Riesi, ItaliaJacinda, Roccella, la bidella e l’era del chi l’avrebbe mai detto

In un’epoca stressante per finta, ci sono chiari i limiti del nostro mondo ed è più conveniente perorare le cause che danno solo vantaggi di posizionamento

L'ex premier neozelandese Jacinda Ardern
AP/LaPresse

Nei momenti di buonumore, sempre più rari, io mi convinco che la sindrome del «ma chi l’avrebbe mai detto» nasca a Riesi, provincia di Caltanissetta, secondo Google una decina di migliaia di abitanti, ma immagino che negli anni Cinquanta fossero di più.

Negli anni Cinquanta, quando Eugenia Roccella ci passa i primi cinque anni di vita e si convince che quello sia il centro del mondo: quando sei piccolo, è normale che i limiti del tuo sguardo siano i confini del mondo – la cosa grave è se continui a crederlo da grande.

A cinque anni – lo racconta in “Una famiglia radicale, il suo memoir appena pubblicato da Rubbettino – la Roccella raggiunge i genitori a Roma, e scopre con incredulità che in città nessuno sa cosa sia Riesi. Peggio: usano «Caltanissetta» come metonimia di «luogo fuori dalla civiltà», stravolgendo le certezze della piccola Eugenia. Caltanissetta è «una splendente metropoli, con la Standa», mormora la piccina, mentre forse inizia a capire Schopenhauer.

Avanzamento veloce di qualche decennio, la Roccella è ministro del governo Meloni, ed è una delle più plastiche rappresentazioni del machilavrebbemaidettismo. La sindrome del «ma chi l’avrebbe mai detto», infatti, colpisce gli italiani dei social soprattutto rispetto al cattolicesimo, invero una bizzarra novità nella vita pubblica italiana.

Mai timorosi di sembrare discesi dalla montagna del sapone, i commentatori che si autocertificano intelligenti, sui social, non mancano mai di trasecolare quando un cattolico esprime posizioni cattoliche. Pensano che essere etero sia meglio che non esserlo: ma chi l’avrebbe mai detto. Sono a favore della riproduzione: ma chi l’avrebbe mai detto.

Quindi venerdì la Roccella va a promuovere il suo libro da Serena Bortone, nel pomeriggio di Rai 1, e quando la Bortone chiede se l’aborto sia una libertà delle donne risponde: «Purtroppo sì» (poi si spiega per due minuti, che nessuno posta sui social, naturalmente: la dialettica dei meme ha tempi più stretti di quelli televisivi). Twitter assume una dolente postura che sta a metà tra De Amicis che commenta il sorriso di Franti, e Manzoni che dà della sventurata alla monaca di Monza.

Leggo gente, non informata che l’alcol è cancerogeno, dire che un ministro che si esprime a sfavore di una legge dello Stato va licenziato. Immagino direbbero lo stesso se un esponente delle istituzioni statunitensi dicesse qualcosa contro la pena di morte.

E insomma per un quarto d’ora, nel fine settimana, lo scandalo è che una ministra cattolica non sia contenta che io possa liberarmi di quello che per me è un ingombro nel mio utero e per lei è un bambino. Ma chi l’avrebbe mai detto.

È stato un fine settimana fitto di sveltine dello scandalo, un altro quarto d’ora è stato occupato dal discorso di Jacinda Ardern, primo ministro (scusate, ma «prima ministra» sembra il nome d’una zuppa Knorr) della Nuova Zelanda, che ha scoperto – ma chi l’avrebbe mai detto – che governare un paese è più impegnativo che caricare la lavastoviglie. Poiché se c’è una specializzazione della società degli opinionisti è quella in sbagliatezza dell’angolazione dello sguardo, ci si concentra su concetti assurdi in lingue ignote.

Burnout, great resignation, quiet quitting e altri modi in cui fingiamo di credere che vivere nel tempo della lavasciuga e della cena a domicilio sia più stressante che vivere nel tempo in cui dovevi scaldare l’acqua in una pentola per lavarti. In quello che i superficiali liquiderebbero come refuso e che è invece un formidabile colpo di coda dell’inconscio, ho letto un articolo sulle dimissioni silenziose in cui esse non erano più «silenziose» ma «pressoché»: quite quitting.

È abbastanza ovvio che la tizia che dice «scusate ma non ce la faccio a governare il paese» sarà non un esempio di come l’equilibrio tra vita e lavoro vada ripensato – come credono le vieppiù fesse femministe dell’Instagram – ma un’arma per chi vuol teorizzare che le donne siano troppo pappemolle per avere incarichi di responsabilità: affidereste un consiglio d’amministrazione o una sala operatoria a una che poi vi frigna che ha il burnout?

Prima che – inevitabilmente – finisca così, vorrei mettere a verbale che non è la vagina a rendere Jacinda non all’altezza. Era una donna Margaret Thatcher. Era una donna Golda Meir. Era una donna Nilde Iotti. È una donna Angela Merkel. («Io non credo che le donne siano deboli», ha detto Roccella a Bortone in un passaggio così impopolare e vegliardo che nessuno l’ha postato sui social). Jacinda, prima che una donna, è una nata negli anni Ottanta, il decennio i cui nativi hanno inventato il piscialettismo strutturale.

Appartiene alla generazione la cui ontologia è il lamento, il cui profondo convincimento è che nessuno mai sia stato sfortunato quanto lei, vessato quanto lei, affaticato quanto lei. Generazione che – come quelle successive, entusiaste eredi del piscialettismo – vive in un tempo i cui adulti sono così terrorizzati di sentirsi dare dei boomer che non rispondono mai «ma cosa dici, ma vai a lavorare». E quindi – ma chi l’avrebbe mai detto – finisce così: che una che dovrebbe governare il paese dice «scusate, ma è faticoso», e nessuno le tira le uova.

C’è stato, per un quarto d’ora, anche lo scandalo della bidella pendolare tra Milano e Napoli, che ha diviso in due fasi i polemisti postmoderni: prima quella «vedete, gli stipendi italiani sono troppo bassi»; un quarto d’ora dopo, quella «ho controllato sul sito di Trenitalia, e al lordo di questa woodwardiana impresa vi dico che il costo dei biglietti con cui pendolerebbe non torna». Ma chi l’avrebbe mai detto, il caso umano del giorno era una puttanata come molti dei casi umani del presente.

Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, a me pare che la rivolta contro i giornali che hanno dato spazio a una derelitta sia tale e quale alla rivolta contro la ministra.

Non è che davvero pensiamo che ci sia il dovere del consenso entusiasta nei confronti delle leggi dello Stato, che non basti applicarle ma si debbano anche condividere; non è che davvero pensiamo sia grave credere a una bidella che la spara grossa, senza fare le verifiche che faremmo per un articolo su un furto di armi nucleari.

È che il direttore del giornale che scrive della bidella, così come la ministra d’un governo di destra, non ci faranno mai un contrattino piccino picciò. Non è che i limiti del nostro campo visivo siano tali da non permetterci di riconoscere un’opinione diversa dalla nostra, o una lagna infondata quanto le nostre. È che i limiti del nostro mondo ci sono chiari, ed è più conveniente intraprendere quelle polemiche che danno solo vantaggi di posizionamento, e che vedono il compatto consenso di tutti i nostri potenziali pagatori di fatture.

Chi mai, tra i presentabili nelle cui prebende possiamo sperare, ci rimprovererà per aver detto che l’aborto è un diritto, che gli stipendi sono bassi, che le notizie vanno verificate, che non è giusto che le donne debbano sparecchiare anche se hanno lavori impegnativi? Nessuno: mica siamo a Riesi.