A Davos c’è poca nevePer salvare l’economia globale non basterà la percezione del rischio

Secondo il Global Risk Report del World Economic Forum, i pericoli di cui siamo più consapevoli, come il clima, sono quelli per cui governi e imprese sono meno pronti, nonostante decenni di convegni e studi. Le conseguenze dell’inflazione sono qui per restare

Attivisti a Davos per il World Economic Forum
AP Photo/Markus Schreiber

Crisi dei prezzi e dell’inflazione e crisi climatica: sono questi, e c’è poco da scappare, i «pericoli» che lo sviluppo del mondo dovrà affrontare nei prossimi anni. A dirlo, con scandita chiarezza, è il centro studi del World Economic Forum di Davos (i cui lavori sono appena iniziati) nel suo annuale Global Risk Report 2023.

Il rapporto si occupa, in buona sostanza, di leggere il presente, metterne insieme i dati e le analisi, e sulla base di quelli, stilare un elenco di «rischi» cui la stabilità del mondo nel medio e nel lungo termine andrà incontro. Attenzione però: non si tratta di previsioni. Ma di lettura del presente. Di enumerazione delle cause e di logica desunzione degli effetti. Il Global Risk Report non immagina il futuro, ma mette in colonna gli addendi che, oggi, conosciamo.

In base a questo esercizio aritmetico, il centro studi di Davos ha stilato un elenco di problemi che l’economia mondiale affronterà di sicuro e al netto di qualsiasi cigno nero (pandemie, guerre, improvvide elezioni presidenziali americane) il destino possa far uscire dal cilindro.

Tabella che riassume il Global Risk Report Davos 2023

L’elenco è questo e in cima alla colonna di sinistra, quella dedicata ai rischi nel breve periodo, si trova l’aumento dei prezzi; in cima alla colonna di destra, quella dei rischi nel lungo periodo, si trova l’esplosione della crisi climatica e ambientale (l’ambiente, va detto, in tutte le sue declinazioni la fa da padrone in entrambe le classifiche).

Per quel che riguarda il maggior pericolo a breve termine, ossia l’inflazione, secondo il Wef, anche se le previsioni di sua sostanziale scomparsa entro il 2024 dovessero avverarsi, le conseguenze del suo arrivo potrebbero essere destinate a rimanere. Così come destinate a rimanere potrebbero essere le cause che hanno portato alla sua esplosione negli ultimi mesi, cui le politiche deflattive di azione sui tassi operate delle banche centrali hanno solo messo una pezza.

«Anche se alcune economie sperimentano un atterraggio economico più morbido del previsto – scrive il report – la fine dell’era dei bassi tassi di interesse avrà conseguenze significative per i governi, le imprese e gli individui. Gli effetti a catena saranno avvertiti in modo più acuto dalle parti più vulnerabili della società e dagli Stati già fragili, contribuendo all’aumento della povertà, della fame, delle proteste violente, dell’instabilità politica e persino del collasso dello Stato. La nuova era economica che ne risulterà potrebbe essere caratterizzata da una crescente divergenza tra Paesi ricchi e Paesi poveri e il primo rallentamento dello sviluppo umano da decenni».

Diverso è il discorso per le crisi ambientali, perché portano con sé un paradosso: sono quelle di cui sappiamo tutto e, allo stesso tempo quelle per le quali siamo meno attrezzati.

Esistono modelli straordinariamente accurati e da decenni si tengono convegni e incontri che ci dicono esattamente come, cosa e quando succederà, eppure, nonostante tutto questa abbondanza di informazioni e conoscenza, la crisi climatica è quella di cui siamo meno consapevoli e quella che più latita non solo (e non tanto) nelle agende dei governi, quanto nei desiderata degli elettori che quei governi eleggono e modellano.

«I rischi climatici e ambientali sono al centro della percezione dei rischi globali nel prossimo decennio e sono i rischi per i quali siamo considerati i meno preparati. La mancanza di progressi profondi e concertati sugli obiettivi dell’azione per il clima ha messo in luce la divergenza tra ciò che è scientificamente necessario per raggiungere lo zero netto e ciò che è politicamente fattibile», scrive il report, individuando il nocciolo della inefficacia delle politiche ambientali: la discrasia tra il necessario e il politicamente possibile.

Il tutto in una situazione che, sempre per paradosso, vedrà gli effetti della crisi climatica accentuarsi e, allo stesso tempo, le risorse per farvi fronte ridursi, perché quelle stesse risorse saranno necessarie per coprire altri, più cocenti, fronti di crisi.

«Le crescenti richieste di risorse del settore pubblico e privato da altre crisi ridurranno la velocità e la portata degli sforzi di mitigazione nei prossimi due anni, insieme a progressi insufficienti verso il sostegno all’adattamento richiesto per quelle comunità e Paesi sempre più colpiti dagli impatti del cambiamento climatico. Poiché le crisi attuali distolgono le risorse dai rischi derivanti nel medio e lungo termine, gli oneri sugli ecosistemi naturali aumenteranno dato il loro ruolo ancora sottovalutato nell’economia globale e nella salute globale del pianeta».

Quindi questo è il mondo che si vede oggi dalle montagne (poco) innevate di Davos. Un mondo che si affanna a stare dietro alle contingenze, ma che stenta a mettere in atto progetti di ampio respiro. Un mondo nel quale prevedere il futuro è difficile, anche se c’è un centro studi che mette in colonna gli addendi.

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