CrampsLa storia del pubblicitario che fondò l’etichetta discografica più sperimentale d’Italia

Sono passati cinquant’anni dall’inizio dell’avventura di Gianni Sassi e delle band più avanguardiste del panorama musicale, dagli Area agli Skiantos. Il 6 aprile, sul palco del Teatro lirico Giorgio Gaber, è in programma un concerto per festeggiarne l’anniversario e celebrare la cultura underground milanese

Candeggina Gang (Jo Squillo). Foto di Alberto Calcinai

C’era una volta un signore che giocava con le parole, si esprimeva per immagini e risuonava come una musica sperimentale. Un giorno andò a sentire un gruppo strampalato che suonava in un localaccio nella pianura padana sommersa dalla nebbia, quelle nebbie che per ricordarsele bisogna avere diverse decadi sulle spalle… Se ne innamorò talmente tanto che decise di conservare la loro musica, per poterla riascoltare tutte le volte che voleva.

Si chiamava Gianni Sassi, l’etichetta musicale da lui fondata era la Cramps e il gruppo gli Area. Una fiaba, sì, perché per chi è venuto al mondo poco dopo, la storia che li ha uniti in un sodalizio artistico unico era qualcosa che si avvicinava al mitologico. Tanto per cominciare il signor Sassi era un pubblicitario. E aveva un piglio creativo raro, che lo spinse a fondare una etichetta indipendente per proporre una musica sperimentale, del tutto fuori dall’ordinario per quegli anni, con una attenzione alla ricerca per gli irriverenti davvero meticolosa. Ma a dare il via fu proprio quell’incontro: Sassi non poteva non innamorarsi della voce di Demetrio Stratos e delle diavolerie musicali di quattro giganti – allora giovanissimi – come Giulio Capiozzo, Patrizio Fariselli, Patrick Djivas, Paolo Tofani e Victor Edouard Busnello.

Era il 1972, poco dopo, nel 1973, sarebbe uscito il loro primo disco, “Arbeit Macht Frei”, prodotto da Sassi per la Cramps. E qui comincia l’avventura. Anzi, ne iniziano due. Perché quel primo disco darà il via a una serie di pubblicazioni e di collaborazioni con artisti che hanno disegnato lo spirito del tempo. Ma anche perché i primi cinquant’anni di quel lavoro – capostipite e della sua casa discografica saranno festeggiati il 6 aprile a Milano, sul palco del teatro Lirico Giorgio Gaber. E sarà un evento decisamente particolare perché i brani di “Arbeit Macht Frei” non sono mai più stati eseguiti dal vivo a eccezione di Luglio, Agosto, Settembre (nero) e Patrizio Fariselli con il suo Area Open Project li suonerà tutti.

La voce? È quella di Claudia Tellini, «Cantante straordinaria… e te lo dice uno che odia i cantanti!», spiega Fariselli, che lavora con lei da anni. «È così grande» continua «che restituisce i contenuti importanti delle vocalità di Stratos, ma mette in campo la propria interpretazione». Wow! Beh, roba forte… L’ampiezza vocale del cantante degli Area e le sue sperimentazioni sulle potenzialità sonore della voce hanno fatto la storia, rendendolo ineguagliabile. Come tutta la storia del gruppo che in quel 1972 si sentiva pronto per registrare il suo primo lavoro.

Grafica Gianni Sassi

«Ma non era vero, non eravamo pronti», continua Fariselli. «Demetrio cantava in inglese e i brani erano soprattutto strumentali. La domanda era: dove porti quella musica? Poi impattiamo in Gianni Sassi, che si illumina. Capiamo subito che era interessato alla nostra musica e noi a lui. Quindi lo incontriamo altre volte e si rivela veramente formidabile, porta idee importante e nuove al punto che può diventare un membro del gruppo senza esserlo. Ma soprattutto, in quell’occasione, nasce la Cramps. E da bravo pubblicitario riuscì a creare un’attesa incredibile intorno all’uscita del nostro primo disco».

Il gioco è cominciato e alla Cramps arrivano gli Skiantos, Finardi, il gruppo Arti e Mestieri, John Cage, Alberto Camerini, Jo Squillo… un universo musicale con una casa. Che sprona gli artisti, li pungola nel loro essere provocatori, dirompenti, creativi. Perché Sassi era così: «Cercava la musica giovane, la musica contemporanea, era appassionato della poetica di Cage e faceva un lavoro di ricerca spassionato» spiega Fariselli, «Aveva una grande capacità di reinventarsi, di stare attento al mercato che sapeva usare per veicolare la musica e farla uscire dalle cantine».

Re Nudo, la copertina del primo numero

Naturalmente questa storia si intreccia con quella di Re Nudo e il suo festival musicale nella sua versione milanese, al Parco Lambro, un altro evento avvolto dal mito. Sul palco anche gli Area. Ma cos’era Re Nudo? Prima di tutto, una rivista. Un giornale che faceva satira e alimentava il dissenso, all’insegna di una cultura underground alternativa a quella mainstream, fondata nel 1970 da un gruppo di intellettuali che per dieci anni ne hanno fatto un baluardo libertario e indipendente.

Abbie Hofmann

Poi naturalmente ha chiuso i battenti, le sue copie sono diventate merce rara per i collezionisti, finché oggi torna alla ribalta e si fa produttore del concerto per festeggiare i cinquant’anni dell’etichetta milanese Cramps. Il cerchio si chiude intorno alla data del prossimo 6 aprile. Insieme a Luca Pollini, Stefano Piantini ha ripreso le fila del discorso. O quasi: «Forse l’underground non c’è più», dichiara subito, «Ma saremo capaci di intercettare voci non inserite nel mainstream. Non siamo così alternativi come lo era Re Nudo negli anni Settanta, ma un pochino sì. Ci presentiamo ogni tre mesi nelle librerie in un formato libro, molto curato. Sul primo numero ci sono giovani musicisti che non sono rapper e raccontano le proprie esperienze musicali, c’è Cappato che parla del fine vita, c’è l’arte fuori dalle gallerie…». Lo interrompo perché spoilerare tutto non fa bene. Ma mi chiedo quanto sia un esperimento nostalgia. «Non sono nostalgico. Benché sia molto legato a quegli anni, vorrei fare un Re Nudo con una credibilità contemporanea». Come produrre questo concerto per un mezzo secolo eclatante? «Beh, sì. Ci saranno Boccadoro che riprenderà Cage, Finardi, gli Skiantos, Lucio Fabbri…». Buon compleanno, Cramps!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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