Casa liberal democraticaCosa devono fare Azione e Italia Viva per costruire un nuovo grande partito (in sette punti)

Nella crisi del sistema politico italiano, i promotori di un nuovo polo riformista, europeista, pluralista devono saper intercettare la domanda dell’elettorato attivo in modi che non sono riusciti praticamente a nessuno negli ultimi anni

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I principali promotori della nuova organizzazione liberaldemocratica, Azione e Italia Viva, hanno detto in più occasioni che intendono costruire un partito: non un movimento, non un rassemblement, ma un partito. Ma per costruire un partito non basta la volontà di farlo: occorre anche una capacità di proporre qualcosa che, aderendo al tempo presente, risponda alle aspettative di quella piccola parte di cittadini che hanno intenzione di investire nella sua vita una parte delle proprie risorse, economiche e soprattutto temporali. Qualcosa che venga “domandato” dal nostro tempo, non solo che venga “offerto”.

Pare opportuno aprire questa riflessione partendo dal riconoscere che i tentativi ricorrenti negli ultimi tre decenni di costruire forme organizzate di partito non hanno funzionato: si sono costruiti soprattutto partiti-movimento di natura personale, spesso legati a leadership proprietarie (Forza Italia, Movimento 5 stelle). Nel mentre, quelli che si considerano ancora “partiti politici” vivono un’inesorabile crisi e l’unico che si autodefinisca tale continua a ripetere di doversi rifondare.

Il partito moderno
Probabilmente questa serie di difficoltà e insuccessi affonda le sue radici in una scarsa riflessione sulla profondità storica di quella particolare forma organizzativa chiamata partito. E soprattutto, dei partiti di massa quelli che nascono a fine Ottocento fuori dalle istituzioni parlamentari.

È una modalità organizzativa che si è affermata nelle società di massa industrializzate del ventesimo secolo all’interno delle culture politiche del movimento operaio che attribuivano all’emancipazione del lavoro, al dare voce agli esclusi, la loro finalità storica.

Il partito costituiva dunque lo strumento per raggiungere questo obiettivo che fino alla metà del secolo scorso non si era mai pienamente liberato di suggestioni rivoluzionarie, messianiche e palingenetiche, che hanno convissuto con opzioni riformatrici, seppur anch’esse pienamente intrise dall’aspettativa di cambiare il mondo dalle radici: uno strumento, infatti, che è servito per fare la rivoluzione dalla Russia alla Cina, a Cuba, ma anche a guidare la partecipazione dei lavoratori nella vita delle istituzioni democratiche fino alla conquista del governo come nell’Europa occidentale.

Il trinomio masse-emancipazione-potere politico ha dunque connotato la natura del partito politico moderno dotato però di una forza che andava ben oltre la rappresentanza politica delle classi subalterne e delle loro istanze ideali perché costrinse tutti gli altri soggetti sociali ad assumere forme organizzative similari per difendere non solo i loro interessi ma anche le loro concezioni del mondo. Dalla fine dell’Ottocento alla fine del secolo scorso – cioè in quei cento anni nei quali si affermò la società di massa, il capitalismo fordista e la democratizzazione della società – i partiti modellarono i sistemi politici e la vita stessa delle istituzioni parlamentari, organizzando e rappresentando l’insieme delle “domande” che provenivano dalla società.

Il trentennio 1945-1975 fu l’epoca nella quale mentre l’idea di rivoluzione sbiadiva nei totalitarismi comunisti sempre meno attrattivi a livello globale, il ruolo dei partiti nel guidare il «compromesso socialdemocratico» raggiunse il massimo livello di efficacia e il più alto grado di legittimazione politica nella misura in cui seppero determinare un intreccio virtuoso tra stato di diritto e giustizia sociale mai raggiunto in precedenza.

Ma questa società ormai appartiene al passato: alla società di massa si è sostituita la società individuale di massa e il capitalismo molecolare finanziario e del terziario informatizzato su scala globale ha preso il posto del capitalismo fordista statalmente organizzato. Questa trasformazione profonda – una terza rivoluzione industriale – combinata al collasso del comunismo ha trascinato con sé le forme novecentesche dell’organizzazione stessa dello spazio politico e della rappresentanza, prima fra tutte il partito politico, strutturato intorno a interessi collettivi stabili e a narrazioni ideologiche organiche ora del tutto frantumate.

Cosa dunque può quindi essere un partito, frutto potente della modernità, nell’epoca postmoderna dell’individualismo di massa e del superamento delle grandi narrazioni ideologiche che ambivano a interpretare «il senso della storia».

Il partito di governo
Quali funzioni dovrebbe svolgere un partito nella nostra società? Mentre è ormai chiaro che le funzioni da svolgere oggi non sono più quelle di cento anni fa, non è stata ancora ben messa a fuoco la funzione principale alla quale deve saper rispondere nella società di oggi. E drammaticamente sono ancora i partiti di massa nel Novecento e che, consapevolmente o meno, vengono presi come idealtipi di riferimento. Questo serve però solo a “evocare” il passato nella convinzione che quei traguardi di emancipazione siano messi in gioco dall’ordocapitalismo: il passato così rappresenta l’unico orizzonte possibile per l’azione del partito.

Oggi invece il nodo essenziale ruota intorno alla questione del governo: i partiti servono a governare e nascono per organizzare, a partire da un orizzonte valoriale condiviso da forze sociali, intellettuali, tecnico-scientifiche per garantire un’azione di governo capace di confrontarsi con la complessità della nostra epoca e di imprimerle una direzione che, per quel che riguarda il campo liberaldemocratico, socialista liberale, popolare non può che rifarsi alla vecchia massima di Bentham: «Il massimo della felicità per il massimo numero di persone».

In questo nuovo ambiente – descritto come quello della società individualizzata di massa e dell’autocomunicazione – ha preso forza una domanda che non sembra ottenere sufficiente attenzione: quella di “contare”, avere un certo peso nelle decisioni che determinano la vita di una democrazia rappresentativa. Dall’avere voce a poter contare, scegliere, influire nelle decisioni importanti.

Avere voce per contare
Contare, quindi, non solo nel momento elettorale ma anche nella selezione delle candidature e dei programmi. Il momento centrale delle democrazie occidentali basate sulla rappresentanza diventa sempre più quello della scelta dei candidati che sempre più sono associati a scelte di politiche governative.

Il fulcro della riflessione sulla cosiddetta forma partito va quindi ancorato al processo elettorale, al come fargli svolgere la funzione essenziale di strumenti fondamentali per il funzionamento delle democrazie rappresentative, di organizzatori del torneo della democrazia, di coordinamento interno tra rappresentati e esterno tra rappresentanti e società. Quindi, i partiti dovrebbero consentire ai cittadini di partecipare attivamente a reclutare, selezionare i propri candidati a rappresentare, aggregare interessi e trasformarli in politiche pubbliche, coordinare i comportamenti dei vari rappresentanti e soprattutto verificarne l’operato.

Sette punti per discutere
È quindi necessario entrare progressivamente sempre più nei particolari del progetto organizzativo al quale si vuole dare vita, dando per acquisite alcune scelte politiche di fondo, strettamente incastonate nelle modalità organizzative.

1) La prima questione è: un partito liberal democratico non può che essere un partito pluralista (federale e multilivello) che si qualifica e si distingue per la priorità data alle politiche e non a una specifica visione del mondo, a una ideologia anche intesa in accezione positiva. Un partito orgogliosamente plurale, forte della convivenza di visioni convergenti sui programmi ma anche diverse, non può che avere ruoli interni e cariche contendibili.

2) Ed essendo “plurale” la linea del partito deve essere determinata non tanto da un confronto delle idee e delle visioni, dei principi (un manifesto ideologico che fissa valori non negoziabili), ma dalla scelta dei comportamenti da tenere in parlamento (e nelle assemblee elettive) sulle scelte di governo del Paese. Quindi la cosiddetta linea dovrebbe essere determinata più dalle scelte sulle politiche che non dai cosiddetti valori, affermazioni generiche ambivalenti che possono spingere a caratterizzazioni ideologiche spesso lontane se non separate dalle scelte da compiere. Peraltro, le scelte di politiche pubbliche implicano i “valori” o i principi di riferimento culturale. Ma li mettono a terra, li implementano, li trasformano in comportamenti pratici verificabili.

3) Attribuire un ruolo centrale alle politiche significa riconoscere anche che il baricentro politico è in parlamento, nelle assemblee elettive legittimate dal voto popolare. È il voto popolare a conferire la legittimazione democratica non l’assemblea degli iscritti. Quindi il partito liberal democratico non può che dare un ruolo centrale agli elettori. Per questo sembrerebbero opportune due scelte conseguenti: il riconoscimento del ruolo di leader al coordinatore delle attività in parlamento e una differenziazione tecnico funzionale dei ruoli tra responsabili della conduzione del partito (che potrebbero essere dipendenti stipendiati dall’organizzazione) e i leader dei gruppi eletti in parlamento e nelle altre assemblee. Allo scopo di rendere evidente il ruolo di leader politico parlamentare bisognerebbe verificare come rendere esplicito il suo ruolo di coordinatore dei presidenti dei gruppi di Senato e Camera superando almeno all’interno del partito il bicameralismo imperfetto.

4) Secondo questa impostazione, i tempi di vita del partito dovrebbero corrispondere a quelli delle elezioni politiche fissando le procedure nello statuto. E l’organizzazione potrebbe avere due momenti essenziali: la scelta del candidato di punta (le cosiddette primarie) e conferenze annuali sugli indirizzi programmatici. Solo in vista delle elezioni si organizza con il coinvolgimento degli elettori la scelta del candidato di punta che sarà il leader dei gruppi parlamentari che mantengono la loro piena autonomia lungo tutto il mandato. Anche i parlamentari dovrebbero essere scelti o confermati con il coinvolgimento degli elettori.

Con le conferenze annuali si verificano anche l’attività e i gruppi dirigenti dell’organizzazione. Certo, una sconfitta elettorale come altri eventi imprevisti possono creare una crisi del candidato di punta ma i gruppi avrebbero la propria autonoma capacità di decisione in materia. Anche le conferenze annuali potrebbero fare emergere posizioni diverse da quelle sostenute nel programma e nella campagna elettorale. Questi momenti di crisi dovranno essere affrontati e risolti rispettando l’autonomia dei gruppi parlamentari ai quali spetterebbe il compito di cercare un allineamento con le posizioni emerse nell’organizzazione territoriale dalla conferenza annuale.

Con le conferenze annuali, che diventano il fulcro della attività continuativa del partito sul terreno, si svolge anche il necessario lavoro di coordinamento e di convergenza culturale e programmatica interna al partito e tra partito e società. Esi discutono anche i punti qualificanti della stagione politica in corso. Queste riflessioni potrebbero essere approfondite da una feconda attività di convegni e seminari da svolgere interagendo con i principali centri di ricerca, accademici e non. Una precisa regolamentazione delle procedure di convocazione e realizzazione (tempi e modi) della conferenza annuale metterebbe in evidenza i diritti degli iscritti e delle organizzazioni affiliate nell’avanzare proposte di ordini del giorno o mozioni.

Fare corrispondere le scadenze della vita dell’organizzazione a quella delle elezioni serve anche a far convergere il dibattito sulla scelta del leader o del candidato di punta alle elezioni del parlamento, con le scelte programmatiche, cioè le scelte delle politiche pubbliche.

5) Differenziazione tecnico-funzionale dei ruoli di responsabile dell’organizzazione di partito e leader dei gruppi nelle assemblee rappresentative significa separazione del ruolo di manager organizzativi e gruppi eletti. Si ribadisce quindi che la legittimità democratica degli esponenti del partito deriva dal voto (elezioni) e non dagli iscritti (congressi). Per intenderci i dirigenti di partito non possono dire agli eletti come votare, sono loro in piena autonomia che lo decidono in base alla legittimità che deriva dal voto popolare. Per evitare conflitti di interesse e che i manager organizzativi, che potrebbero essere dipendenti stipendiati dall’organizzazione, agiscano in funzione della propria elezione lo statuto dovrebbe prevedere che questi non possano essere candidati se sono ancora in carica o se non sono passati un certo numero di anni dalla carica ricoperta.

6) In questa visione gli iscritti hanno il ruolo essenziale nella organizzazione della selezione dei leader e delle scelte programmatiche: gli iscritti sono gli organizzatori del “torneo della democrazia” una gratificazione esaustiva alla quale non pare opportuno aggiungere altri tipi di privilegi.

7) Tra eletti (gruppi parlamentari) e organizzazione sul territorio si sviluppa una collaborazione che può anche essere in alcuni momenti conflittuale: l’organizzazione deve essere consapevole del proprio ruolo e sapere che senza gli eletti non può trasformare in politiche le proprie istanze, gli eletti devono essere consapevoli che la relazione con gli elettori che determina la loro legittimazione di rappresentanti è “mediata” dalla organizzazione. È un’interazione che chiude definitivamente ogni idea top down, ogni idea che il compito della organizzazione possa essere il retweet, ogni nuova declinazione della vecchia cinghia di trasmissione o del centralismo burocratico più che democratico.

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