Clima e lavoroGli ambientalisti si uniscono alle proteste francesi contro la riforma delle pensioni

Aumento della produzione e dei consumi, incremento delle disuguaglianze, finanziamento indiretto all’industria fossile. La novità voluta da Macron non fa scendere in piazza solo i sindacati, ma anche le associazioni e i partiti verdi: «L’ecologia è anche qualità della vita, e lavorare fino a 64 anni non fa parte della nostra politica»

LaPresse

Tra la folla di quattrocentomila che hanno invaso giovedì le strade parigine (erano più di due milioni in tutta la Francia, secondo il sindacato CGT), non sono mancati cartelli e striscioni. Fra questi, se molti hanno ironizzato su una pensione che porta sempre più dentro la tomba, altri hanno associato – con qualche gioco di parole – la fine della vita lavorativa con quella del pianeta. 

«Niente pianeta, niente pensione», «la pensione a sessantaquattro anni con cinquanta gradi sarà fantastica», «clima, pensione, manifesto per il mio futuro», o ancora «chi avrebbe potuto prevedere lo sciopero contro la riforma delle pensioni», in riferimento all’imbarazzante frase di Emmanuel Macron durante il discorso di auguri di inizio anno, in cui si è domandato: «Chi avrebbe potuto prevedere la crisi climatica

In questo grigio pomeriggio di gennaio, dietro ad un lungo striscione che dice: «Alleanza ecologica e sociale», i militanti di sindacati e associazioni ecologiste hanno sfilato accanto ai sindacati professionali, uniti in un’unica lotta contro una riforma delle pensioni che non hanno intenzione di digerire. 

Una riforma che alzerebbe l’età pensionabile da 62 a 64 anni, con 43 anni di contributi, e che andrebbe a colpire le categorie più fragili della società: i lavoratori precari, quelli meno qualificati (e con le condizioni lavorative più usuranti) e le donne. Una battaglia sociale, innanzitutto, ma indissociabile per molti dalla lotta per la transizione ecologica, che deve passare inevitabilmente attraverso un cambiamento radicale della società. E quindi del lavoro. 

ph Irene Fodaro

Il legame tra lavoro e protezione dell’ambiente
«Oggi manifestare per l’ecologia vuol dire anche manifestare per un nuovo rapporto al lavoro. Noi abbiamo una visione della società più sobria, meno produttiva, meno consumistica. Più si lavora a lungo, più consumiamo risorse naturali, più emettiamo emissioni di gas serra e contribuiamo a degradare il pianeta. C’è un vero legame tra lavoro e protezione dell’ambiente», indica Jean-François Julliard, direttore generale di Greenpeace France. 

Tra gli studi da lui citati, c’è ad esempio il rapporto del 2021 della società Platform London per la campagna “4 Day Week”, secondo cui una settimana lavorativa di quattro giorni potrebbe limitare le emissioni del Regno Unito del ventuno per cento. Per il direttore di Greenpeace è fondamentale che le organizzazioni ambientali lavorino a stretto contatto con i sindacati, «perché queste problematiche sono legate ed è così che le cose cambieranno davvero».

Una questione già sollevata dal partito dei Verdi (EELV), le cui bandiere sventolano all’unisono con quelle dei sindacati: «Noi ecologisti siamo sempre stati a favore della riduzione dell’orario lavorativo e proponiamo ad esempio la settimana di trentadue ore. Perché l’ecologia è anche qualità della vita, e lavorare fino a 64 anni non fa parte della nostra politica», ribadisce Dominique Trichet-Allaire, militante e consigliera dipartimentale del partito. 

Lo spiega anche Gabriel Mazzolini, portavoce della Ong “Les Amis de la Terre”: «In quanto organizzazioni ambientaliste dobbiamo imporre una certa visione del lavoro del futuro e proporre modelli di mercato del lavoro che corrispondono ai bisogni ecologici. È una battaglia culturale e noi abbiamo già sostenuto il movimento nel 2019 (contro la riforma delle pensioni, ndr) perché storicamente il movimento ambientalista francese ha un punto di vista sulla questione del lavoro e della durata del lavoro». 

«Abbiamo bisogno di uscire dal dogma della crescita, di cambiare completamente il nostro modello di società per rispondere alla crisi ecologica ma anche per risolvere la questione della riforma delle pensioni», evidenzia invece Pablo Flye, portavoce di “Fridays For Future France”. L’attivista diciottenne sottolinea anche che questa riforma potrebbe far passare le rivendicazioni ambientali in secondo piano: «Il fatto che stiamo perdendo dei diritti sociali che vanno nella stessa direzione del nostro ideale di società, fa sì che ci batteremo innanzitutto per non perderli e questo ci impedisce di avanzare su altri fronti. Sappiamo che fino a marzo non saremo ascoltati sulle questioni ecologiche».

È anche uno «spirito di solidarietà intergenerazionale» a spingere i giovani manifestanti a unirsi alle proteste: «Sappiamo di avere il sostegno delle altre generazioni nelle nostre marce per il clima, quindi è normale battersi anche per loro», commenta Flye. Al fianco dei giovani, molte persone più anziane, spesso pensionate, militano oggi all’interno di associazioni ambientaliste, e la riforma potrebbe influire su questa loro partecipazione, togliendo loro tempo e energia. Gabriel Mazzolini conferma: «In Francia il movimento climatico è dall’inizio intergenerazionale. Ci sono sempre più persone anziane che realizzano il peso di decenni di produttivismo nel quale abbiamo vissuto. Molti ci dicono: adesso mi rendo conto dei danni che abbiamo provocato con questo modello di sviluppo».  

Precari nel lavoro e per il clima
Per i manifestanti, alzare l’età pensionabile (con il pretesto che l’aspettativa di vita aumenta) vuol dire anche negare gli effetti della crisi climatica non solo sul pianeta, ma anche sulla salute. «Lavorare più a lungo vuol dire che le persone saranno meno in salute. Una riforma delle pensioni che non tiene conto in nessun modo dell’urgenza ecologica negli scenari a venire è un vero problema», afferma Anne Le Corre, fondatrice di “Printemps Écologique”, un sindacato nato nel 2020 per portare la transizione ecologica all’interno delle imprese. 

Tra le prime vittime di questa riforma, considerata da molti capace di accentuare le disuguaglianze già esistenti nel sistema previdenziale francese, vi sono le persone più povere, più precarie e coloro che svolgono i mestieri più usuranti. Le stesse categorie a essere maggiormente esposte agli effetti della crisi climatica. «Le persone che lavorano più a lungo sono spesso anche quelle che lavorano all’aperto, come gli operai. Con le ondate di caldo, le condizioni lavorative saranno ancora più pesanti: sarà una doppia pena per loro», precisa la sindacalista. 

Oltre agli eventi climatici estremi, le persone più povere sono anche esposte maggiormente all’inquinamento e ai disagi dovuti ai problemi di isolamento termico degli edifici. Si tratta di effetti che possono avere conseguenze sulla salute e sull’aspettativa di vita: «Saranno i più poveri, i più precari a pagare il prezzo di questa riforma. Sono persone che non potranno godere della pensione, pur avendo versato i contributi, quindi è fondamentalmente ingiusto. E sappiamo anche che sono loro a subire di più il cambiamento climatico, a morire di tumori e di malattie dovute, ad esempio, all’inquinamento atmosferico», sottolinea la consigliera dei Verdi. Oggi, in Francia, la differenza di aspettativa di vita tra un uomo operaio e un dirigente è di 6,4 anni. 

Effetto indiretto sui combustibili fossili 
Agli effetti negativi su produttività e disuguaglianze denunciati dai manifestanti, inoltre, si aggiungono anche gli effetti meno diretti, ma che riguardano il finanziamento di progetti dannosi per il clima. Secondo gli attivisti e le associazioni, questa riforma porterebbe al decadimento del sistema previdenziale a ripartizione, in cui i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni attuali, favorendo sempre più un sistema complementare (detto “a capitalizzazione”). 

Quest’ultimo si basa su assicurazioni e investimenti finanziari. Secondo uno studio pubblicato la settimana scorsa dalla Ong “Reclaim Finance” sull’impatto della riforma delle pensioni sul clima, «alzando l’età pensionabile e accelerando l’aumento degli anni di versamento dei contributi, la norma fa pesare il rischio di una diminuzione delle pensioni. Questa incita i cittadini a costituire un risparmio supplementare, che permette di completare le pensioni e/o di contemplare una pensione anticipata».

Il problema sta nel fatto che la maggior parte degli attori dei fondi pensionistici, come ad esempio Swiss Life, Natixis, Axa, BNP o Crédit Agricole, sostengono progetti incentrati sul gas e il petrolio. Secondo la Ong «siamo di fronte ad una riforma liberale, cioè una volontà di privatizzare il sistema previdenziale in Francia. Succederà che alcuni cominceranno a immettere denaro in assicurazioni private per poter andare in pensione prima, perché un metalmeccanico a 58 anni non ce la fa più».

I primi ad imporsi sul mercato «saranno le assicurazioni e le banche. Ossia le stesse società che oggi sostengono, con investimenti da decine di miliardi di euro, vari progetti di espansione delle energie fossili ovunque nel mondo. Un esempio? L’oleodotto Eacop, costruito da Total Énergies in Uganda e Tanzania”, aggiunge Gabriel Mazzolini. 

In Italia, il sistema previdenziale è suddiviso in un sistema obbligatorio a ripartizione e in uno complementare – e facoltativo – che si basa proprio sulla capitalizzazione individuale. «Noi chiediamo una pensione a 60 anni con un sistema a ripartizione, come quello di oggi», conclude il direttore di Greenpeace France. Per finanziare le pensioni, molti propongono di tassare i miliardari francesi, la cui ricchezza è aumentata del cinquantotto per cento dal 2020 (secondo un report di Oxfam). «Solamente il due per cento della ricchezza dei miliardari francesi basterebbe a finanziare il deficit delle pensioni», si legge nel documento. E, dati alla mano, sono proprio i miliardari ad avere un impatto maggiore sul clima e l’ambiente.