De-risikoL’Europa deve aggiornare la sua strategia sulla Cina

L’Ue sarà «più assertiva quando necessario», dice alla plenaria la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ed «è contraria a qualsiasi modifica dello status quo su Taiwan». Ma la dimensione geopolitica dell’Unione non esiste ancora

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen durante il dibattito in plenaria sulla Cina
Foto Dati Bendo/Commissione europea

«Lasciate dormire la Cina, perché quando si sveglierà scuoterà il mondo». Si cita Napoleone nell’aula di Strasburgo, mentre la plenaria esamina la necessità di «una strategia coerente per le relazioni tra Cina e Ue». Pechino si è svegliata da un pezzo, è dal 2019 che Bruxelles la considera una «rivale sistemica» e allo stesso anno risale la linea di condotta che la Commissione si impegna ad aggiornare. Il frasario ottocentesco, riesumato in questo caso da Manfred Weber del Ppe, è emblematico del ritardo accumulato.

Il proverbiale elefante nella stanza non sta all’Europarlamento, ma all’Eliseo. Il dibattito è stato calendarizzato dopo la processione di leader europei alla corte di Xi Jinping e, in particolare, dopo le parole di Emmanuel Macron. Tornato dalla Cina senza risultati per la risoluzione del conflitto in Ucraina, il presidente francese ha rilasciato una discussissima intervista a Politico dove ha rispolverato l’«autonomia strategica», per non diventare «vassalli», e ha prescritto un disallineamento dall’«agenda americana» sulla questione di Taiwan.

Se siete appassionati di politica estera, avrete letto spesso di «cancellerie», una figura retorica con cui ci si riferisce agli ambienti diplomatici dei vari Stati membri. Ecco, questo è il caso tipico in cui le famigerate «cancellerie» non parlano d’altro, per giorni, e con loro la bolla di Bruxelles. Tanto che il viaggio della ministra tedesca degli Esteri, Annalena Baerbock, ha rappresentato per certi versi un tentativo di disinnescare il virgolettato di Macron e di ribadire la (frammentaria) postura europea su Taipei.

«Siamo contrari a qualsiasi modifica dello status quo, soprattutto se con l’uso della forza», chiarisce infatti la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Tra le quattro parole sui cui basare la strategia Josep Borrell, insieme a «valori, sicurezza economica e Ucraina», indica Taiwan. «È fondamentale per l’Europa», spiega l’Alto rappresentante dell’Ue, «Se vogliamo essere una potenza geopolitica dobbiamo essere presenti in tutte le regioni del mondo».

La dottrina è «tutelare i nostri interessi senza buttare benzina sul fuoco». Vanno riconosciute come tali, continua von der Leyen, le provocazioni del partito comunista, come le dimostrazioni di forza nel mar cinese meridionale. La presidente ribadisce il suo mantra, il de-risk, affine soprattutto alla sicurezza economica. Servono «maggiore coraggio e assertività, quando necessario» nell’uso dei sistemi di difesa commerciale, per «rivedere le nostre relazioni e orientarle a trasparenza, prevedibilità e reciprocità».

Il lessico è quello di un equilibrio da ritrovare. «La Cina sta riducendo la sua dipendenza del resto del mondo, ma al tempo stesso sta aumentando la dipendenza del resto del mondo nei suoi confronti», ripete von der Leyen. «È come se avesse già iniziato il processo per prevenire eventuali sanzioni: mentre noi ne parliamo, loro l’hanno già fatto», aggiunge Borrell. Un ultimo punto è l’ambiguità strategica, che per Bruxelles resta una red flag problematica nelle interazioni con la repubblica popolare.

«Il nostro messaggio è chiaro – conclude l’Alto rappresentante –. Le nostre relazioni non possono svilupparsi normalmente se la Cina non usa la sua influenza sulla Russia per convincerla a ritirarsi dall’Ucraina. Qualsiasi neutralità che non distingua tra aggressore e aggredito significa mettersi dalla parte dell’aggressore. Quando Macron dice a Xi che spera lo aiuti a far ragionare Putin, sembra che il presidente cinese non ritenga che Putin abbia perso il senno, bensì che abbia ragione».

Vladimir Putin incontra a Mosca il ministro della difesa cinese Li Shangfu
Vladimir Putin incontra a Mosca il ministro della difesa cinese Li Shangfu (Ap/LaPresse)

Una parte della platea a cui parlano von der Leyen e Borrell è ancora sottoposta a sanzioni. Nel 2021 Pechino ha colpito cinque eurodeputati e la sottocommissione Diritti umani del Parlamento (che ha trenta membri titolari e ventisei sostituiti) come rappresaglia per la condanna sugli abusi patiti dalla minoranza uigura nello Xinjiang. Finché le misure non saranno ritirate, l’assemblea vieterà nuovi accordi, dice il capogruppo di Renew Europe Stéphane Séjourné. «Non possiamo ignorare questi atteggiamenti inaccettabili del governo cinese», rincara Fabio Massimo Castaldo (M5S).

Le valutazioni su Macron si prendono minutaggio nel dibattito. Weber arriva a paragonare le sue dichiarazioni a un «tradimento di valori e interessi europei». La leader dei Socialisti e Democratici Iratxe García Pérez plaude invece a un’«offensiva diplomatica» che «risulta indispensabile per evitare la polarizzazione e un ritorno» a logiche di blocchi contrapposti. C’è una rara concordia bipartisan. «Non possiamo più chiudere gli occhi sulle ambizioni politiche di Pechino», per Philippe Lamberts (Verdi). Anche Manon Aubry (Sinistra) rivendica un «non allineamento» che «non ha nulla a che fare con la neutralità».

Non ha tutti i torti il leghista Marco Zanni (Id) quando dice che «la dimensione geopolitica dell’Unione europea non esiste o è inconsistente». Forse dovremmo scrivere che non esiste ancora. «Non ci può essere autonomia strategica sulla Cina – tuona Zanni –. Esistono alleati credibili con cui dobbiamo andare fianco a fianco e regimi autocratici, come Russia e Cina, da cui dobbiamo differenziarci. Non può esistere, in questo, una terza via». Sacrosanto.

Un intervento da registrare su cassetta e spedire in via Bellerio. Per il fiancheggiamento a Putin, da scambiare con Mattarella o stampare sulle t-shirt, e su Mosca – o era l’hotel Metropol? – dove sentirsi più a casa che nelle capitali europee, si era distinto in un passato temporalmente non troppo lontano, ma politicamente lontanissimo il capo del suo partito, Matteo Salvini. La Lega vanta(va) anche un’intesa con Russia Unita, partito del dittatore, oggi impensabile.

L’invasione dell’Ucraina ha reso il Cremlino un interlocutore tossico e i buoni rapporti, prima esibiti, una scoria da smaltire il più in fretta possibile. Un’escalation a Taiwan innescherebbe la stessa dinamica per Pechino. Ha ricordato Borrell: «Mai finora abbiamo definito esplicitamente la Cina come una “minaccia diretta alla nostra sicurezza”, come invece abbiamo fatto nei confronti della Russia». Lui e la presidente della Commissione hanno insistito sulla necessità di dialogare con il gigante asiatico, e ci mancherebbe.

Hanno collocato il confronto in termini soprattutto economici, ma «una strategia di sicurezza economica è una strategia di sicurezza, non concentriamoci sull’aggettivo invece che sul sostantivo», è sempre Borrell. Adesso va capito come e se queste parole si tradurranno. Se questa nuova «assertività» resterà verbale o si convertirà in atti concreti, e con quali conseguenze. Un problema di fondo, poi, resta quello dell’aneddoto apocrifo su Henry Kissinger: quale numero telefonico va composto per parlare con l’Europa?

A riguardo, l’Alto rappresentante ha sguazzato nel cerchiobottismo: «È necessario allineare la nostra posizione, esprimendola non solo con una voce, perché abbiamo una molteplicità di voci, ma con un coro di voci sintonizzate, per lo meno dicendo la stessa cosa». Dopo il 24 febbraio 2022, il mondo pare entrato in una fase di Risiko più che di de-risk e, sulla Cina, in Europa sembra ancora, per restare sulle metafore acustiche di Borrell, prevalere la cacofonia.

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