Che fare?Pd e Terzo Polo alla ricerca di una linea politica identitaria (e di un’alternativa al governo)

Schlein fa acclamare i due nuovi capigruppo in Parlamento, ma non sembra avere fretta sulla strategia. Stessa prudenza di Calenda e Renzi. Ma forse è il caso di darsi tutti una mossa

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Care compagne e cari compagni, qual è la linea? Così si chiedeva ai dirigenti, decenni fa, ora non si usa più nemmeno “compagne e compagni” ma la ciccia è sempre quella, per cercare di alzare lo sguardo dalla quotidianità, ecco, la linea ci vuole. Ma da questo punto di vista niente fretta, sembra suggerire Elly Schlein, in spericolato contrasto con i tempi di oggi in cui si fa tutto in dieci minuti: e probabilmente ha ragione lei, troppe volte si sono visti fuochi d’artificio sparati subito e subito spentisi nell’aria in un effimero clap clap di umanità varia. 

Schlein incede senza correre ma con discreto passo godendosi i buoni sondaggi – ormai il Pd vede Fratelli d’Italia – e un clima interno sereno, almeno a quanto sembra (ma lei per prima sa che alcuni compagni la considerano un fuoco di paglia o quasi). 

Dunque come lei voleva ieri sono stati eletti – pardon, acclamati – i capigruppo, Francesco Boccia al Senato e Chiara Braga alla Camera, senza un voto esattamente come nelle stesse ore accadeva a Paolo Barelli, nuovo capogruppo di Forza Italia, un partito dove la regola non scritta ma sempre rispettata è appunto quella di non votare. 

Chi conosce Francesco Boccia sa che è una persona che non si risparmia e che si mette in gioco. Due volte, per dire, andò a sbattere nella sua Puglia contro Nichi Vendola. Ne ha prese e ne ha date. È un duro, ha cambiato spesso cavallo – non è il solo – e non è esattamente il nuovo che avanza, che dovrebbe essere la cifra di Elly. Ora gli gira bene, ha lavorato molto per Schlein e ottiene un riscontro prestigioso, la carica di capogruppo al Senato, laddove si fa più politica che alla Camera per via dei numeri che qui per la maggioranza meno certi. 

Chiara Braga è amica della nuova segretaria e forse soprattutto è franceschiniana il che è un marchio di fabbrica. Alle due capigruppo uscenti, Simona Malpezzi e Debora Serracchiani, sono stati rivolti tanti complimenti, ma se sono state tanto brave perché sostituirle con due fedelissimi? Sono logiche un pochino da caserma che cozzano con l’ostentata leggerezza schleiniana che tanto successo pare riscuotere a sinistra. E poi perché acclamarli? Perché non votare tra due o più candidati? 

Passare dal casino permanente all’unanimismo da Pcus non è un passo avanti ma piuttosto il trionfo dell’ipocrisia, è la vittoria della rassegnazione davanti alla grottesco salto della quaglia dei lettiani che ha staccato un pezzo di bonacciniani (gli autoproclamati neo-ulivisti: ma che c’entra l’Ulivo?) da Bonaccini con conseguente ritirata di quest’ultimo, insomma roba da vecchia politica nei suoi momenti peggiori. 

Una volta Aldo Moro fece bruciare le schede per la elezione del capogruppo della Democrazia cristiana, si conobbe ovviamente il nome del vincitore e basta: si era votato liberamente e nessuno poté risalire a chi avesse votato in un modo o in un altro. La democrazia è scelta, B&B (Boccia e Braga) invece erano senza rivali. 

Un brutto inizio leninista per un partito nuovo che ieri è tornato all’antico, ragione per cui Schlein ha vinto ma non ha convinto. Tantomeno ha fornito, nel suo discorso ai gruppi parlamentari, precise indicazioni sulla linea politica generale che il Pd intende seguire: forse perché troppo abituata ad affrontare i singoli temi man mano che questi vengono alla ribalta, la neosegretaria non riesce ancora a indicare un progetto d’insieme, una strada che porti il suo partito non solo a risalire la china facendo il pieno dei suoi ma provando a convincere gli altri. 

Dacci la linea, si diceva: ecco, appunto, aspettiamo. Vale anche per il Terzo Polo, questo discorso, un Terzo Polo che stenta a bucare, che fa parlare di sé solo quando monta una polemica tra i leader, e qui c’è una evidente, drammatica responsabilità dell’informazione, del circuito mediatico, ma anche dell’opinione pubblica che chiede il pettegolezzo, la rissa, il retroscena: siamo tutti colpevoli, il discorso è stato fatto mille volte. 

Sta di fatto che quando Carlo Calenda avanza delle proposte di merito (evidenziamo qui solo il tema cruciale della sanità che tutti gli altri trascurano) riscuote pochissima attenzione. E visto che il Terzo Polo ha scelto di vivere soprattutto sui contenuti questo è un problema che deve affrontare. Però non è solo questo. 

L’impasse politica del Terzo Polo non può essere colpa dei giornalisti. Si sconta la forse inevitabile lentezza nel presentare all’opinione pubblica una forza unitaria scaturente dall’incontro definitivo tra Azione e Italia viva, nell’avere il Manifesto dei valori, nel conoscere l’iter congressuale e il tipo di partito che si ha in mente (ne hanno parlato qui Alberto De Bernardi e Mario Rodriguez), persino il nome della nuova formazione politica.

E soprattutto c’è una riflessione da fare su questa nuova bipolarizzazione del sistema attorno alle due figure di giovani leader donne, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, intanto per capire se effettivamente di bipolarizzazione si possa parlare o se si tratti di un’illusione ottica. Ma Calenda e Renzi con queste novità devono comunque fare i conti. Anche per stabilire se non sia il caso di superare l’equidistanza tra destra e sinistra in una fase in cui Fratelli d’Italia, come abbiamo scritto, non vuole governare il Paese, vuole prendersi il Paese. Una discussione politica seria, aperta, chiara non si percepisce, ed è (anche) per questo che viene da chiedere: care amiche e cari amici, qual è la linea?

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