Lusso di classeL’orologio brioche di Macron e la catastrofe inevitabile dell’occidente

Con la sua determinazione a essere cialtrona e sfaccendata in maniera istituzionalizzata, la Francia è l’ultimo paese ad avere un carattere nazionale non permeato dal puritanesimo anglosassone né dall’efficientismo a tutti i costi. Noialtri, come al solito, vogliamo fare gli americani

LaPresse

Hermès mica potrebbe essere svedese, ha scritto Thomas Chatterton Williams su Twitter, e a me sembra l’analisi più lucida che sia stata fatta del delirio parigino di questi giorni, della Francia schizofrenica tra l’aver inventato il concetto di lusso e l’odiare la ricchezza.

L’immagine che più gira su Twitter è quella di Macron in tv, sta dando un’intervista e prima al polso ha un orologio e poi non lo ha più. Non ci vuole pagare quarant’anni di pensione e poi ha un orologio da ottantamila euro, puntesclamativano gli indignati.

Non importa che le pensioni le paghi lo Stato (e nessuno Stato possa continuare a mandare la gente in pensione all’età alla quale era pensabile andarci quando si viveva settant’anni, ora che un novantenne ci pare muoia in culla e ci aspettiamo di viverne minimo cento), e invece l’orologio di Macron lo paghi Macron.

Non importa che non se lo sia tolto pensando «sono incoerente» ma solo perché sbatteva contro il tavolo dell’intervista facendo rumore. Non importa neppure che costi duemila euro e non ottantamila. Il populismo è sempre di grana grossissima, e l’orologio di Macron vale dialetticamente quanto gli accessori della moglie di Soumahoro, e la Boldrini che stigmatizza le borse da duemila euro.

Ma il primo esempio di populismo della storia non è forse la leggenda del «che mangino brioche»? Forse è normale che il paese di Bernard Arnault – francese, uomo più ricco del mondo, presidente e amministratore delegato di LVMH che, per spiegarla in termini comprensibili a chi non s’intenda di lusso, significa Tiffany e Bulgari, Loro Piana e Fendi, Moët&Chandon e Veuve Cliquot e Dom Pérignon, Vuitton e Dior: praticamente una canzone di Marracash – sia anche il paese in questo momento pieno di spazzatura perché i netturbini scioperano contro la riforma delle pensioni.

È ovvio che il sistema pensionistico non può reggere se non si alzano le età pensionabili; è ovvio che nessuna riforma delle pensioni sarà mai popolare giacché – a parte pochi fortunati che amano fare ciò che fanno, o i cittadini di qualche società dotata di superio e senso del dovere: certo non la Francia o l’Italia – nessuno ha voglia di lavorare più a lungo di quanto gli era stato promesso; è ovvio che l’orologio di Macron sia l’aggiornamento della leggenda delle brioche, e dare fuoco a Parigi sia la nuova presa della Bastiglia.

In un certo senso, la Francia, con la sua determinazione a essere cialtrona e sfaccendata in maniera istituzionalizzata, è l’ultima ad avere un carattere nazionale, a resistere all’americanizzazione dell’occidente.

Noialtri, che cialtroni e pigri lo siamo altrettanto, ci raccontiamo invece ormai come fossimo un quartiere di New York o di Tokyo, sempre a parlare di pressione sociale a eccellere senza metterci a ridere, pronti a raccontare un’università dove anche un bambino di sette anni può prendere trenta come fosse un luogo angosciantemente performativo. Loro scissi tra il lusso e la lotta di classe, noi tra l’essere e il rappresentarsi: che sia lo stesso dualismo?

Avrete letto la storia del preside che in Florida si è dovuto dimettere dopo che ai ragazzini di prima media erano state mostrate delle immagini del David di Michelangelo. Quello senza mutande, ce l’avrete presente (un vantaggio d’essere italiani e non americani è che le opere classiche le conosci anche se non le conosci). Pornografia, si sono indignati i genitori. Anni fa ci avrebbe fatto più ridere di ora, quest’americanata.

Ma guardali, questi selvaggi che non sanno cosa sia la cultura classica, che pensano che la cappella Sistina e le immagini su YouPorn debbano essere valutate con gli stessi parametri, che non sanno quando è nudo e quando è opera d’arte.

Poi abbiamo iniziato a scivolare verso l’americanizzazione. Diciannove anni fa ci sembrava ridicolissimo lo scandalo per il capezzolo sfuggito al costume di scena di Janet Jackson durante il concerto nell’intervallo del Superbowl. Adesso siamo tutte abituate a stare attente, nel postare una foto su Instagram: copri quella parte, non vorrei che l’algoritmo puritano la scambiasse per un capezzolo e mi mettesse in castigo.

Sedici anni fa guardavamo, in “Studio 60”, la storia di fantasia ma realistica della Fcc, la commissione che vigila sulla decenza delle trasmissioni nelle reti televisive generaliste degli Stati Uniti, che voleva multare la rete che aveva mandato in onda un giornalista al quale, in diretta dall’Afghanistan, era esplosa vicino una granata. Il reporter aveva detto «Fuck» in diretta: facevano settanta milioni di multa (commisurata al numero di spettatori sintonizzati e quindi potenzialmente offesi).

Pensavamo ma tu guarda questi scemi, che regolamentano per legge quali parolacce puoi dire alla tele, che popolo di non adulti, che adorabili idioti. Sedici anni fa avrei usato la storia del David o quella di “Studio 60” come esempio della superiorità culturale dell’Europa. Ma è una settimana che l’Italia discute del fatto che Lucia Annunziata ha detto «cazzo», ohibò, e quindi ora ho il sospetto che le alternative siano disastrose. Conservare la propria identità culturale, e pretendere che gli Stati mantengano centoventenni che sono in pensione da quando di anni ne avevano cinquanta; o farsi americanizzare del tutto, oltretutto col rischio che ci si americanizzi principalmente in termini di moralismo beghino, mica d’efficienza e di produttività. Comunque vada, la catastrofe è inevitabile.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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