Centro di gravità mediorienteCina e Russia non riescono a sostituire gli Stati Uniti nel Golfo Persico

Dopo il disimpegno di Washington, Pechino e Mosca hanno accresciuto il loro peso nella regione, ma senza saper interpretare il ruolo di garante di sicurezza e arbitro di geopolitica offerto per anni dall’America. Un saggio sull’ascesa delle monarchie, da attori secondari a protagoniste del Mediterraneo allargato

Joe Biden e Mohammed bin Salman
AP Photo/Evan Vucci

Il posizionamento delle monarchie del Golfo – e di altri paesi arabi – rispetto all’invasione russa dell’Ucraina ha messo definitivamente in discussione l’idea che gli Stati Uniti siano l’unica potenza egemone in Medio Oriente. Questo ha scombussolato gli equilibri in vigore dagli anni ’90, anche per gli europei.

Con Washington a garantire l’assetto geopoli­tico mediorientale, gli europei potevano concentrarsi sul perseguire i loro interessi senza dover investire sulla sicurezza regionale e l’allineamento politico degli attori regionali. L’arretramento stra­tegico degli USA, iniziato con la presidenza di Barack Obama e culminato con il rifiuto di Donald Trump di reagire agli attacchi missilistici del 2019 contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU), ha scombussolato queste dinamiche.

Molti europei hanno tirato un sospiro di sollievo quando Trump ha la­ sciato l’incarico, sperando che le cose tornassero allo status quo ante. Ma, durante la presidenza di Joe Biden, è diventato subito chiaro che il calo d’interesse degli Stati Uniti per il Medio Oriente rifletteva un cambiamento strutturale più ampio.

Il nuovo atteggiamento americano non sembra in­ fatti dettato dalla linea politica di un’amministra­zione piuttosto che un’altra, ma dal desiderio di porre fine alle forever wars tipiche della regione, e al riequilibrio degli interessi strategici verso la Cina e l’Asia­-Pacifico. Questo non segna la fine della presenza degli Stati Uniti nella regione, ma l’inizio di una fase in cui gli Stati Uniti agiranno nella regione solo in casi specifici di importanza diretta per la loro sicurezza nazionale.

Questo ri­dimensionamento ha aperto un vuoto strategico che altri attori globali – Russia e Cina – stanno cercando di colmare. Dal suo intervento militare in Siria nel 2015, Mosca ha schierato personale militare in Libia, costruito relazioni di sicurezza con stati chiave, in particolare monarchie del Golfo ed Egitto, e si è posizionata come un interlocutore regionale chiave con Israele e Iran.

In tal modo, Mosca si è opportunisticamente presentata come un affida­ bile fornitore di sicurezza disposto a sostenere i regimi regionali senza interferire nei loro affari in­ terni. Queste relazioni sono state rafforzate da un dialogo strategico tra la Russia e i produttori di energia del Golfo che, garantendo un coordina­ mento nei primi mesi dell’invasione dell’Ucraina, ha assicurato a Mosca degli introiti fondamentali per sopravvivere alle sanzioni occidentali.

La Cina, nel frattempo, ha costruito il proprio ruolo mediorientale con un aumento significativo dell’attività politica e, soprattutto, economica. La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, di cui nel 2020 il 47% proveniva dai paesi del Medio Oriente e, soprattutto, dall’Ara­bia Saudita.

Come in altre parti del mondo, il principale vettore degli interessi cinesi è stata la sua Belt and Road Initiative (BRI) che promuove progetti infrastrutturali per collegare la regione alla Cina. Dal 2020, la Cina ha sostituito l’UE come principale partner commerciale del CCG con scambi bilaterali del valore di 161,4 miliardi di dollari.

La BRI offre una fonte sempre più in­teressante di investimenti diretti esteri, con gli investimenti cinesi in Medio Oriente in aumento di circa il 360% dal 2020 al 2021. Anche al netto dei rallentamenti degli investimenti cinesi, legati agli shock economici provocati dalla pandemia da Covid­19, Pechino ha mantenuto gli impegni presi con l’Arabia Saudita, dimostrando di accor­dare priorità a Riad.

Pechino ha tradotto questo peso economico in influenza politica e gode di accordi di partnership strategica con cinque pa­esi dell’area: Algeria, Egitto, Arabia Saudita, EAU e Iran. La chiave del fascino della Cina è la sua volontà di rinunciare a precondizioni in stile occidentale come il sostegno ai diritti umani e alla democrazia.

Questo fa sì che la Cina, per esem­pio, non abbia precondizioni per condividere con le monarchie le proprie tecnologie di cyber­secu­rity – anche quelle più delicate – o il suo know­ how sull’energia nucleare o sui sistemi balistici, tutte cose che per gli USA e l’UE invece sono soggette a restrizioni di esportazione verso sistemi autoritari come le monarchie. […]

Allo stesso tempo né la Cina e né la Russia – soprattutto dopo le sue fallimentari performance militari in Ucraina – possono sostituire comple­tamente ciò che gli Stati Uniti hanno offerto per anni, in particolare nel ruolo di garante di sicu­rezza e arbitro di geopolitica. Da una parte gli attori regionali hanno risposto a questo dilemma rafforzando le proprie capacità autoctone, sia militari che geopolitiche. Ma queste capacità restano comunque in­sufficienti.

Dunque, le monarchie hanno iniziato a lavorare su una diversificazione delle loro part­nership internazionali, in cui attori globali pos­sono offrire cose diverse in modi e tempi diversi, creando un mosaico di partnership e garanzie geopolitiche. In questo mosaico, vi è posto anche per un ruolo maggiore dell’Europa. Mentre gli Stati Uniti possono giustificare un disimpegno dal Medio Oriente, l’Europa non ha tale lusso date la sua vicinanza e la sua vulnera­bilità all’instabilità regionale.

Da “Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente” di Cinzia Bianco e Matteo Legrenzi, Il Mulino, 248 pagine, 16 euro.

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