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L’Europa in biciDall’Olanda al Belgio, gli incentivi per andare al lavoro su due ruote

La “Cycling Strategy” europea si propone di riconoscere la bicicletta come un vero e proprio mezzo di trasporto, raddoppiando il numero di chilometri percorsi entro il 2030

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Tratto da Morning Future

Andare in bicicletta può essere a volte faticoso, altre divertente, e può anche consentire a chi pedala di guadagnare. È quello che sta succedendo in molti Paesi d’Europa, dall’Olanda al Belgio, dalla Francia all’Italia.

In generale, le direttive che arrivano dal Parlamento Europeo parlano chiaro: bisogna investire nella costruzione di infrastrutture ciclabili e nell’avvio di politiche industriali che sostengano il settore. Il piano, articolato in 18 punti e contenuto nella “Cycling Strategy”, si propone di riconoscere la bicicletta come un vero e proprio mezzo di trasporto, raddoppiando in Europa il numero di chilometri percorsi entro il 2030. L’obiettivo è quello di dire addio ad automobili e bus a favore delle biciclette. Non tutti i Paesi, però, vanno allo stesso ritmo. Ci sono luoghi in cui esistono da anni incentivi per convincere i lavoratori a spostarsi su due ruote, altri in cui questo traguardo pare lontano.

I Paesi Bassi sono lo Stato che per primo ha puntato sull’importanza della bicicletta, tanto che è più elevato il numero di bici che quello di persone. La rete stradale si estende per 140mila chilometri, quella di piste ciclabili supera i 35mila; quasi un terzo delle persone è solita spostarsi su due ruote. I Paesi Bassi fanno parte del gruppo di Stati che offre incentivi economici a chi va al lavoro in bicicletta, garantendo una “indennità di chilometraggio”.

Dal 2006, infatti, le aziende ricompensano chi si sposta da casa al luogo di lavoro in bici con 0,19 euro per chilometro – che dovrebbero aumentare a 23 centesimi nel 2024. In più si tratta di una spesa che è possibile detrarre dalle tasse. È molto semplice: nell’app dell’azienda si segnala il numero di km percorsi a settimana e il tragitto viene pagato a fine mese insieme allo stipendio.

Si inserisce in questo gruppo anche il Belgio dove, dal 2011, oltre 500mila lavoratori ottengono 0,24 euro per chilometro percorso. Lo Stato che più recentemente ha adottato la stessa strategia è la Francia. Dopo una fase pilota, dal 2016 i pendolari francesi possono richiedere fino a 0,25 euro al chilometro.

In Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito, ci sono poi ulteriori incentivi. Ad esempio, nei Paesi Bassi esiste un’iniziativa, il Bike Plan, che permette di acquistare biciclette attraverso l’intermediazione dell’azienda, facendosi addebitare il costo direttamente sullo stipendio.

Il costo della bici è detraibile fino al 40%, ma ci sono agevolazioni fiscali diverse per gli imprenditori con e senza dipendenti. In pratica, l’azienda compra la bici a regime agevolato, il dipendente la paga al datore di lavoro tramite il suo stipendio, ma usufruisce dello sconto sulle tasse. Questo significa che se il dipendente sceglie una bici che costa 1.000 euro, a fine anno risparmia fino a 400 euro di imposte sul reddito.

Ma ci sono molti altri esempi a livello europeo di aziende che anticipano la spesa per l’acquisto del mezzo e poi la recuperano con una trattenuta sullo stipendio del dipendente, risparmiando sui contributi.

In particolare, dal 2019, nel Regno Unito è attivo il programma Cycle to Work Scheme, che include sgravi fiscali e sconti sia per il datore di lavoro che per il lavoratore. Anche in Lussemburgo esistono misure per incentivare il bike to work. I privati e le aziende hanno diritto a detrarre fino a 300 euro per l’acquisto di una nuova bicicletta.

Ma ci sono Stati che avanzano solo ora proposte per incentivare i trasporti green. È il caso della Spagna che con il programma “En bici al trabajo” – che rientra nella “Estrategia Estatal de la Bicicleta” – propone di modificare i regolamenti fiscali rendendo la bicicletta al pari dell’auto aziendale. Al momento però la situazione pare bloccata.

In Italia non c’è una legge nazionale che prevede indennità chilometriche, ma alcune città si sono mosse in autonomia. Il primo comune ad aver avviato incentivi offrendo ai lavoratori un rimborso chilometrico è stato Massarosa, in provincia di Lucca. Dopo il bike to work toscano, sono seguiti progetti simili a Bari, con un rimborso di 25 centesimi al chilometro, Torino, Milano, Venaria, Faenza.

Nel post pandemia una delle prime regioni a essersi mobilitata è stata l’Emilia-Romagna con il progetto “Bike to Work-Bonus bici”, che si pone come obiettivo quello di raddoppiare la mobilità ciclopedonale.

Se tutti i Paesi puntassero sull’uso della bici, i benefici non sarebbero solo economici – sia di risparmio che, in alcuni casi, di guadagno – ma anche fisici e ambientali. Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal, andare al lavoro su due ruote comporta una diminuzione del 45% della possibilità di sviluppare il cancro rispetto a chi si sposta con l’auto o i mezzi pubblici e del 46% di contrarre malattie cardiovascolari. In generale, pedalare è un ottimo modo per affrontare le malattie causate da uno stile di vita sedentario, come l’obesità.

Muoversi in bici ha effetti benefici anche sul piano atmosferico. Se tutto il mondo percorresse in bici 2,6 chilometri al giorno, cioè la media degli olandesi, le emissioni di carbonio diminuirebbero di 686 milioni di tonnellate, che equivalgono a una volta e mezzo le emissioni dell’Italia. Un recente articolo di Nature ci ricorda che «il settore dei trasporti rappresenta un quarto delle emissioni globali di gas serra a causa dei carburanti, e la metà di queste emissioni proviene dalle automobili». Inserire la bicicletta nella routine quotidiana, sostituendola all’auto, sarebbe certamente un buon inizio.

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