Il golpista e la pornostarNessuno tocchi Caino e il dovere di fermare il secondo golpe di Trump

Il rinvio a giudizio dell’ex presidente degli Stati Uniti non è questione di giustizialismo o di uso politico della giustizia, è solo il primo di numerosi procedimenti nei confronti dell’ex presidente che nel 2020 ha istigato un colpo di stato e che l’anno prossimo vuole riprovare a sovvertire la democrazia americana

AP/Lapresse

Donald Trump è stato rinviato a giudizio per il meno grave e più grottesco dei tanti presunti e accertati reati commessi prima, durante e dopo la sua tragica permanenza alla Casa Bianca, da dove nel 2020 è stato cacciato a furor di popolo dagli americani che l’avevano eletto quattro anni prima (sebbene con tre milioni di voti in meno rispetto alla sconfitta Hillary Clinton).

La prima storica incriminazione di un ex presidente, ma adesso ne seguiranno altre ben più consistenti grazie al tabù infranto, è un’altra delle tante prime volte di Trump. Già due volte, Trump è stato messo sotto accusa dal Congresso e salvato soltanto grazie al voto di maggioranza del suo partito al Senato, anche perché – come disse il capogruppo repubblicano Mitch McConnell- su certe cose, una volta uscito dalla Casa Bianca, avrebbe potuto rispondere alla giustizia ordinaria senza tanto clamore da privato cittadino.

Ed eccolo, infatti, il primo di tanti rinvii a giudizio che seguiranno per l’ex presidente poi diventato istigatore di un violento assalto alle istituzioni democratiche americane che il 6 gennaio 2020 ha provocato cinque morti e una caccia al linciaggio di alcuni deputati e del vicepresidente Mike Pence.

Nessuno, né Trump né i suoi alleati, nega che l’ex pornostar Stormy Daniel sia stata pagata dai trumpiani per non rivelare i dettagli della relazione con l’ex presidente (dettagli, ahinoi, svelati successivamente compresa la megalomania di Trump di farsi sculacciare con il magazine Forbes che lo ritraeva in copertina).

Il pagamento c’è stato, come ha rivelato il suo ex avvocato Michael Cohen condannato anche per questo a un anno di prigione (il nuovo avvocato di Trump è Joe Tacopina, il patron della Spal di Ferrara).

Ma, attenzione, nel caso di Stormy Daniel non c’entrano le perversioni private né le cene eleganti né il pruriginoso puritanesimo dei costumi pubblici americani. Il presunto reato commesso da Trump (ma già accertato per il suo avvocato) è stato quello di influenzare il processo democratico americano impedendo agli elettori di conoscere un fatto potenzialmente decisivo a una settimana dal voto. E, anche qui, non si tratta della prima manipolazione trumpiana delle elezioni 2016 (tutto il primo impeachment verteva sulla complicità tra il team Trump e i servizi russi per sconfiggere Clinton), così come non sono state solo quelle del 2016 le elezioni che Trump ha cercato di manipolare, visto quanto è successo nel 2020 con i numerosi e ripetuti tentativi dell’allora presidente di non riconoscere il responso delle urne, compreso l’assalto al Campidoglio, e senza dimenticare il progetto eversivo in corso per influenzare le nomine nelle commissioni elettorali a livello statale in modo da mobilitarle nel 2024 in vista degli scrutini e delle certificazioni dei risultati.

Non c’è dubbio che Trump proverà a sfruttare a suo favore il rinvio a giudizio, le foto segnaletiche e l’udienza a New York – così come sta già facendo il suo principale avversario Ron DeSantis, furbescamente solidale con Trump per conquistare il consenso dei suoi seguaci nel caso l’ex presidente fosse costretto a rinunciare a candidarsi.

Non c’è nemmeno dubbio che la sotterranea guerra civile americana adesso si intensificherà ulteriormente e che sarebbe molto più sano fermarlo alle urne e non nelle aule giudiziarie, ma il caso Trump non è una questione di giustizialismo o di uso politico della giustizia.

Le garanzie processuali sono fondamentali e necessarie a maggior ragione per i farabutti alla Trump. Nessuno tocchi Caino e nessuno tocchi Donald, ma garantiti i diritti dell’imputato bisogna chiedersi che cosa fare con chi ha provato a ribaltare la democrazia con un tentato colpo di stato due anni e mezzo fa e che ora progetta pubblicamente di rifarlo, ma questa volta in modo efficace, alle elezioni del prossimo anno.

L’America e il mondo libero non possono permettersi un secondo tentativo trumpiano di sovvertire il voto democratico. Un reato bagattellare come quello del pagamento alla pornostar, e poi gli altri che saranno discussi a breve, potrebbe fermare Trump prima che al golpista riesca quello che gli è riuscito nel 2020.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club