Non si butta via nienteCozze e gamberi sono diventati elementi cardine dell’economia circolare

Con i sottoprodotti dell’industria ittica si possono realizzare integratori alimentari, creme di bellezza e materiali per l’edilizia. Nel Nord Europa le aziende, riunite in cluster, hanno trovato il modo di abbattere i costi di produzione. L’Italia ancora non ce la fa

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«Del maiale non si butta via niente», recita un proverbio popolare. Si potrebbe dire la stessa cosa per cozze e gamberi. In Italia, però, il condizionale è d’obbligo. Se in altri Paesi europei, infatti, già da anni a questi sottoprodotti si riesce a dare nuova vita sottoforma di mangimi, oli di pesce, cosmetici e farmaci, da noi la strada è ancora lunga. 

La scienza si sta muovendo, ma il mondo dell’imprenditoria è fermo allo smaltimento di questi materiali, che in Italia vengono trattati solo come “semplici” rifiuti. Per i gusci di mitili e crostacei, invece, potremmo seguire l’esempio di Norvegia e Islanda, entrambe portabandiera della blueconomy, ossia quell’economia circolare che dagli scarti dei prodotti ittici ricava beni di altissimo valore. 

Il guscio della cozza nera e il carapace del gambero contengono infinite sostanze nutritive. Negli scarti dei mitili, infatti, troviamo grosse percentuali di carbonato di calcio. I gamberi, invece, sono ricchi di chitina e astaxantina, le sostanze responsabili del loro colore arancione. Queste, da anni, vengono studiate per la loro funzione anti-aging, antiossidante e antinfiammatoria.

Il mare offre un infinito potenziale di crescita economica, permettendo, una volta estratte queste sostanze, di ricavare nuovi materiali e di abbattere i costi di smaltimento, che oggi sono altissimi. Eliminare i gusci di mitili e gamberi, infatti, richiede una spesa di cinquanta centesimi di euro al chilogrammo. In Europa ogni anno consumiamo seicentocinquanta tonnellate di gamberi e quattrocentoventicinque di cozze, stando ai dati forniti da Eumofa, l’Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura. Gli scarti che finiscono in discarica sono circa il tre per cento del peso totale. Si tratta di oltre trentadue tonnellate di gusci che mandiamo al macero, senza sfruttarne il potenziale.

In alcuni Paesi d’Europa, invece, questa è una pratica diffusa, che permette di incrementare ogni anno un’economia circolare che sfrutta il mare per produrre mangimi per animali, prodotti base per le creme di bellezza, medicinali, oli naturali e integratori alimentari. In Norvegia sono decine le aziende che lavorano i prodotti grezzi di scarto, da oltre dieci anni. 

Un esempio è l’Advanced Biopolymers AS, situata a Trondheim, che estrae la chitina dai gamberi boreali e ne ricava un preparato a base di Chitosano, utilizzato in campo cosmetico e farmaceutico. Un’altra azienda è la Zooca di Sortland, nella Norvegia settentrionale, che dal calanus finmarchicus, un micro crostaceo di tre millimetri, ottiene un estratto, che contiene proprio astaxantina e più di quindici diversi acidi grassi. 

Assomiglia a uno sciroppo dal colore rosso scuro ed è scientificamente dimostrato possa migliorare la massa muscolare, la capacità di pompaggio del cuore e ha un potente effetto antinfiammatorio. Anche in Islanda l’azienda Primex, fondata a Siglufjordur, nel Nord del Paese, estrae dai gusci di gamberetti Chitina e produce Chitosano. Questo carboidrato, ottenuto dallo scheletro del gambero, viene consegnato a Genis, una società biotecnologica locale che lo trasforma in un prodotto medico. Come Primex, almeno altre venti aziende islandesi collaborano con questa società, ammortizzando i costi di produzione, quelli dell’acquisto dei macchinari e dello stipendio dei dipendenti.

Questo modello economico funziona. Infatti sia in Norvegia che in Islanda le aziende che trasformano Chitina sono quasi tutte riunite in cluster, un insieme di produttori che collaborano tra di loro, condividono  informazioni scientifiche sulle ricerche e per la produzione utilizzano un’unica infrastruttura. Il NOFIMA, l’Istituto di ricerca norvegese, affitta la sua per consentire alle piccole aziende che non possono affrontare i costi elevati della lavorazione degli scarti dei gamberi, di estrarre le sostanze nutritive ed eseguire lì le  produzioni. 

«In Italia questo sistema ancora non esiste – dichiara Orazio Albano, consulente delle produzioni ittiche sostenibili – abbiamo piccole produzioni frammentate, distribuite su piccoli territori molto distanti tra loro». Dovremmo, forse, fare una rete d’impresa anche noi, oppure aspettare i risultati di nuove ricerche scientifiche come quelle in corso all’Università del Salento, dove due ricercatrici del dipartimento di Scienze ambientali stanno lavorando perché anche le piccole produzioni possano creare valore dai rifiuti di cozze e gamberi. 

«La sfida è ambiziosa – racconta a Linkiesta la ricercatrice di UniSalento Federica Mancarella – ma ce la faremo a utilizzare, a costi bassi, la chitina dei gamberi nel settore cosmetico». Anche la sua collega Martina Carcagni è convinta che dai gusci dei mitili si possano realizzare materiali ecosostenibili a basso costo e impatto ambientale. «Dal carbonato estratto dai gusci delle cozze vogliamo realizzare delle spugne assorbenti dei liquami in mare – ci dice  materiali che nel Nord Europa hanno imparato a produrre e commercializzare».

In Italia negli ultimi anni si è provato a seguire questa strada, riuscendo nell’intento di dare nuova vita soprattutto agli scarti dei mitili. Il problema è che i progetti si sono fermati a una fase sperimentale e mai, fino ad oggi, sono approdati nelle aziende per essere commercializzati. 

È accaduto in Sardegna con il progetto pilota PriSMaMED del 2019. L’associazione Flag Nord Sardegna e l’Istituto scolastico Amiscora di Olbia sono riusciti a trasformare i gusci delle cozze, coltivate in grandi quantità sull’isola, in oggetti di design, top di rivestimento per cucine, targhe per uffici, monili e addirittura occhiali da sole. 

Anche per quanto riguarda il gambero, qualcosa si muove, tanto che la chitina in Italia viene già utilizzata con una funzione antibatterica nel trattamento delle ferite. «È un prodotto molto valido – dichiara la dottoressa Roberta Lovreglio, coordinatrice nazionale del Centro di oncologia estetica LILT – è un gel elasticizzante con enormi potenzialità in campo medico». 

Secondo Lovreglio questa sostanza potrebbe accelerare il riassorbimento delle ablazioni dei trattamenti laser, o sostituire i siliconi che oggi vengono usati in chirurgia estetica. L’importante sarà trovare un giusto equilibrio in campo chimico-farmaceutico e abbattere i costi. La ricerca sta facendo passi da gigante anche in Italia, ma occorre organizzarsi e capire come bilanciare costi e benefici, per fare di cozze e gamberi non solo un regalo per il palato, che ne apprezza i sapori, ma anche per il pianeta.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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