Fuori dal tunnelCome il rap aiuta i giovani a sopravvivere nei penitenziari minorili

La musica è al centro di alcuni progetti che puntano a riabilitare socialmente i ragazzi detenuti in Italia, come quello di Don Burgio, cappellano dell'Istituto penale minorile Beccaria di Milano

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Secondo l’articolo 27 della Costituzione italiana la pena deve tendere alla rieducazione dei detenuti. Ma cosa si intende per rieducazione? Per i minori, forse, si può fare un passo indietro e parlare di “educazione”, data l’età. Dei giovani detenuti negli Istituti penitenziari minorili sappiamo che sono poco più di 300, quasi tutti maschi e molti di origine straniera. I progetti di enti e cooperative per portare la cultura in carcere sono troppo pochi e faticano a dare gli strumenti sufficienti per una formazione. «Nelle carceri ormai c’è un progetto educativo datato e inadeguato» pensa don Claudio Burgio, una delle voci che abbiamo interpellato per guidarci in un piccolo viaggio attraverso le barre del sistema carcerario dei minori nel nostro paese. Barre che sono quelle delle celle ma anche il modo in cui vengono chiamati i versi della musica rap, una delle chiavi più adatte a decifrare le personalità complesse dei ragazzi nelle carceri.

Kayrós, il tempo di don Burgio 
Don Burgio è cappellano dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano, insieme a don Gino Rigoldi. Parlando dell’associazione Kayrós, che ha fondato nel 2020 per occuparsi di accoglienza e servizi educativi per adolescenti in difficoltà, ci dice che «Il tempo può essere chronos e trascorrere senza che accada nulla, come spesso avviene in carcere, oppure kayrós, in cui rielaborare il passato per gettare le basi di un progetto di vita». Da Kayrós sono passati alcuni ragazzi di Seven 7oo, il collettivo di San Siro a Milano di cui fanno parte trapper come Neima Eizza e Rondodasosa, saliti alla ribalta delle cronache recenti per problemi con la giustizia. Ma ci è passato anche Baby Gang, il trapper Zaccaria Mouhib di Lecco, finito in carcere per il coinvolgimento con Simba La Rue in una sparatoria avvenuta nel 2022 a Milano. «Sono andato a trovare Zaccaria in carcere da poco» ci dice don Burgio. «Lui sa di sbagliare ma sente troppa rabbia e un accanimento nei suoi confronti. Anche perché non gli permettono di fare concerti». 

Don Claudio spiega che nel nichilismo di questi ragazzi, persi tra mille fragilità, la musica è uno strumento privilegiato per rapportarsi con loro. «Educa perché verbalizza emozioni ed esperienze. Le parole di Baby Gang sono un codice d’accesso alla sua interiorità. Certo nel Beccaria è impensabile che vengano fuori canzoni come le sue, per via della censura. A Kayrós siamo stati contestati perché abbiamo preso la strada di lasciar fare musica senza filtri ma sarebbe interessante, invece, far partire già dal carcere la rielaborazione dei vissuti». 

La libertà di espressione creativa è fondamentale per don Burgio, che ha un passato da direttore della Cappella musicale del Duomo di Milano. «Tanti generi musicali sono nati come contestazione, anche il jazz. La musica porta a galla temi importanti come la discriminazione delle seconde generazioni». Ci sono tanti ragazzi di origine straniera, ribadisce il cappellano, spesso le famiglie non si sono integrate e vivono una crisi d’identità. Poi c’è invece chi sta prendendo una strada più artistica, come Neima Ezza (nato in Mariocco, ndr), che nelle sue nuove canzoni parla d’amore. «Lui è uno che si mette dalla parte dei deboli e lancia temi sull’amicizia. Ai suoi live sembra di essere all’oratorio».

L’educazione rap di Amir Issaa
«Mio padre è stato detenuto a lungo fin da quando avevo 3 anni, per me lavorare nelle carceri è come una missione» esordisce Amir Issaa nella nostra chiacchierata. Rapper romano di origine egiziana, autore di libri tra cui Educazione rap, da una decina d’anni si dedica ai laboratori con studenti e detenuti. Dosando gli interventi in carcere, però, perché ogni volta «si riapre la ferita», ammette. Il progetto a cui partecipa adesso si chiama “Ti Leggo / Il club del rap”, ideato da Loredana Lucchetti e Massimo Bray per Fondazione Treccani Cultura. Finora è arrivato negli Istituti penitenziari minorili di Airola, in provincia di Benevento, e di Catanzaro. 

Agli occhi dei giovani detenuti Amir Issaa fa la differenza anche per le doppie radici. «Essere figlio di un detenuto emigrato dall’Egitto colpisce subito. Tanti ragazzi che incontro sono nati in altri paesi e spesso ascoltano Baby Gang, Simba La Rue, Neima Ezza per le origini straniere. Ma anche perché le storie che cantano non sono inventate. Ormai siamo come gli Stati Uniti dove la delinquenza questi rapper l’hanno vissuta davvero, in casa o al contrario perché una casa non ce l’hanno. In una situazione così difficile, va detto che quando arrivano in carcere, della cultura non gli interessa niente». 

Invece la cultura può essere una strada di libertà, ci spiega Loredana Lucchetti, responsabile del progetto, nato all’interno del più ampio “Ti Leggo” con l’obiettivo di allargare la base sociale della lettura. E aggiunge che «purtroppo il limite dei laboratori è la brevità e il fatto che possono saltare. Per questo stiamo provando, con il ministero della Giustizia, a renderli strutturali e sistematici».

Anche per Issaa la cultura attraverso il rap può essere una via d’uscita. «A livello narrativo perché i ragazzi tirano fuori ciò che sentono facendo anche un lavoro accurato sulla lingua. Per ottenere rime belle alla Tupac bisogna leggere molto. Così gli si ribalta l’immaginario e capiscono che il rapper bravo non è ignorante». E secondo, poi, perché la musica può diventare un lavoro, anche se non è detto che non si possa ricadere nella delinquenza. «Ma io non giudico. Le storie che ci sono dietro sono complesse e il mio compito è di entrare lì in punta di piedi e mostrare che le vite possono svoltare, come è successo alla mia». 

Le Barre di Kento  
Il rapper di Reggio Calabria Francesco “Kento” Carlo ha portato il suo primo laboratorio in un istituto di Roma circa 12 anni fa e non si è più fermato. «Dei 17 istituti presenti in Italia, ne ho girati una decina» ci dice. Sulla base di queste esperienze sono nati videoclip, documentari, serie tv, competizioni di poetry slam, e il libro del 2021 Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile pubblicato da Minimum Fax. 

I suoi laboratori sono focalizzati sulla scrittura e sulle competizioni di poesia performativa, meglio note come poetry slam. «La poesia performativa fatta come una sfida assomiglia molto alle battle del rap» ci fa notare. «È un percorso interessante e divertente che piace ai ragazzi anche perché possono essere loro i giudici». L’obiettivo di Kento non è forgiare rapper professionisti, anche se a volte se può accadere. «Il rap è un mezzo e non un fine. Punto a stimolare la capacità espressiva dei ragazzi, farli confrontare con se stessi e portarli a mettere la penna sul foglio per domandarsi: cosa voglio raccontare di me? È questa la parte difficile perché invece il rap lo conoscono già molto bene».

Kento ci spiega che ai ragazzi in carcere vengono dati dei lettori mp3 con un numero limitato di canzoni, visto che non ci sono Internet né Spotify. «A pensarci bene è quello che faceva la mia generazione negli anni novanta: ascoltare gli stessi pezzi allo sfinimento e con attenzione. Qualcuno di loro ha anche imparato l’italiano in questo modo». I riferimenti dei giovani detenuti partono dallo street rap di Noyz Narcos e Chicoria per arrivare ai loro ex compagni di istituto che una volta liberi si sono messi a fare musica per davvero. «Poi c’è il neomelodico, altro riferimento importante che con il rap ha molto in comune perché entrambi possono definirsi folk contemporaneo, e sono legati ai temi dell’attualità con la stessa credibilità e immediatezza». 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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