Restyling di destraMisura di inclusione attiva: il nuovo nome e le nuove regole del reddito di cittadinanza

Si chiamerà Mia: l’assegno sarà intorno ai 500 euro al mese, ma per gli occupabili scenderà a 375. Si riduce l’Isee per accedervi, ma dovrebbe essere corretta la scala di equivalenza per le famiglie numerose. Prevista una piattaforma per incrociare domande e offerte di lavoro

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Si chiamerà Mia, ovvero Misura di inclusione attiva. Il nuovo reddito di cittadinanza del governo Meloni sarebbe in dirittura d’arrivo, secondo quanto racconta il Corriere. Le bozze del nuovo decreto lavoro sono in fase di valutazione da parte del ministero del Tesoro. E poi, nel giro di un paio di settimane, la ministra del Lavoro Marina Calderone dovrebbe portare in consiglio dei ministri almeno il decreto legge per riformare il reddito di cittadinanza. Per fare tutto, compreso l’allargamento della platea di lavoratrici ammesse a Opzione donna e il rafforzamento delle politiche attive, servirebbe quasi un miliardo di euro.

Ma il tempo stringe. La ministra ha rassicurato le parti sociali che il reddito di cittadinanza non sparirà anche per i cosiddetti «occupabili», cioè coloro che potrebbero lavorare, ma verrà sostituito da uno strumento che ha definito «Misura di inclusione attiva». Il nuovo acronimo dovrebbe quindi essere Mia.

La misura scatterà già quest’anno, dopo i sette mesi di proroga accordati ai beneficiari del reddito di cittadinanza con la legge di Bilancio 2023. La Mia si dovrebbe quindi poter chiedere da agosto o più realisticamente dal primo settembre. I potenziali beneficiari, in linea con quanto deciso con la manovra, verranno divisi in due platee: famiglie povere senza persone occupabili e famiglie con occupabili. Le prime sono quelle dove c’è almeno un minorenne o un anziano over 60 o un disabile. Le seconde quelle dove non ci sono queste situazioni ma almeno un soggetto tra 18 e 60 anni d’età. In sostanza, gli occupabili che beneficiano dell’attuale reddito al massimo per sette mesi nel 2023 e comunque non oltre il 31 dicembre, scaduta la prestazione potranno presentare la domanda per la Mia. Il sussidio però, per loro, sarà meno generoso e avrà una durata inferiore rispetto al reddito di cittadinanza e alla Mia di cui beneficeranno le famiglie senza persone occupabili.

Tuttavia anche per i nuclei composti da poveri senza possibilità di inserimento nel mercato del lavoro la riforma prevede una stretta. Queste famiglie continueranno a ricevere un sussidio, la Mia appunto, il cui importo base (per un single) dovrebbe restare di 500 euro al mese, come nel reddito. C’è invece ancora discussione sulla quota aggiuntiva nel caso in cui il beneficiario debba pagare l’affitto. Il reddito prevede fino a 280 euro al mese. Con la Mia questa quota potrebbe essere alleggerita e modulata sulla numerosità del nucleo familiare. Ma la stretta maggiore colpirà gli occupabili. Qui l’ipotesi che ha più chance è quella che vede l’assegno base ridotto a 375 euro. Inoltre, mentre per i poveri tout court la Mia durerà, in prima battuta, fino a 18 mesi (come ora il reddito), per gli occupabili non più di un anno.

A completare la stretta, la proposta del governo dovrebbe recuperare anche l’idea del decalage avanzata alcuni mesi fa dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon. Il nuovo sussidio, in sostanza, non si potrà più chiedere a ripetizione, come il reddito, ottenendo ogni volta altri 18 mesi di assistenza. Per le famiglie senza occupabili, dalla seconda domanda in poi, la durata massima della Mia si ridurrà a 12 mesi. Come accade ora, prima di chiedere nuovamente la prestazione dovrà passare almeno un mese. Per i nuclei con persone occupabili, invece, la Mia scadrà al massimo dopo un anno la prima volta e dopo sei mesi la seconda e una eventuale terza domanda di sussidio si potrà presentare solo dopo una pausa di un anno e mezzo. Insomma un percorso a esaurimento per spingere il più possibile gli interessati a cercarsi un lavoro.

I requisiti di Isee per ottenere il sussidio dovrebbero subire una forte stretta rispetto a quelli per il reddito. Il tetto per aver diritto alla nuova Misura di inclusione attiva dovrebbe infatti scendere dagli attuali 9.360 euro a 7.200 euro. Un taglio di oltre 2mila euro dell’indicatore della ricchezza familiare che rischia di far fuori una fetta significativa della platea di potenziali beneficiari, probabilmente un terzo. In positivo, rispetto al reddito, sarà invece corretta la cosiddetta scala di equivalenza, quella che fa aumentare l’importo del sussidio in base al numero dei componenti la famiglia, per migliorare l’assistenza ai nuclei numerosi. Pare certa anche la correzione del requisito della residenza in Italia, che dovrebbe scendere da dieci a cinque anni, per non incorrere nelle infrazioni della Corte Costituzionale e di Bruxelles. Una correzione, questa, che, al contrario del taglio del tetto Isee, farà aumentare la platea dei potenziali beneficiari, ma di poco.

Fatta la domanda, per via telematica, la prestazione sarà riconosciuta solo dopo che saranno stati fatti i controlli incrociati sul possesso dei requisiti (reddito, patrimonio, veicoli, eccetera) e i nuclei familiari senza occupabili saranno indirizzati ai Comuni per i percorsi di inclusione sociale mentre gli altri verranno avviati ai centri per l’impiego dove, come condizione per ottenere la Mia, dovranno sottoscrivere un patto personalizzato. Per gli occupabili, la riforma, oltre ai centri pubblici per l’impiego, coinvolgerà le agenzie private del lavoro. Che incasseranno un incentivo per ogni persona occupabile per la quale riusciranno a ottenere un contratto, anche a termine o part time.

Per migliorare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, sarà creata una piattaforma nazionale sotto la regia del ministero del Lavoro dove gli occupabili dovranno obbligatoriamente iscriversi e dove potranno ricevere le offerte congrue di lavoro. Basterà rifiutarne una per decadere dalla prestazione. L’offerta verrà ritenuta congrua se in linea con la profilazione della persona occupabile e se la sede di lavoro sarà nell’ambito della provincia di residenza del beneficiario o delle province confinanti (una formulazione, spiegano i tecnici, necessaria perché a volte Comuni di province diverse dalla propria sono più vicini al Comune di residenza). Saranno ritenute congrue anche le offerte di contratti brevi, purché superiori a 30 giorni.

Per scoraggiare il fenomeno dei percettori del sussidio che contemporaneamente lavorano in nero, la norma introdotta con l’ultima legge di Bilancio, che consente ai titolari del reddito di cumulare l’assegno con redditi da lavoro stagionale o intermittente fino a 3 mila euro l’anno, verrà estesa a tutti i tipi di lavoro dipendente. E se si supererà questa soglia, ma a causa di un contratto a termine di durata inferiore alla Mia, la prestazione sarà sospesa per la durata del rapporto di lavoro e riattivata dopo.

La riforma rafforzerà tutte le norme sui controlli, sulla decadenza dal beneficio per chi non rispetta gli impegni previsti dai patti di inserimento al lavoro o di inclusione sociale (questi ultimi, che poi saranno la maggioranza, affidati ai Comuni), e quelle sui reati per chi dichiara il falso o lavora in nero pur prendendo il sussidio.

Con la riforma del reddito, il governo punterebbe a risparmiare complessivamente almeno 2-3 miliardi l’anno rispetto ai 7-8 spesi annualmente per il reddito.

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