ForzalavoroIl «fake work» dei cervelloni della Silicon Valley, l’inutilità del decreto flussi e le dimissioni in diretta su TikTok

Nella newsletter di questa settimana: programmatori e sviluppatori additati come fannulloni nel mezzo della tempesta dei licenziamenti del settore tech, il clic day già in overbooking, la «mobilitazione unitaria» in Italia e i maxi scioperi in Israele, Germania e Francia, i grandi ritardi sul Pnrr e il rischio congelamento. Ma anche la commissione d’inchiesta sul lavoro e il «#quittok». Ascolta il podcast!

(Unsplash)

“FAKE WORK”, DA GENI DEL TECH A FANNULLONI
Un tempo erano i nerd, i cervelloni della Silicon Valley da cui dipendevano le sorti tecnologiche del pianeta. Ora che le grandi aziende tech stanno licenziando migliaia e migliaia di dipendenti, negli Stati Uniti si parla del fatto che questi ricercatissimi informatici e ingegneri in realtà non lavorassero poi così tanto. Lo chiamano “fake work”: in pratica, soprattutto nel corso della accelerazione digitale dovuta alla pandemia, le big come Google e Meta avrebbero sovra-assunto questi talenti, anche se non ne avevano bisogno, solo per paura che andassero poi a lavorare nelle aziende concorrenti.

Coasting In passato, in realtà, si era già parlato di «rest and vest» o «coasting», per indicare gli ingegneri della West Coast pagati un sacco di soldi per lavorare poco, girandosi i pollici in attesa della risalita delle loro azioni. Nel 2016, la Hbo nella serie “Silicon Valley” raccontava proprio di un gruppo di programmatori non assegnati ad alcun progetto che trascorrevano le giornate sul tetto della loro azienda. E molti dissero sottovoce che la realtà non era poi così diversa. «Sei pagato così tanto dopo un certo livello in Google che una volta che ci arrivi non c’è motivo reale per lavorare così duramente», aveva raccontato un dipendente a Business Insider.

Fannulloni 4.0 La differenza è che prima si parlava solo di pochi lavoratori che, per esempio, detenevano la proprietà intellettuale su alcuni prodotti e quindi erano difficili da licenziare, mentre ora i dirigenti delle società accusano migliaia di lavoratori di essere di fatto dei fannulloni. Uno dei primi a parlarne è stato Keith Rebois, tra i principali investitori tech negli Stati Uniti e uno dei primi dirigenti di Paypal. E poi l’idea dei cervelloni scansafatiche ha cominciato a circolare. C’è chi ha puntato il dito contro la «laptop class» che si è gonfiata con la pandemia e che ora starebbe mostrando tutta la sua distanza dalla realtà fisica tangibile.

Fake vs Real
Ci sono anche molti video e post di testimonianze di ex dipendenti di Google e Meta che su TikTok e Linkedin raccontano ad esempio di aver fatto in due giorni un lavoro che prevedeva una scadenza di due settimane, finendo poi per annoiarsi e lavorare su progetti personali. E anche responsabili delle risorse umane che confermano di aver «accumulato» lavoratori in eccesso.

Un’immagine in contrasto con quella narrazione dei lavoratori tech, chiusi lunghe ore in ufficio, completamente dediti al lavoro, costretti addirittura a dormire in azienda per completare geniali applicazioni pronte a essere scaricati su miliardi di smartphone. E in effetti in tanti, in risposta alle testimonianze sul “fake work”, ora stanno anche raccontando le loro giornate infernali alle prese con agende disumane.

Dove sta la verità?

Mentre alcuni esperti confermano che un certo livello di «fake work» è una parte naturale del ciclo di boom e crisi della tecnologia, non tutti però sono d’accordo su una così grande diffusione nel settore.

  • Alcuni esperti dicono ad esempio che questa idea nasce dalla disconnessione tra i dirigenti e i loro staff, nonché da un aumento della paranoia della produttività nell’era del lavoro a distanza. «Una volta il lavoro era equiparato allo sforzo fisico», spiega la professoressa di economia di Harvard Rosabeth Moss Kanter. «Ma, oggi, il lavoro è esercitato soprattutto dal cervello, che è meno osservabile».
  • Scott Latham dell’Università del Massachusetts Lowell ha spiegato che mettere temporaneamente un dipendente «in panchina» tra un progetto e l’altro è anche una tecnica per contenere gli alti costi di assunzione e formazione di nuovo personale. Tuttavia, la tecnica sarebbe stata abusata da Google e Meta, che hanno aumentato gli organici troppo rapidamente, e ora sono costrette a licenziare migliaia di persone.
  • Insomma, la colpa del «fake work» non sarebbe dei lavoratori, ma dei dirigenti che non li hanno gestiti correttamente. «La maggior parte dei lavoratori vuole lavorare. Vogliono presentarsi e fare otto ore», spiega Latham. I dirigenti ora punterebbero il dito contro i dipendenti per coprire la loro cattiva gestione e pianificazione. «È più facile incolpare i lavoratori che non i fallimenti dei manager», conclude Kanter.

 

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FLUSSI INSUFFICIENTI
Sono 82.705 i lavoratori extracomunitari autorizzati a entrare in Italia nei prossimi mesi, di cui 44mila stagionali nei settori agricolo e turistico-alberghiero. Lo prevede il decreto flussi 2022, che diventa operativo oggi con il clic day. Da oggi potranno essere presentate le domande da parte dei datori di lavoro. I numeri sono in crescita rispetto a quelli autorizzati per il 2021, quando gli ingressi sono stati 69.700. Ma comunque non basteranno. Stando all’ultima richiesta ufficiale avanzata lo scorso giugno al tavolo del ministero del Lavoro, per soddisfare il fabbisogno dell’economia italiana servirebbero almeno 205 mila lavoratori stranieri. Domani il tavolo tornerà a riunirsi per discutere delle quote 2023-2025. Ma si può capire già che anche la nuova quota non basterà a coprire le richieste che arrivano dal mondo del lavoro: dopo appena due ore, le domande avevano già superato la disponibilità di posti.

 

NIENTE SCIOPERO (PER ORA)
I leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, hanno indetto la «mobilitazione unitaria» contro il governo Meloni dopo la rottura sulla delega fiscale. Il calendario della mobilitazione sarà comunicato questa settimana, insieme al tema e alla sede della manifestazione principale del Primo Maggio. Nessuno dei tre segretari vuole una rottura traumatica con Meloni. Ma si cerca un segnale da Palazzo Chigi su tanti temi tavoli fermi ormai da troppe settimane, dalla riforma delle pensioni alla sicurezza sui luoghi del lavoro. Bisognerà discutere anche la riforma del Reddito di cittadinanza e il tanto atteso decreto lavoro della ministra Calderone con allentamenti importanti sui contratti a termine.

C’è chi sciopera Oggi in Germania è stato indetto uno dei più grandi scioperi degli ultimi decenni per chiedere aumenti salariali contro l’erosione dei potere d’acquisto legata all’inflazione. In Israele, contro la riforma della giustizia voluta da Netanyhau il sindacato laburista ha proclamato uno «sciopero storico». Anche in Francia non si fermano le proteste contro la riforma delle pensioni di Macron.

 

E IL PNRR?
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si è arenato. L’erogazione dei fondi del 2022 è ancora ferma e sulla spesa del 2023 siamo in affanno. Nella relazione alle Camere che la Corte dei conti presenterà il 28 marzo, anticipata dal Sole 24 Ore, viene fuori che è stato speso solo il 6 per cento dei fondi e che metà delle misure è in ritardo. I 19 miliardi della terza rata con molta probabilità arriveranno in ritardo. Ma nel frattempo, ci sono ritardi sulla quarta rata, che scade a giugno e che vale invece 16 miliardi. Si parla addirittura di un possibile congelamento di sei mesi.

 

TUTTO FERMO
Rebus Tim Settimana decisiva per Telecom Italia. Venerdì scorso gli advisor dell’ad Pietro Labriola hanno inviato a Kkr e alla cordata Cdp-Macquarie i nuovi piani industriali della Netco, la società che custodisce l’infrastruttura, rivisti alla luce delle nuove tariffe per l’affitto della rete.

  • Isopensione Tim intanto punta a tagliare fino a 2mila posti di lavoro cercando un accordo con i sindacati sull’isopensione, l’assegno di esodo riservato ai lavoratori delle grandi aziende che hanno personale in eccedenza. Per poterne usufruire, devono mancare non più di sette anni al raggiungimento dei requisiti minimi per la pensione ordinaria. E l’azienda deve versare all’Inps sia le somme per l’assegno sostitutivo della pensione sia la contribuzione correlata.

E Ita? Si complica la trattativa tra il Tesoro e Lufthansa per acquistare l’ex compagnia di bandiera. Mentre il governo chiede maggiori garanzie industriali, i tedeschi temono le cause di lavoro degli ex dipendenti di Alitalia. Intanto Ita vorrebbe procedere con le 1.200 assunzioni annunciate da Lazzerini. Ma starebbe chiedendo di rinunciare prima a ogni forma di contenzioso per partecipare alla selezione.

Vi ricordate Wartsila? L’azienda finlandese che a luglio scorso aveva annunciato la chiusura con il licenziamento di 451 dipendenti, avrebbe ricevuto tre offerte da parte di un’azienda lombarda dell’automotive, una del settore oil & gas e un’altra che si occupa di idrogeno. C’è tempo fino al 14 aprile per le offerte. Il prossimo tavolo al Mise è previsto per il 18 aprile.

 

COSE DI LAVORO
Abbiamo una commissione In Senato è stata approvata l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, lo sfruttamento e la sicurezza.

Effetto a catena Mentre Amazon ha annunciato il taglio di altri 9mila posti di lavoro, il flusso dei licenziamenti del settore tecnologico sembra abbattersi anche sui comparti connessi. Accenture, società irlandese-americana di consulenza strategica, servizi tecnologici e outsourcing, ha annunciato il taglio di 19mila dipendenti nei prossimi 18 mesi.

Posti vacanti Bankitalia dice che nel nostro Paese nei primi due mesi del 2023 sono stati creati 100mila posti di lavoro (con un recupero dell’occupazione femminile). Tuttavia, l’ultima inchiesta dello European data journalism network rileva che il tasso di posti di lavoro vacanti è ai massimi storici nell’Eurozona: il 3,1% dei posti di lavoro retribuiti non è stato occupato nel terzo trimestre del 2022.

  • Giovedì 30 marzo arrivano i dati Istat su occupati e disoccupati a febbraio 2023.

#Quittok Sempre più giovani lavoratori, racconta Bbc, trasmettono in tempo reale i video delle loro dimissioni, raccogliendo milioni di visualizzazioni. C’è chi lo fa riprendendosi mentre lo annuncia in diretta su Zoom o chi filma la consegna della lettera di dimissioni.

«Condividere l’abbandono del mio lavoro online e riflettere sulle decisioni per la mia carriera è importante per dimostrare che hai il controllo della tua felicità. Un lavoro è solo un lavoro, non la tua intera identità», racconta la 31enne australiana Christina Zumbo, tra i primi a condividere l’addio al lavoro su TikTok. 

Che ne pensate?

Per oggi è tutto.

 

Buona settimana,

Lidia Baratta

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