La lingua delle emailCon «spero tutto bene» vogliamo sembrare preoccupati, invece siamo preoccupanti

L’espressione ha conosciuto un improvviso picco di popolarità nei lunghi mesi del primo lockdown nelle comunicazioni di lavoro, con il merito di saltare un passaggio, ossia l’attesa della risposta alla domanda «come va?». Ma anche adesso che la precarietà del Covid è sfumata ci auguriamo questa speranza, senza crederci davvero

Viviamo in tempi precari, tra guerre che scoppiano, minacce nucleari, attentati islamisti, bombe anarchiche, attacchi hacker, terre che tremano, clima che si riscalda, fiumi in secca, linea della palma che avanza, polveri sottili che si addensano, benzina che sale, prezzi che corrono, lavoro che manca, virus che fanno la ola, negazionisti di tutti i tipi, terrapiattisti, creazionisti, dei che muoiono e-anche-io-non-mi-sento-troppo-bene.

Sarà forse per questo che l’innocua, totalmente desemantizzata formula rituale d’uso quando ci si vede o ci si sente per telefono dopo un po’ di tempo – «Come va?», variante più sollecita «Come stai?», più colloquiale «Come butta?»; risposta raccomandata «Bene-grazie-e-tu», pronunciata senza neppure l’intonazione interrogativa perché tanto la risposta non interessa, interessa soltanto esaurire i convenevoli e venire al dunque – nel passaggio dal parlato allo scritto si è trasformata, negli ultimi anni, nel più preoccupato (preoccupante) «Spero tutto bene».

Nelle comunicazioni genericamente di lavoro, «Spero tutto bene» è la formula di attivazione fàtica di ogni email (o di qualunque altra forma di messaggistica) che non provenga da una lista di distribuzione e che perciò abbia almeno l’apparenza di un testo «dedicato» (in realtà sapete benissimo che il più delle volte si tratta di un messaggio con molti destinatari e che il mittente si limita a intervenire nella prima riga inserendo il vostro nome dopo la parola «Caro/a», o dopo il più neutro «Ciao» che aggira pure il problema del genere, o il più formale «Buongiorno», in questo caso seguito da «sig./dott./prof.» o relativi femminili). Naturalmente, anche qui, il presupposto è che il contatto avvenga dopo un certo intervallo di tempo – non avrebbe senso, o tradirebbe una apprensività ai limiti del patologico, sperare tutto bene di una persona con cui ci si è messaggiati il giorno prima.

Rispetto a «Come va?», «Spero tutto bene» ha anche il pregio di saltare un passaggio, ossia l’attesa della risposta (che in uno scambio non in presenza potrebbe anche tardare – e non fosse mai che il destinatario prendesse la domanda alla lettera e si mettesse a raccontare i suoi guai), sveltendo così tutta la faccenda. Proprio perché il destinatario non è presente di persona o al telefono, né si può sapere se sia in qualche modo connesso o comunque raggiunto dalla comunicazione, e quindi la sua risposta desemanticatamente rassicurante non è richiesta, il mittente implicitamente la assume per scontata e dopo essersi autorassicurato – o quanto meno scaricato la coscienza («beh, io l’ho detto; se poi non è così…») – passa al motivo del suo messaggio.

Il problema è che, a differenza di «Come va?», «Spero tutto bene» non si è ancora del tutto desemantizzato. O almeno un residuo (un sospetto) di effettiva sincera partecipazione nell’auspicio, in questi tempi incerti, permane. Infatti la formula – evoluzione più sbrigativa e professionale dell’iniziale «Spero che tu/lei stia bene», o della più lambiccata «Spero che questa mia Ti/La raggiunga in salute», che già cominciavano a circolare – ha conosciuto un improvviso picco di popolarità nei lunghi mesi del primo lockdown, quando le vittime si contavano a centinaia ogni giorno, qualcuno aveva ripreso a lavorare da casa, qualcuno no, qualcuno magari il lavoro l’aveva perso e quindi un messaggio di quel genere, affidato alla posta elettronica o simili, non si poteva mai sapere se avrebbe raggiunto il destinatario e in quali condizioni l’avrebbe trovato, per cui era sempre meglio cautelarsi.

E anche adesso che il Covid fa meno paura, ma nuovi-antichi flagelli si affollano a reclamare la loro porzione di speranza, il senso di precarietà non ci ha lasciati. Come è testimoniato, in questi messaggi, non soltanto dalla guardinga premessa augurale, ma anche dal modo in cui viene esternata: gli antichi Romani, più sicuri di sé e del mondo, concludevano le loro epistulae con un imperativo «vale!» (così, invariabilmente, Seneca quando scriveva a Lucilio; analogamente, nel greco antico, cháire o érroso), ossia «Sta’ bene», «Passatela bene» (in tutti i sensi, non unicamente nel senso della salute); noi, perplessi abitatori di un presente che ha realizzato la distruzione delle certezze ben oltre la profezia nietzscheana, più prudentemente ci limitiamo, senza crederci davvero, alla forma ottativa della speranza. Ma quanto ci sono troppe cose per cui sperare, vuol dire che c’è poco da sperare.