Non solo musicaLa vera Fashion week è a Sanremo e inizia il 7 febbraio

Dopo una pausa di riflessione nei primi anni Duemila, la moda e il festival della canzone italiana sono tornati a parlarsi come succedeva una volta. E il merito è anche (e soprattutto) dei social media. Il “toto-stilista” della settantatreesima edizione è ufficialmente entrato nel vivo

Mara Venier e Anna Oxa a Sanremo nel 1994 (LaPresse)

Il Festival di Sanremo (7-11 febbraio) è ai blocchi di partenza, e c’è già chi si vuole intestare un diritto di prelazione sulla vicinanza tra la kermesse e la moda. Per sgombrare subito il campo dai dubbi, va reso chiaro: la città dei Fiori e le passerelle si parlano da molto prima di questa edizione, ma anche di quelle precedenti. E sono impegnate da quasi quarant’anni in un un rapporto che, certo, forse non è stato sempre risolto e facile, ma la loro “corrispondenza di amorosi sensi”, in forma di vestiti, ha segnato alcune tappe fondamentali della storia del costume del nostro Paese, a volte scatenando infuocate discussioni sul merito e l’opportunità, come nei migliori governi centristi.

Per la settantatreesima edizione, che debutta il 7 febbraio, è già partito il “toto-stilista”, con un’Italia appassionata dal “chi vestirà chi”, come non si vedeva da tempo: le attese Paola e Chiara, in una reunion che i millennial aspettavano da più di quindici anni, potrebbero tornare sul palco in Dolce & Gabbana – come fecero già nell’edizione 2005 – con un look Y2K originale (bralette in vista sotto le camicie in seta, denim e mini con pietre colorate) che oggi farebbe urlare al miracolo la Gen Z, alla riscoperta di quegli anni stilisticamente infausti, ma da loro mai vissuti. 

Tutta la community LGBTQIA+ dei bastioni di Milano è in subbuglio per la partecipazione di Elodie, che ha graziato già le scale dell’Ariston nel 2020 (artista in gara) e nel 2021 (co-presentatrice): un percorso di trasformazione stilistica, da partecipante a un talent (Amici) a icona della moda, che ha avuto la sua (ex) stylist Ramona Tabita come complice, portando la cantante romana a presentarsi in quattro look Versace entrati già nel pantheon dei ricordi degli appassionati, nel 2020. 

LaPresse

Una performance che ha alzato le aspettative per l’edizione successiva con dei look firmati da Giambattista Valli Haute Couture, Versace, e un mini-dress argentato Oscar de La Renta che la cantante ha sfoggiato durante un medley musicale. Una volta concluso, tutta la folta comunità modaiola rinchiusa nei propri appartamenti di Porta Venezia l’ha acclamata con un plebiscito bulgaro come «Beyoncé italiana». 

Levante, si sussurra, potrebbe vestire Etro, maison guidata da meno di un anno dal suo conterraneo e amico, il messinese Marco De Vincenzo, che già l’aveva vestita con il suo brand omonimo nell’occasione del festival 2020. Come? Con un crop top e una longuette declinata in diversi colori, parte di una delle collezioni più belle del siciliano (che, oltre a essere direttore creativo di Etro, è anche head designer del settore pelletteria di Fendi). 

Madame, la diciannovenne che nel 2021 aveva esordito nella categoria “Giovani”, si era presentata addirittura in una serie di look Dior, per via di un rapporto di stima consolidato con la direttrice creativa del brand, l’italiana Maria Grazia Chiuri: per questa edizione, però, ci si aspetta un cambio di rotta, anticipata da alcune dichiarazioni criptiche del suo stylist, Simone Furlan. 

I Coma Cose, duo italico di dream pop che deve musicalmente molto (forse troppo) ai Beach House, hanno annunciato che indosseranno gli abiti della signora del punk da poco scomparsa, Vivienne Westwood, dopo un’edizione – quella dell’esordio del 2021 – dove erano arrivati in MSGM. L’esordiente Gianmaria, volto da protagonista di un anime romantico ambientato a Reykjavik, è già entrato nel cono d’attenzione della moda, aprendo l’ultima sfilata di MSGM (autunno-inverno 2023). Ecco perché ci si aspetta che le maison orientate alla Gen Z facciano la fila per vestirlo. 

I Coma Cose (LaPresse)

Arriviamo ora alla presentatrice dell’edizione corrente, Chiara Ferragni, che salirà sul palco dell’Ariston in abiti realizzati per l’occasione da Dior e Schiaparelli (sperando di evitare le teste di leone dell’ultima sfilata couture della maison, che tanti meme hanno scatenato). I veri cultori, però, ripetono come un mantra un solo nome. Stiamo parlando di Anna Oxa, che tornerà per la quindicesima volta al Festival (sedicesima, se si conta l’edizione del 1994, dove arrivò in total look Gianni Versace). Nessuno ha ancora idea di cosa la camaleontica artista barese indosserà sul palco, ma si è certi che non si rimarrà privi di argomenti di discussione. 

In effetti, a guardare nel passato, se c’è da ritrovare una qualche artista che può vantare un rapporto di affinità elettive con la moda – capace di interpretare lo spirito del tempo – e portarlo sul palco più nazional-popolare e piccolo-borghese di tutti, Oxa può certo essere considerata parte di un triumvirato couture che, negli Anni 80 soprattutto, ha scioccato l’Italia, insieme ad altre due “ragazzacce”, Patty Pravo e Loredana Bertè. E lo hanno fatto con il beneplacito dei creatori – o, a volte, dei costumisti – che le hanno aiutate.

Nel 1984, ad esempio, la “ragazza del Piper”, come era stata soprannominata la Pravo, che nel famoso locale romano aveva mosso i primi passi, si presentò intonando le prime note di “Per una bambola”, scendendo le scale in un abito in maglia di ferro Gianni Versace, con ventaglio alla mano e acconciatura che voleva omaggiare il Giappone dei samurai. Un look che oggi scatenerebbe feroci accuse di cultural appropriation, ma che trentanove anni fa, con una consapevolezza sociale diversa, era il semplice omaggio del designer calabrese a un Paese del quale era assai appassionato. 

Il look contribuì a regalare un’eleganza mistica, quasi trascendentale, alla cantante veneziana, ponendola su una dimensione a metà tra donna e divinità pagana, e rendendo chiaro a tutti come quel fascino ferino eppure distante, feroce e ultraterreno avesse mietuto tra le vittime anche un’altra personalità entrata nel glossario del rock alla voce “divinità pagane”, Jimi Hendrix.

Nel 1986, invece, in piena esplosione di un pop melodico e buonista (vincerà “Adesso tu” di Eros Ramazzotti) a sparigliare le carte, ci pensa Loredana Bertè che canta “Re” in un mini-dress di pelle con stud sulle spalle (e finto pancione correlato). Un outfit che scatenò critiche feroci e che voleva essere invece una dichiarazione d’amore alle donne in stato di gravidanza. 

«Un costume pazzesco disegnato per me dal grande costumista Sabatelli», disse anni dopo la stessa Bertè. «Per molti è stato un errore, ma per me no. Volevo dimostrare che una donna quando è incinta non è malata, ma è ancora più forte». Il brano, il primo motivo rock mai portato a Sanremo, le costerà l’ammirazione di Sting e lo stralcio del contratto da parte della casa discografica. Per quanto riguarda l’abito, si è certi che, nelle settimane tragiche successive alla tragedia del Pertini, in tempi nei quali si discute, finalmente, di violenza ostetrica, sarebbe ancora capace di scatenare polemiche, far spendere fiumi d’inchiostro e raggiungere la viralità social. 

Nello stesso anno, a raggiungere il quinto posto sarà Anna Oxa, che canta “È tutto un attimo”, con un vestito nero con scollo a goccia sull’ombelico e cappuccio. Un look studiato per lei dallo stilista Paolo Negrato, che non ebbe forse il meritato successo per aver contribuito a consegnarci una Oxa vestale gotica (con un abbigliamento che nel 2022 ha omaggiato Noemi, in un abito firmato invece da Alberta Ferretti, privo però del cappuccio).

Se però nel 2022 mostrare la pancia non fa aggrottare le sopracciglia di nessuno, nel 1986 l’Italia bacchettona della tv doveva ancora abituarsi a inglobare all’interno dei suoi schermi ciò che succedeva da tempo sulle strade delle città italiane. Nel 1970, Raffaella Carrà aveva creato un pandemonio per essersi mostrata a Canzonissima con la pancia in bella vista. Anche al netto dei sedici anni trascorsi pareva ancora di cattivo gusto presentarsi sul palco della maggiore kermesse canora con l’ombelico offerto allo sguardo. 

A guardare quell’abito, oggi, si pensa alla ciclicità della moda: dopo il persistente revival Y2K, alcune tra le maison più intellettuali stanno già procedendo al recupero degli esuberanti anni Ottanta. Da Valentino ad Alaïa, passando per Yves Saint Laurent che, per la collezione primavera/estate 2023, ha fatto sfilare al Trocadero sotto le luci della Tour Eiffel degli abiti con cappuccio assai simili, che guardavano ad un’altra diva degli Anni 80, Grace Jones. Nel 1987, persino lo stilista più intellettuale e anti-sistemico di tutti, Romeo Gigli – uno che ha portato il minimalismo in purezza in un Paese fino ad allora produttore di barocchismi di successo – arriva a Sanremo, indosso a Fiorella Mannoia, che canta “Quello che le donne non dicono”. 

Infine, nel 1999, sempre parlando di creatori che hanno cambiato il modo nel quale ci approcciamo all’armadio – ma anche poi al sesso, in questo caso specifico – di nuovo Anna Oxa, mostrerà all’impietrito pubblico sanremese il futuro, cioè quello che stava succedendo, nello stesso momento, sulle passerelle dei brand più importanti. La cantante intona “Senza Pietà”, in un top senza maniche e un pantalone ampio, il make up bronze lucido, i colpi di sole quasi bianchi sulla folta chioma, liscissima, e il perizoma che sbuca dalla vita bassa. 

Dopo aver fatto scoprire l’ombelico al palco sanremese, nel 1999 Anna Oxa andò oltre, scendendo qualche centimetro e mostrando il perizoma. Un ensemble pensato per lei da un creativo oggi venerato come una divinità, proprio per il suo lavoro di quegli anni da Gucci, di cui era il direttore creativo: Tom Ford. Un nome, il suo, ancora capace di far accelerare i battiti e causare commozione tra gli insider del settore, battezzato come “l’inventore dello stile porno chic” – tendenza che poi, vent’anni dopo è invecchiata senza troppa gentilezza.  Se persino il mondo della moda, abituato a qualunque eclettismo, considerava il texano Ford un innovatore capace di giocare col sacrilego, si lascia immaginare ai lettori i tumulti emotivi e i travasi di bile a cui andò incontro il pubblico generalista di Sanremo.

Anna Oxa a Sanremo nel 1999 (LaPresse)

A onor del vero, negli anni successivi, Festival e moda si sono presi una pausa di riflessione, con successive ricadute nella fatale attrazione: una distanza dovuta, però, al fatto che dagli anni Novanta in poi le maison di moda sono andate incontro a profondi mutamenti, trasformandosi da aziende a dimensione familiare in gioielli della corona dei gruppi finanziari francesi, quelli dei magnati Arnault e Pinault (rispettivamente capi supremi dei gruppi del lusso LVMH e Kering) che qualche anno prima avevano iniziato ad acquistare brand come casse d’acqua al supermercato. 

Nel 1985 Arnault divenne amministratore delegato di Christian Dior, nel 1988 acquistò Cèline, nel 1993 Berluti e Kenzo, nel 1996 Loewe, nel 1999 Emilio Pucci, nel 2000 Fendi. Del 1999 è invece l’acquisizione di Gucci (e anche di Saint Laurent) da parte di François-Henri Pinault: una vittoria frutto di una guerra finanziaria senza quartiere tra lui e Arnault, dalla quale gli sceneggiatori di Succession potrebbero prendere spunto. La digressione storica serve qui a ricordare un aspetto importante: brand una volta italiani sono stati arruolati negli anni in gruppi internazionali che avevano tutto l’interesse a renderli globali, evitando quindi ricadute (pop)olari.

Le cose sono però cambiate negli anni della pandemia, quando, a corto di eventi e red carpet globali sui quali presentare e pubblicizzare le loro creazioni, le grandi maison sono tornate a puntare lo sguardo sull’unico evento che, con le dovute misure di sicurezza, non è mai mancato sugli schermi degli italiani, riscoprendone l’antico fascino. E allora via con Irama in Givenchy (operazione firmata dallo stylist Simone Rutigliano). La rappresentante di Lista addirittura in Maison Valentino Couture e poi Moschino, i pastiche dei Maneskin in Etro e quelli di Achille Lauro in Gucci, esperimenti a metà tra il Cirque du Soleil e il Tale e quale Show. 

Il festival e la moda tornano a tubare profusamente in un rinnovato universo, quello dei social italici, dove, a seconda delle situazioni, ci si reinventa allegramente epidemiologi, allenatori e, da qualche anno a questa parte, anche esperti di stile, nuovamente innamorati di un sistema, quello modaiolo, che per anni si è negato. E che oggi torna a dipanare le sue visioni anche nella cittadina ligure. 

Si attende di scoprire cosa stilisti, stylist e star hanno in serbo (e in guardaroba) per questa edizione: la realtà, però, è che il compito della moda, da sempre, è stato quello di interpretare il presente e prevedere il futuro, al netto di immaginari non sempre piacevoli o digeribili, e riconsegnarlo in forma di abiti. Per farsene tramite non è mai bastata la canzone giusta, il robusto following o la maison più influente come alleata: l’ingrediente segreto, quello che ha accomunato chi quel festival lo ha scandalizzato e sedotto, è stata la capacità degli artisti in gara (e in alcuni casi dei loro stylist) di rischiare. 

Rischiare di non piacere a tutti, rischiare l’abito improbabile ma autentico rispetto al proprio sentire, scegliendo di rimanere fedeli solo a se stessi (e non alle percezioni e ai preconcetti massificati). La moda non è un gioco da principianti, ma espressione dello spirito del tempo. E per incarnare, nel bene e nel male, lo spirito di oggi, serve una buona dose di coraggio. In passato ci siamo già riusciti, ora rimane la speranza di riuscire a replicare quel successo. Anche perché, oggi, gli scandali e i casi si esauriscono quando cade il sipario sull’Ariston e scadono le ventiquattro ore delle stories di Instagram. Che sarà mai. 

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