il lavoro alle donne)

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Il femminismo di questo secolo ha bisogno di più Teresa Sangermano. Teresa Sangermano muore quando Maria Cristina, la protagonista del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, ha dodici anni. Muore dopo che, malata di cancro, il marito l’aveva mollata. No, non sto dicendo che il femminismo ha bisogno di più cornute.

“La vita intima”, in trecento pagine, dedica a Teresa Sangermano una sola scena, ma nessuno che abbia visto Carrie Fisher nei “Blues Brothers” pensa che a un personaggio femminile scritto come si deve serva più d’una scena per lasciare il segno.

Un giugno di quand’è ancora viva, Teresa Sangermano dice alla figlia che vanno a una festa in maschera. Il fratello è vestito normalmente, Maria Cristina chiede perché, e la madre le dice che ha il costume d’un personaggio che si veste normalmente. Maria Cristina le crede, con la stolida fiducia con cui i bambini credono ai grandi.

Quando arrivano lì, Maria Cristina vestita come la regina di cuori di Alice, e gli altri bambini che – essendo passati quattro mesi dal carnevale – sono vestiti normalmente, Maria Cristina capisce la beffa e scappa piangendo. Quando la madre la ritrova, le fa un discorso di formazione evidentemente poco utilizzato, altrimenti non saremmo incistate nel vittimismo perpetuo e nell’idea che dire a qualcuna di badare a sé stessa sia crudele e offensivo.

Sì, certo, bambina, sei bella: ma la bellezza mica te la sei guadagnata. E che te ne fai della bellezza se scappi piangendo quando il mondo ti è ostile? «La bellezza, senza coraggio, è un guaio. Proprio perché sei bella non verrai presa sul serio e ti dovrai impegnare cento volte di più delle altre per dimostrare che sei intelligente, profonda, per non essere usata e trattata come una scema dagli uomini. Tuo nonno è il primo che ha portato dall’America il latte detergente in Italia e la nonna sa prendere al lazo i buoi. Tuo fratello sa tuffarsi di testa dallo Zingaro. E tu che sai fare? Sai piangere e scappare come Gina Mangano, la figlia del panettiere? Noi, che abbiamo il sangue dei Sangermano, dobbiamo fottercene del giudizio della gente. Persino tuo padre, che è uno stronzo, ha scalato l’Everest. Tu, gioia, non emergi per carattere, ma almeno impara a portare la bellezza come una regina».

C’è, nella mezza paginetta con cui Teresa Sangermano forma sua figlia, che trent’anni dopo sarà la moglie del presidente del Consiglio italiano e la donna più bella del mondo secondo una qualche classifica irrilevante ma ingombrantissima, tutto. Non so se Teresa avesse gli occhi secchi come quella che implorava di non fare scommesse sulla figlia del droghiere, ma di certo sapeva evocare alla figlia lo spauracchio della figlia del panettiere: quello che non vorrai essere, bambina mia. (Come tutte le cose su cui valga la pena soffermarsi, “La vita intima” parla innanzitutto di classi sociali).

Una delle magie che fanno gli scrittori è inventare mondi che sono sempre esistiti. Ti buttano lì un dettaglio e quel dettaglio non può che essere così, che tu l’avessi già visto prima o no, è comunque il modo in cui le cose sono sempre state. Secondo una vecchia canzone, succede lo stesso coi grandi amori: è il primo giorno della mia vita, giuro che sono nato qui sulla soglia.

A pagina 14, Niccolò Ammaniti cita per la prima volta il Bruco. A quel punto non c’è ancora stato il salone di parrucchiera in periferia in cui una foto di padre Pio è di fianco a una di Maria De Filippi (ma certo, non può che essere così); né il parrucchiere in centro dove le signore «sono tutte amiche essendo ricche, celebri e in generale di gradevole aspetto» (ma certo, non può che essere così); né quella definizione perfettissima per l’impulso a fare una stronzata: «La voce del coraggio frettoloso».

Lo spasmodico trucco di radianza di inventare la forza di gravità e altre ineluttabilità, però, nelle prime tredici pagine Ammaniti l’ha già fatto brillare in molti piccoli dettagli. Ma sono i trenta secondi che mi ci vogliono davanti al Bruco che mi fanno capire quant’è implacabile il meccanismo che sto osservando. I trenta secondi in cui penso oddio, ma come si chiamava quello vero, quello che il Bruco dovrebbe evocare. Poi mi viene in mente. La bestia. Ma d’ora in poi, per il trucco con cui la letteratura trasforma la realtà, per me l’esperto di social e comunicazione che sa creare l’ascesa d’un politico sarà per sempre il Bruco.

«Laureato in Filosofia teoretica, è diventato famoso tra i gamer di tutto il mondo perché ha sconfitto da solo Ragnaros, un boss invulnerabile del videogioco World of Warcraft. Passato a studiare le oscillazioni randomiche della borsa, ha fatto una barca di soldi con i tutorial di trading online»: sospetto che il Bruco sia il personaggio preferito di Ammaniti. Uno che non dà interviste, non sta sui social, nessuno sa che faccia abbia.

Una conduttrice televisiva, nella “Vita intima”, a un certo punto dice alla sua quasi ospite «Ricordati che nessuno dice cose intelligenti, solo cose vere o false».

Intervistato da Annalisa Cuzzocrea, Ammaniti ha usato di nuovo il proprio talento di prestigiatore, facendoci comparire una verità che era sempre stata davanti ai nostri occhi, seppur coi filtri di Instagram: «Appresso ai social, ti ritrovi a Dubai perché viene bene in foto». (Ogni volta che Michele Serra scrive un articolo in cui racconta qualche tamponamento a catena avvenuto sui social, nelle conversazioni a commento c’è sempre qualcuno che dice: non è possibile che capisca così tanto i social se non ce li ha, è chiaro che ci sta di nascosto. E se i social li capissero solo quelli che hanno l’intelligenza di starne lontani?).

Lo so, non vi ho raccontato quasi niente di Maria Cristina, seconda moglie di presidente del Consiglio dopo quella che Ammaniti aveva scritto per “Il miracolo”: che si tratti di tv o romanzi, mi pare evidente che le mogli di presidenti del Consiglio sono quelle che gli vengono meglio (gli vengono discretamente pure le moderne esibizioniste analfabete, coi loro superlativi costruiti con «super»; ma meglio di tutte le anaffettive: ogni «Ti amo» o «Ti voglio bene» della storia riceve in risposta uno svogliato «Io pure»).

Non ho neanche pronosticato polemiche perché come osa un romanziere maschio bianco etero privilegiato mettersi nella testa di una donna, impedendo alle donne di narrare (con meno mestiere e più sestessismo) le loro storie (il romanzo preferito di Maria Cristina è “Madame Bovary”: mi piace pensare che sia un pizzino all’identitarismo, ma probabilmente sto proiettando).

È che ho letto “La vita intima” senza saperne niente, e mi ero dimenticata quanto fosse soddisfacente consumare una cosa bella senza esserti rovinata l’appetito con gli amuse-bouche che trovi in giro per recensioni, interviste, e persino social. Quindi, se volete sapere la storia di Maria Cristina e della sua bellezza e del suo eventuale coraggio, dovrete leggere il romanzo.

Quando l’avrete fatto, potrete dirmi che mi sono evidentemente sbagliata, che il personaggio preferito dell’autore non può che essere il primo marito di Maria Cristina. Lo scrittore che non voleva più scrivere perché «il presente non è degno di essere raccontato, il passato è già stato raccontato da autori più grandi di lui e il futuro è buono per le mezze pippe». Lo scrittore che ci faceva aspettare otto anni il nuovo romanzo, fregandosene del fatto che il femminismo di questo secolo abbia bisogno di più Niccolò Ammaniti.

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