Coalizione a ripetereUna domanda per i candidati al congresso del Pd

Se anche Letta avesse miracolosamente vinto le elezioni, oggi il suo governo sarebbe già caduto, visto come hanno votato sul decreto armi i suoi alleati (e figuriamoci poi se tra questi ci fosse stato pure il Movimento 5 stelle). Cosa pensa di questo problemino chi aspira a guidare i democratici?

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C’è una domanda che forse è venuto il momento di porre ai candidati al congresso del Partito democratico, a partire da una banale constatazione. La constatazione è che, se anche il mini-centrosinistra costruito da Enrico Letta avesse miracolosamente vinto le elezioni, oggi il suo governo sarebbe già caduto, considerando come hanno votato sul decreto armi l’Alleanza Verdi Sinistra da un lato, dall’altro due esponenti di Articolo 1 (tra i quali Arturo Scotto, cioè il coordinatore del partito che si vorrebbe fondere con il Pd, non l’ultimo dei peones) e Paolo Ciani, titolare di un’ulteriore microformazione (Demos) anch’essa generosamente accolta da Letta nella lista «Pd – Italia democratica e progressista».

Non parliamo poi di come sarebbero andate le cose se, come tutti i candidati al congresso sembrano auspicare per il futuro, i democratici si fossero alleati pure con il Movimento 5 stelle (anch’esso contrario al decreto). La domanda è semplice: possibile che per nessuno di coloro che aspirano a guidare il Partito democratico tutto questo rappresenti un problema?

Purtroppo è una domanda retorica. La verità è che non è affatto un problema, per nessuno di loro, perché ci sono abituati. Mettere insieme una coalizione che non la pensa allo stesso modo nemmeno su questioni fondamentali di politica estera e che di conseguenza si sbriciolerà non appena arrivata al governo è il modus operandi del centrosinistra dal 1996 a oggi. È l’essenza di quel famoso «spirito dell’Ulivo» (o del maggioritario) con cui gruppi dirigenti inamovibili si autocelebrano da trent’anni.

Il problema è che una volta al governo tocca decidersi: non si possono contemporaneamente inviare armi all’Ucraina e non inviarle, e soprattutto non si possono avere due diverse politiche estere, con due diverse collocazioni dell’Italia nel quadro delle alleanze internazionali.

Eppure nel dibattito congressuale non c’è traccia della questione. Anzi. Talmente si sono abituati all’idea, che evidentemente non ci fanno nemmeno caso, come se fosse perfettamente normale, e così non solo nessuno chiede un vero chiarimento, ma tutti continuano a parlare solo della necessità di allargare la coalizione ai cinquestelle e di quale terribile errore sia stato non farlo prima delle elezioni. In compenso, abbondano gli interventi sulla presenza di Zelensky a Sanremo.

Se volessi infierire, potrei aggiungere che, qualora le ultime elezioni le avessero vinte, i dissensi sarebbero stati presumibilmente molto più numerosi e molto più rumorosi, tanto nel Pd quanto nei partiti alleati. Ma non c’è bisogno di fare simili supposizioni. Bastano i voti espressi e le dichiarazioni ufficiali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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