Fair ShareSe l’Europa non tasserà le Internet company, si chiuderà per sempre l’epoca Vestager

Finora la Commissione ha impedito fusioni e acquisizioni nel mercato europeo delle telecomunicazioni. Ma non ci sono più le risorse economiche per tenere in vita questa miriade di società. Per questo si chiede un contributo economico alle Big Tech

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Ma veramente le aziende europee di telecomunicazioni (telco) vogliono far pagare una tassa alle compagnie internet, specialmente quelle statunitensi, per finanziare l’implementazione delle reti in fibra ottica, a fronte di un traffico dati che continua a moltiplicarsi ogni anno? C’è chi dubita possa succedere. E per una serie di ragioni. Ecco le principali, in ordine sparso (ma non troppo).

È difficile sostenere che in questi anni le Internet company, e in particolare i cosiddetti Over the top (Ott), ossia i soggetti che vendono contenuti digitali che fanno transitare sulle reti a banda larga, non abbiano pagato nulla né abbiano investito nelle infrastrutture. Amazon ha creato Prime Video con un costo operativo marginale (ovviamente senza contare l’acquisizione dei diritti di visione) semplicemente facendo transitare film e serie tv sulla sua rete di server che supporta il suo Cloud. Netflix investe nei server di Content delivery network (Cdn) per distribuire al meglio i suoi titoli in alta definizione e con tempi di attesa irrisori. A volte Netflix compra capacità in reti di Cdn esistenti, altre volte sviluppa direttamente reti proprietarie. Chi ha provato la differenza nel vedere una serie tv in streaming dal catalogo Netflix o su Prime e vederlo sul servizio RaiPlay, sa di cosa parliamo. In ogni caso, tutti comprano dalle telco capacità di traffico sulla rete e spesso anche servizi di intelligenza di rete.

Le telco hanno davvero difficoltà a investire? I loro bilanci dicono di sì. I margini sono in continua riduzione, Il traffico dati aumenta esponenzialmente e gli Ott ne sono i principali responsabili. Un documento della Tim calcola che sulla rete dell’ex monopolista italiano il traffico dati mensile per linea è balzato dai 16 gigabyte del 2011 ai 191 del 2021. Il problema però è che i ricavi dipendono in primo luogo dalle tariffe pagate dai consumatori e quelle sono abbastanza ferme. Un utente che passi da un contratto di banda larga in Adsl a uno in fibra non spende molto di più. E la stessa considerazione sta rallentando i nuovi investimenti delle telco nelle reti mobili 5G: dove sono state accese le prime, gli utenti non pagano più di quando i dati dei loro smartphone viaggiano sulle “vecchie” reti 4G.

A queste evenienze finora le telco hanno risposto, da più di dieci anni, tagliando i costi: hanno ceduto le torri, hanno fatto outsourcing di customer care, hanno fatto network sharing dove possibile, per esempio nei costi di manutenzione. Hanno tagliato migliaia di posti di lavoro e non hanno ancora finito: il caso Vodafone Italia è di pochi giorni fa. Logico che pensino a rinvenire risorse dai loro clienti più ricchi: le Internet company. Anche se la percorribilità di questa opzione non è così semplice come potrebbe sembrare, e la causa legale tra Netflix e l’operatore sudcoreano di reti in fibra Sbk, che va avanti da 7 anni senza essere arrivata a conclusioni apprezzabili, ne è una prova.

Mentre la consultazione promossa dalla Commissione Ue sul Fair Share va avanti, la Etno, l’associazione delle maggiori telco europee, ha presentato una sua proposta di riforma dei sistemi di interconnessione delle reti che non ha trovato nessuna accoglienza positiva, e che i gestori degli internet exchange, ossia gli hub che gestiscono le interconnessioni web delle grandi reti di dati, hanno bollato come «un ritorno ai tempi delle centrali telefoniche». Ossia quel sistema di reti chiuse che l’avvento di internet ha scardinato dando il via libera alla rivoluzione digitale.

Anche le ipotesi suggerite dal documento di avvio della consultazione europea lasciano spazio a più di una perplessità. Anche ammesso che si riesca a varare questo “contributo” degli Ott alle reti, su cosa andrebbe calcolato? E come andrebbe raccolto? Dovrebbero farlo le singole telco o dovrebbe essere fatto a livello centrale, da un organismo dell’Unione europea? E in tal caso, chi lo dovrebbe gestire? Qui il fronte delle telco si dimostra tutt’altro che monolitico. Sono infatti a favore del contributo Orange, Telefonica, Tim su tutti. Ma sono contrarie le telco dell’Europa scandinava, gli olandesi, gli austriaci e soprattutto Deutsche Telekom, che di fatto capeggia il fronte degli scettici.

Qual è il timore di questi ultimi? Che gli Ott, da Google in giù, finiscano per rovesciare sugli utenti, consumatori privati e imprese, specie le più piccole, i maggiori costi che graveranno sul servizio: dagli abbonamenti delle streaming tv ai servizi a pagamento di Google e YouTube, che riguardano appunto il mondo business. Queste almeno sono le ragioni nobili. Le altre ragioni spesso non dette, ma non per questo meno rilevanti, riguardano il fatto che i nuovi ricavi da Fair Share andrebbero a risanare i bilanci di gruppi telefonici con i conti zoppicanti. Qui la faccenda si complica ancora di più. Tutte le telco europee hanno un problema di debito. Tim E Orange ne hanno per oltre 25 miliardi ciascuna, ma Tim fattura 15 miliardi, Orange il triplo, 45 miliardi. Attorno ai 40 miliardi di ricavi viaggiano Telefonica e Vodafone, con un debito che vale, per ciascuna quasi altrettanto. In testa a tutti c’è proprio Deutsche Telekom, che fattura 114 miliardi di euro ma ne ha 145 di debito. Oltre i valori assoluti, la classifica delle telco più indebitate la dà il rapporto tra debito netto ed ebitda: chi sta peggio è Telefonica, con debiti pari a 5 volte l’ebitda, segue Tim con 4,6, Deutsche Telekom con 3,5, Vodafone con 4,1 e Orange con 2.

Insomma, i conti di tutti questi gruppi zoppicano, ma ognuno zoppica a modo suo. La Spagna è il paese Ue con la più altra penetrazione della fibra, ormai sopra l’80 per cento, quasi come Corea del Sud e Giappone e ha di fatto ormai finito di investire. Italia e Germania hanno la fibra attorno al 20 per cento (dati Ocse a giugno 2022), anzi la Germania è anche dietro di noi ma ha una penetrazione di Adsl attorno al 70 per cento, mentre in Italia è tra il 20 e il 30 per cento. Vuol dire che i tedeschi devono solo gestire la migrazione dal rame alla fibra, mentre da noi è proprio il mercato a essere indietro. A tedeschi e spagnoli servirebbero risorse per ridurre i debiti fatti all’inizio del 2000, ai tempi della grande espansione geografica. A Tim, massacrata dai passaggi di proprietà pagati dalle casse della società stessa, e che in questi venti anni si è andata sempre più riducendo, ormai manca invece la liquidità per crescere e continua a vendere i gioielli di famiglia.

Più soldi farebbero comodo a tutti, ma su come raccoglierli non c’è accordo. Una specie di tassa da raccogliere in base al traffico? Non giustificherebbe l’idea del «contributo allo sviluppo delle reti» ma sarebbe un puro e semplice dazio. Allora un contributo sugli investimenti realmente in corso? Sfavorirebbe i paesi più efficienti dove hanno già investito, a partire dalla Spagna, e premierebbe i più lenti e inefficienti, come l’Italia. Un contributo da raccogliere su base comune su tutta l’Unione e convergente in un fondo che qualche nuovo soggetto partorito da Bruxelles gestirà? Al momento è proprio questa l’ipotesi più probabile, ma solo perché, non essendoci ancora le regole, tutti i motivi di contrasti e attriti vengono solo rinviati nel tempo.

Ma intanto si fa strada un’altra ipotesi: quella del gioco di ruolo. Secondo questa interpretazione tutte le telco sarebbero di fatto concordi. La vera ragione delle loro difficoltà non è la mancanza dei ricavi da una internet tax, ma le strategie di Bruxelles degli ultimi dieci anni, quelli che più o meno compongono la cosiddetta “Era Vestager”, dal nome della due volte commissaria Ue alla concorrenza e che da anni blocca qualsiasi forma di consolidamento del mercato delle tlc europee. Quella che ha imposto a tutti i grandi mercati – italiano, tedesco, spagnolo, francese e, finché c’è rimasto, britannico – di non scendere sotto la soglia critica dei quattro operatori mobili. E sono proprio i ricavi e i margini della telefonia mobile quelli che negli ultimi dieci anni soprattutto sono venuti a mancare, solo in minima parte recuperati dalla crescita degli abbonamenti alla banda larga fissa.

L’Ue ha costretto il mercato europeo delle tlc a operare con un numero di operatori senza pari negli altri grandi mercati di riferimento, dagli Stati Uniti alla Cina. Quindi ora, che le risorse per tenere in vita questa miriade di soggetti sono finite, o l’Ue trova nuove risorse, la Fair Share, oppure torna a riaumentare i margini di manovra endogeni del mercato. Su questa seconda ipotesi sono tutti d’accordo, dal Mare del Nord al Mediterraneo.

Casualmente proprio in questi giorni in Spagna si è aperto l’iter per una fusione tra due operatori mobili, Orange e Mas Movil. Una fusione da 18,6 miliardi tra il secondo e il quarto operatore mobile iberico. L’operazione è ora al vaglio dell’antitrust di Bruxelles, che dovrà decidere entro il 21 agosto. Quattro mesi per capire se l’Unione europea deciderà di cambiare strada e di passare, dalla difesa dei singoli consumatori a ogni costo, salvaguardando solo sconti di pochi euro in bolletta, a quella dell’intero mercato europeo nel suo insieme, utenti, imprese e istituzioni comprese.

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