Alleati o avversariIl nuovo partito dei riformisti e il nodo irrisolto sul rapporto col Pd

Durante l’incontro del 14 gennaio a Milano bisognerà discutere apertamente del futuro movimento liberaldemocratico e di quali alleanze politiche stringere. Il modello Macron e la crisi della sinistra di governo

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Nel suo articolo su Linkiesta, Jonathan Targetti ha puntualmente dato conto dell’iniziativa che si terrà sabato 14 gennaio a Milano, tappa di un processo più complesso che dovrà portare a una nuova offerta politica liberaldemocratica e riformista fondata sull’attuale Terzo Polo, cioè la federazione Azione-Italia viva. 

Non torniamo sulla necessità che quest’area si allarghi ad altri soggetti e personalità né sugli aspetti che riguardano le modalità della costruzione di una nuova forza politica: ma intanto, una cosa l’abbiamo già detta parlando di forza politica, o partito che dir si voglia, ché questo dovrebbe essere l’approdo ineludibile di tutta l’operazione se l’intento è quello di dare uno scossone al quadro politico, dunque ben oltre la tappa delle Europee del 2024. 

Fissato l’obiettivo di fare un partito – quello che un po’ tutti chiamano la Renew italiana – il punto di fondo della discussione è quello della sua collocazione nello scenario politico italiano (paradossalmente è più facile definirla nell’ambito europeo: all’ombra del macronismo), cercando di rispondere chiaramente a questa domanda: il nuovo partito liberaldemocratico e riformista in quale rapporto sarà con la sinistra democratica? 

Si immagina un rapporto competitivo e conflittuale finalizzato alla distruzione dell’uno o dell’altro soggetto? O sarà un rapporto competitivo e conflittuale, ma finalizzato a gareggiare per meglio combattere l’attuale egemonia della destra – che non pare di breve momento, ci torneremo – e fornire una garanzia di rinascita per l’Italia? 

Per meglio dire: per il nuovo partito, i valori della sinistra democratica e quelli della destra sovranista si collocano sul medesimo piano, essendo dunque entrambe, sinistra e destra, avversari allo stesso modo? O non si tratta invece, stante la crisi del Partito democratico, che ha chiari tratti di irreversibilità, di assumere progressivamente la funzione che nel bene e nel male lo stesso Pd ha avuto in questi dieci anni come partito riformista di governo?

Si parla tanto di Macron. E allora dovrebbe essere chiaro che il processo è venuto avanti quasi da sé (al netto della forza personale del leader francese): non essendo più la sinistra democratica in grado di battere la destra proponendo un governo serio alla Francia, quel ruolo e quella funzione storica – dopo una lotta politica, sia chiaro – è passata naturaliter al nuovo soggetto di Macron che ha saputo schierare una nuova élite prendendola dalle forze vive del Paese e non da soggetti in crisi come i sindacati e i socialisti francesi, un’operazione enorme.

Egli, anche costretto dal sistema elettorale, ha sempre preso posizione contro la destra. Da noi non è il sistema elettorale che obbliga alla medesima scelta, ma un dato politico da cui non si può sfuggire, e cioè che il primato conquistato dalla destra il 25 settembre non solo non pare destinato a soccombere in tempi brevi, ma contiene anche elementi assai problematici per la qualità della democrazia: dal nazionalismo/antieuropeismo (Meloni) a certi riflessi d’ordine (Salvini) a un latente spirito antiscientifico (Meloni e Salvini). 

Il Terzo Polo insomma si trova in una situazione totalmente inedita, preso tra la forza della destra al potere e l’estrema debolezza della sinistra democratica. Lo spazio politico dunque, oltre che per motivi valoriali, è evidentemente dalla parte della sinistra: è lì che si concentra la Grande Delusione di questo secondo decennio del secolo, ed è lì che origina la zoppìa del sistema politico.

D’altra parte non può essere un caso che tutti i massimi dirigenti della federazione Azione-Iv, o quasi tutti, provengano da qualche filiera della sinistra democratica che hanno costantemente avuto quella vocazione di governo che il Pd sta clamorosamente perdendo, ciò che consente a Giorgia Meloni di stare, come dicono a Napoli, «senza pensieri» perché non ha sfidanti! 

Quello che avrebbe dovuto fare il Pd, e che non ha fatto, è lavorare su sé stesso per implementare una forte proposta di governo, unitaria, moderna, nazionale (“nazionale” nel senso di Alfredo Reichlin e, alla lontana, di Antonio Gramsci: un partito espressione delle forze vive dell’intera società italiana capace di spostare sempre più in là i rapporti di forza) e al tempo stesso di salvare il Paese da pericolosi ritorni indietro all’Italietta giolittiana o anche al clientelismo parassitario e amorale dei decenni passati. 

Se il Pd ha mancato questo obiettivo, che era poi quello originario di Walter Veltroni, bisogna sapere che la storia non si ferma davanti a un fallimento e che la sua acqua cerca altri letti per scorrere.

D’altra parte il disagio persino esistenziale di tanti dirigenti e militanti del Pd cerca istintivamente un’uscita da questo incubo che popola le notti della sinistra italiana: qualcuno dovrà piantare un grande albero dove riparare mentre piove forte (la metafora pasoliniana si riferiva al Partito comunista italiano che in effetti rappresentò questo per molte generazioni), e quel qualcuno altri non può essere che un nuovo partito saldamente collocato dalla parte dell’atlantismo, dell’economia di mercato, della giustizia sociale, del garantismo, della cultura, della società aperta. 

Andando a riempire un vuoto che si sta rapidamente aprendo a sinistra e al tempo stesso sapendo parlare alla parte più moderna dei liberali e dei conservatori italiani refrattari al melonismo e stanchi di una Lega inabile. 

Se l’analisi di una destra potenzialmente pericolosa per la qualità della democrazia e di una sinistra inabile a batterla è corretta, spetta ad altri ricoprire quel ruolo politico modernizzatore e riformatore che il Paese ha solo sfiorato nei suoi momenti migliori (certamente Mario Draghi ne è il simbolo) ma non ha mai incontrato veramente, un ruolo alternativo al sovranismo di Fratelli d’Italia e al populismo di Giuseppe Conte.

È una cosa difficile a farsi, ma la possibilità non andrebbe sprecata.

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