Comunicazione 101Ci volevano Fiorello, Jovanotti e Renzi per farci capire che sui social nessuno vuole acculturarsi

A “Viva Rai 2” si spiega finalmente che su TikTok non interessano i nostri contenuti, ma le nostre merende. E questo vale come recensione dei tentativi di creare programmi tv con velleità culturali e ricreative

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Certe volte non so se a essere monotematica sia io o la realtà. In questo periodo, per esempio, mi sembra che la cronaca mi proponga solo avvenimenti che evocano un film di quarantasei anni fa, “Berlinguer ti voglio bene”.

In quel film lì, il tizio della festa dell’Unità fermava la tombola con l’annuncio «sospensione di’i ricreativo, principia avviare ir curturale», e io ormai ogni giorno mi chiedo: sì, ma questo benedetto culturale dove principia, in un mondo in cui pure gli spaghetti al dente sono ritenuti cultura-del-cibo, e pure ciò che non fa ridere nessuno è ricreativo?

No, non sto parlando della prevalenza dei latitanti, dell’Italia che l’altroieri discuteva d’un latitante di settecento anni fa (Dante Alighieri) e ieri discuteva d’un latitante dell’altroieri (Matteo Messina Denaro). Non sto neppure parlando della chat di Morgan e Sgarbi (che richiederebbe cinquecento righe tutte per lei, magari domani).

Potrei stare parlando di quella volta che usarono due ore di quelle di letteratura francese per portarci in un’aula con le tapparelle abbassate a vedere un film tratto da Victor Hugo con Gina Lollobrigida, che oggi sarebbe una cosa incoraggiata dai genitori perché mica si può fare la lezione frontale coi ragazzi moderni che hanno bisogno di stimoli diversificati.

Ho maggiore contezza dell’opera di Hugo perché ho visto il film a scuola? Certo che no: con la luce spenta e il vhs che andava, c’era chi limonava, chi faceva i cuori sul diario, chi dormiva. Nessun diciassettenne guardava la Lollobrigida che faceva Esmeralda, ma proprio nessuno.

Erano i genitori soddisfatti della didattica diversificata? Non so, all’epoca i genitori non s’interessavano di quel che facevano i figli la mattina, avevano occupazioni più adulte. Se l’avessero saputo, probabilmente avrebbero pensato quel che era ragionevole pensare: che gli insegnanti dovevano essere proprio disperati, per demandare alla riduzione cinematografica il compito d’istruirci se non su Hugo almeno sulla trama di uno dei suoi romanzi.

Era ricreativo o era culturale, guardare la Lollobrigida di mattina? La settimana scorsa è cominciato un programma televisivo di cui non farò il nome, perché in Italia ci conosciamo tutti e io mica posso farmi mettere il muso da gente cui oso muovere una critica. Il programma dovrebbe, a quanto ho capito, coniugare il ricreativo e il culturale.

Tra gli ospiti fissi c’è un tizio che dovrebbe segnalare gli errori di italiano in cui incappano i presenti. Sembra una gag ma temo non lo sia: la conduttrice gli dà la parola dicendo che il suo compito è segnalare gli errori fondamentali, basilari. La conduttrice dice «errori basici», il pubblico alfabetizzato ha un mancamento pensando «per distinguerli dagli errori acidi», e l’italianista risponde che no, non è stato commesso alcun errore. Poi ho spento: spero che con la parte ricreativa sia andata meglio.

In compenso ieri mattina è tornato Fiorello, che è così maramaldo da cominciare un programma a fine autunno e poi dire ah scusate ma è Natale, io ho da andare a Cortina, sospendiamo il programma per tre settimane. È tornato e aveva ospite Jovanotti e sembrava prendessero per il culo il programma di acidi e basi, perché Lorenzo diceva che gli abitanti di Gubbio mica si chiaman gubbiesi, e i due ridacchiavano che lì si faceva cultura – ma era certamente una coincidenza.

Ma non è per questo che mi è venuta voglia di scrivere per la duecentesima volta di Fiorello, la duecentesima benché da quando ha cominciato sia stato più sulle Tofane che in onda. E non è neanche per quei mirabili quattro minuti con, ebbene sì, Matteo Renzi.

Forse l’idea più riuscita di “Viva Rai 2” è “Belvo”, in cui Fiorello fa Franco Fagnani, parodia di Francesca Fagnani e delle sue domande scomode (nel senso degli sgabelli su cui si sta seduti nello studio televisivo). Ovviamente Fiorello è Fiorello: le celebrità fanno la fila per andare ospiti, e muore d’invidia chi lavora per altre trasmissioni e deve sbattersi a convincere gente famosa ad accettare un invito e in cambio deve prestarsi a fare da vetrina al prosciutto che ogni famoso ha da vendere. Insomma, gli altri hanno delle scusanti, delle giustificazioni, e un basilare nonché acido svantaggio: gli altri non sono Fiorello.

Però Fiorello fa andare Renzi a “Belvo”, gli dice «per non alimentare il suo ego la chiamerò con un nome anonimo di fantasia, Carlo Calenda», «Quarantotto anni: non si direbbe, sembra mio padre», quello gli dice «Vedo il sangue sulla sua giacca» e lui risponde «È il suo», gli chiede se il suo luogo del cuore sia Pontevecchio o l’autogrill – ma nessuna di queste cose meriterebbe menzione: è ovvio che Renzi sia abbastanza furbo da sapere che se vai da Fiorello devi farti prendere per il culo.

Il miracolo televisivo è che, quando si chiude lo spazio “Belvo”, Renzi non ricompaia. Ha registrato quello e basta (scusate la banalità: come fanno gli americani). Non torna acciocché Fiorello possa dire «abbiamo scherzato» (come fanno quelli che non sanno fare il ricreativo) o possa promuovere il suo libro (come fanno quelli che s’illudono di fare il culturale). Ha fatto una gag, in cambio non gli danno una vetrina. Certo, per avere la forza di farlo devi essere Fiorello. Ma se non hai la forza di farlo forse è meglio evitare la gag, annacquata viene una schifezza che non è ricreativa né culturale.

Non è per questo, dicevo cento righe fa, che mi è venuta voglia di dire che lezione di comunicazione sia il varietà del mattino che costa come un varietà della sera. È per quando Jovanotti racconta che ha messo su TikTok un video in cui mangia una papaya. È solo un video in cui mangio una papaya, dice, e ha fatto quattro milioni di visualizzazioni. E se metti una canzone?, gli alza la palla Fiorello. Tremila, schiaccia lui.

Fiorello, cui piace infierire sui deboli (cioè: sul Pd), consiglia video con papaye per le primarie di partito, ma mentre ci arricreavano quei due hanno svelato un’importante verità culturale che prima conoscevamo in pochi (cioè: io e i miei lettori): sui social a nessuno importa niente di acculturarsi. Vogliono ricrearsi. E non ritengono di poterlo fare col tuo prodotto culturale. Non vogliono il tuo libro, il tuo disco, il tuo film: vogliono la tua merenda. In questo identici ai diciassettenni che fummo, quelli che si ricreavano già mentre in fondo all’aula si proiettava un film culturale, ben prima della ricreazione vera e propria.