Genio autocertificatoLa mitomania d’artista di Morgan e la chat che non lo difende dal mobbing culturale

Il duello con Sgarbi in un gruppo WhatsApp e la megalomania di recitare il primo canto della Divina Commedia bendato, neanche fosse “La corrida”

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Ho, sul telefono, una chat in cui una delle partecipanti è perlopiù silente. Non gliene importa niente di nessuno dei temi di conversazione, solo interviene ogni tanto per dire sto lavorando al tal progetto, la mia azienda sta per uscire con la tal campagna pubblicitaria. Nessuna se ne duole: siamo amiche, sappiamo che ha poco tempo per le chiacchiere, se voglio il suo parere su qualcosa la chiamo.

La chat di Morgan (già cantante) e Sgarbi (sottosegretario), che fino a quattro giorni fa si chiamava Rinascimento e Dissoluzione, aveva lo stesso problema di equivoco tra conversazione e vetrina. Iscritti sono un migliaio di disperati (tra cui io stessa), raccattati da Sgarbi non so bene con che criteri, dei quali novecento e passa silenti (dopo aver disattivato il salvataggio dei file, altrimenti tra audio e video e foto dovevi buttare il telefono il terzo giorno).

Alcune decine passavano invece lì le giornate: a mandarsi gif, dire puttanate assortite, fare insomma quel che si fa nelle chat. Poi ogni tanto arrivava Morgan e postava un video di Morgan, una poesia di Morgan, un progetto rivoluzionario di Morgan. E – pareva uno scherzo – i non silenti s’affrettavano a dirgli bravo, genio, solo tu nell’universo. E non erano suoi amici pazienti che se vogliono dirgli qualcosa gli telefonano: era gente che conosce quella valuta del presente che è la fama, ed era quindi grata d’avere un tizio famoso sul proprio telefono, a prescindere dalle ragioni della fama e dal fatto che egli fosse interessato solo a sé stesso.

Tuttavia questo reparto psichiatrico interamente concentrato sul rassicurare Morgan Castoldi, genio autocertificato, non era sufficiente. Spesso Morgan scapricciava, batteva i piedini, accusava la chat di non volergli abbastanza bene. Le figure più interessanti erano quelle di coloro che in questi casi lo difendevano, ancelle non si sa se davvero devote o solo consapevoli che se quello non si calmava poi era peggio. Una, giuro, la settimana scorsa ha scritto «questo per me non è un gioco». Una chat con mille sconosciuti va in effetti presa sul serio.

A un certo punto, poiché ogni tanto qualcuno osava continuare una conversazione in corso invece di affrettarsi a dirgli «genio maestro unico al mondo», Morgan ha fatto quello che per altri sarebbe un esperimento situazionista e per lui temo fosse una necessità psichica. Ha aperto una seconda chat, su cui ha riversato tutti gli iscritti di Rinascimento e Dissoluzione e di non so quale altra chat in cui passa le giornate invece di lavorare. Questa nuova chat, Popolo Culturale, l’ha impostata in modo che solo chi ne era amministratore potesse scriverci. Una chat in cui mille iscritti (il popolo?) stanno a guardare Morgan (il culturale?) che monologa (ammetto che è il mio ideale di litigio di coppia, uno in cui possa parlare solo io).

Poiché gli esseri umani nell’epoca della partecipazione compulsiva non accettano di non intervenire, molti hanno abbandonato questa überchat, causando in Morgan ripetute crisi isteriche. È stato con un certo sdegno che egli ha fotografato la notifica «Adriano Celentano ha abbandonato», e lì è stato difficile non temere il peggio per i suoi apparentemente non saldissimi nervi.

O meglio: lì hanno iniziato a temere il peggio anche gli osservatori disattenti. Io lo temevo da mesi. Da quando, a metà novembre, Morgan aveva condiviso con la chat un questionario prodromico al riconoscimento legale dello status di artista; quattro pagine di fronte alle quali Claudio Borghi (sì, in quella chat c’è anche gente con un qualche ruolo tra la classe dirigente di questo derelitto paese) aveva chiesto di spiegargli meglio: se doveva scrivere una proposta di legge, doveva capire.

Il questionario, tagliato sulle vicende legali di Morgan, per il quale il mondo è lanugine attorno al suo ombelico, sarebbe dovuto essere quello con cui un artista certificava d’essere tale. Acquisendo a quel punto diritti sulla propria immagine (se ti fotografo devo pagarti), ma soprattutto sulla propria casa, che il questionario richiede di catalogare così: «Tra queste sei tipologie di case d’artista quale è più corretta per definire la tua? Casa-museo. Atelier. Factory. Tempio. Appartamento. Comune». Non si sa se sia previsto un immediato tso per chi mette la crocetta su «tempio».

La factory, o tempio, o persino banale appartamento non potrà mai essere oggetto di sequestro – com’è accaduto alla casa di Morgan – perché riconosciuto dalla legge come il luogo in cui l’artista crea le sue opere: sequestrandolo, s’impoverisce la società. (Il questionario non specifica quanti decenni tu possa stare senza produrre un disco, un romanzo, un film, prima di perdere il diritto al tempio: chissà se Borghi ha quantificato i tempi di decantazione dell’arte).

Altri autobiografismi comparivano alla voce «Come giudichi la tua situazione attuale rispetto alla tua carriera», ove moltissime erano le recriminazioni previste: «Sono deluso e insoddisfatto, incompreso»; «Voglio mollare e cambiare vita»; «Ammettiamolo, sono sottovalutato».

Interessante anche la voce sul management dell’artista, e le possibilità «Sono certo di essere truffato», «Sono gestito da parenti quindi non vengo messo al corrente», «Sono gestito da parenti quindi devo far finta che vada tutto bene», «Subisco mobbing».

«Mobbing» è una parola ricorsiva nel lessico di Morgan, che la ripete con l’ossessività dei bambini che hanno imparato un nuovo lemma. A ogni articolo che anche blandamente lo irrideva, egli partiva con tirate sul mobbing che subisce da decenni e insomma la chat ha il dovere di difenderlo; persino quando l’articolo era benevolo come quello che scrisse, a proposito d’un suo eventuale ruolo di consulenza al ministero, Massimo Gramellini. (Il quale si è preso per giorni dell’analfabeta da Morgan che, facendo rivoltare Serianni nella tomba, sosteneva che «sé stesso» non andasse accentato. Lezioni di italiano da musicisti che scrivono «acrostico» intendendo «acronimo»: cosa potrà mai andar storto).

Tutto questo prologo per arrivare al bisticcio tra i due amministratori della chat – quello con un ego abbastanza solido da non avere bisogno delle rassicurazioni di mille sconosciuti, e quello no – che secondo le cronache è partito da Luigi Tenco.

Ed è vero che Tenco c’entra, nel senso che, prima del bisticcio sul solito «non mi avete difeso», la settimana scorsa Morgan incide un vocale di quindici minuti (no iperbole, proprio quindici) in cui dice che Tenco era il più grande, e lo sapevano tutti, e non l’hanno rispettato, e l’hanno fatto cantare a mezzanotte. I modi in cui i sopravvissuti cercano di razionalizzare le ragioni d’un suicida sono sempre ridicoli, ma «si è ammazzato perché l’hanno fatto cantare tardi» è un involontario sketch dei Monty Python.

In questo vocale ogni sillaba ha come sottotesto «Tenco sono io», e se pure non si è raffinati coglitori di sottotesto a un certo punto arrivano le parole magiche: gli facevano mobbing. È la trama d’un Fassbinder interpretato da Renato Pozzetto: da «io sono il migliore» a «mi autocertifico erede di quel migliore che s’è ammazzato e ora voglio vedervi a negarmi qualcosa senza temere le conseguenze». Poi è andata come avete letto sui giornali, Morgan cancella dalla chat molti amici di Sgarbi, Sgarbi s’innervosisce e cancella lui, le ancelle fremono e invitano alla pacificazione, Morgan scrive nella chat monologhista che è peggio dell’Iran, Sgarbi rinomina la chat Sgarbistan.

Infine, domenica, Morgan viene riammesso. Dopo che Sgarbi aveva reso pubblici vari messaggi ricevuti da cuordileoni che, una volta caduto il capriccioso dal cuore del padre putativo, si erano affrettati a dirgli che l’avevano sempre considerato un poveretto e sono lieti l’abbia rinnegato.

E a quel punto, perché l’atmosfera da nido del cuculo non venga meno, arriva un video di Morgan. È in pigiama e con gli occhiali da sole, si rivolge ai «detrattori» che hanno osato dire che ha una «cultura arraffazzonata»: quando saprete fare quello che faccio io, dice, potrete parlarmi. E quello che fa lui è suonare la Patetica di Beethoven al pianoforte, «a memoria», rimarca, come uno scolaretto che cerchi buoni voti alla terza lezione di solfeggio.

La confusione tra un gesto meccanico come l’eseguire una partitura su uno strumento e l’essere un intellettuale sarebbe già abbastanza imbarazzante, ma il genio del purissimo presente rilancia. Si benda gli occhi e dice che lui può fare anche di più: può, sempre a memoria, recitare la Divina Commedia. Bendato. Ma cos’è, La corrida?

Lui la sa a memoria, rimarca, e il video – bendato, in pigiama, esta selva selvaggia e aspra e forte – se l’è girato da solo e quindi nessuno può dirgli – forse nessuno gli direbbe comunque, dato il piglio dialettico della più parte degli iscritti alla chat – che il primo canto della Divina Commedia a memoria lo sanno anche le commesse di Sephora: persino loro hanno fatto le scuole dell’obbligo, e le cose in versi di quegli anni sono rimaste nella corteccia cerebrale di tutti, un po’ perché eravamo piccini un po’ perché le rime aiutano.

Persino io, che non sono sufficientemente colta da consigliare ombretti da Sephora, cito con una certa disinvoltura addirittura il quinto, che d’altra parte veniva utilizzato persino in una canzone di Venditti, che non mi risulta venga ritenuto da nessuno un intellettuale. Al massimo un istruito. Uno che sa accentare «sé stesso».