Canavese, questo sconosciuto Itinerario gastroculturale a Ivrea e dintorni

Quattro siti UNESCO, cinque laghi glaciali e oltre venti castelli. Ma anche dolci centenari, salumi introvabili e vitigni eroici

Castello di Masino, foto di Luigi Luzi (FAI)

Tanto inesplorata dai turisti quanto amata dai suoi abitanti, la zona nord-occidentale del Piemonte vive (ingiustamente) all’ombra dei suoi più illustri corregionali: Langhe, Roero e Monferrato. Per quanto sconosciuto ai vacanzieri in terra sabauda, il Canavese non può certo ritenersi una terra vergine: abitato sin dalla preistoria – come dimostra il sito palafitticolo del lago di Viverone protetto dall’UNESCO – in epoca preromana fu occupato dalla popolazione celtica dei Salassi, che con la resa all’imperatore Augusto lasciarono spazio alla colonia di Eporedia, odierna Ivrea.

Il sangue ribelle di origine nordica continua a scorrere nelle vene degli eporediesi, nei secoli pronti a combattere qualunque tipo di oppressione, con le arance e con le armi: infaticabili e appassionati hanno lavorato con devozione nel settore manifatturiero e sembrano finalmente pronti a superare il lutto industriale post-Olivetti per reinventarsi in una dimensione turistica incredibilmente gustosa, di cui i vigneti sono da sempre parte integrante. Certi di avervi incuriosito, vi proponiamo un fine settimana alla scoperta di un territorio (ancora) poco battuto e delle sue prelibatezze enogastronomiche.

Il tour comincia sabato mattina, nella “capitale” storica del Canavese: Ivrea. Meno di due ore da Milano e meno di una da Torino. Partite di buonora se volete godervi una tipica colazione da local: accanto alle più comuni paste di meliga, troviamo i biscotti eporediesi – a base di nocciole e cacao – e i torcetti al burro, una variante dolce e caramellata del grissino (ma a forma di tarallo). Piuttosto che inzuppare un biscotto nel cappuccino preferite affondare la forchetta in un dolce più consistente? Allora optate per la polenta d’Ivrea, una tortina al mais con miele e succo d’arancia creata circa cento anni fa, o per l’iconica Torta 900, di produzione esclusiva della Pasticceria Balla: un soffice pan di Spagna al cacao, farcito con una crema al cioccolato leggera solo all’apparenza e decorato con una spolverata di zucchero a velo.

A pancia piena e carichi di serotonina, sarete pronti per esplorare il centro storico di Ivrea, inerpicato su una collinetta e dominato dal castello “dalle rossi torri”, come amava chiamarlo Carducci. Se però conoscete il rapporto simbiotico degli eporediesi con la famiglia Olivetti, difficilmente potrete fare a meno di una visita alla città industriale del ventesimo secolo (altro patrimonio dell’umanità) e al Laboratorio-Museo Tecnologic@mente, dove sono esposte le macchine “per” scrivere – dalla leggendaria Lettera 22 alla Valentine – i calcolatori e i primi esemplare di personal computer. I fanatici del design industriale ne rimarranno perdutamente innamorati.

Sazi di cultura, sarete a questo punto affamati di cibo: in soli venti minuti di auto potrete raggiungere un antico ospitale della Via Francigena, fatto erigere nell’anno 894 fuori dal borgo di Settimo Vittone. La cura e l’accoglienza prestate dalle Madri Badesse in epoca carolingia sono ancora oggi il cuore pulsante dell’Osteria La Sosta. Cosa si mangia? Lunedì quello che c’è, mercoledì trippa, giovedì bollito misto, venerdì polenta e merluzzo, sabato selvaggina. E domenica? Fritto misto naturalmente. Accanto ai piatti del giorno non mancano gli evergreen come le rane fritte o le lumache in guazzetto. E non osate saltare l’antipasto di salumi e formaggi: provate l’antica mocetta – fresca o stagionata – prodotta con carni magre di bovino, pecora, capra e camoscio, e fatevi sorprendere dagli aromi unici del “povero” salampatata, ottenuto mescolando patate bollite, carne di suino, cannella, noce moscata e chiodi di garofano. E se il vostro cuore batte per i latticini, rimarrete colpiti dai tomini canavesani e dai formaggi della Valchiusella. Innaffiate il tutto con un buon calice di Carema Doc, ottenuto da uve Nebbiolo in purezza. Ma forse non sapete che “Carema” è anche un borgo delizioso ai confini con la Valle d’Aosta…

Proprio qui vi invitiamo a passeggiare dopo pranzo, nel “paese vigneto” che sorge su un anfiteatro naturale in cui le viti si perdono tra le case, ornando giardini e cortili. Per rendere coltivabile il suolo di forte pendenza, gli abitanti del comune di Carema hanno costruito dei terrazzamenti alternando i muraglioni a secco con la terra morenica trasportata dal fondovalle e hanno adottato una forma di allevamento “a pergola” (topìa nel dialetto locale): il paesaggio è scandito da schiere di pilastrini in pietra e calce (pilùn), che sorreggono i graticci con i tralci di vite e al contempo immagazzinano il calore del sole per rilasciarlo nelle rigide ore notturne. Se l’esplorazione solitaria non fa per noi, lasciatevi guidare da piedi e palati esperti per un’esperienza di enoturismo unica nel suo genere.

E dopo il trekking tra i vigneti eroici, vi sarete meritati un momento di relax nella struttura che vi ospiterà per la notte. Gli amanti del clima “cittadino” potranno tornare a Ivrea e scegliere una delle camere tematiche di Spazio[Bianco]: se volete un assaggio della rinomata atmosfera carnevalesca scegliete “Il Carnevale” e riposatevi accanto alle instancabili squadre di aranceri. Prima di andare a letto godetevi un aperitivo rinforzato presso la Vigna del Belvedere, degustando i prodotti locali in accompagnamento all’Erbaluce di Caluso, versatile fiore all’occhiello della vitivinicoltura locale che gode del riconoscimento Docg dal 2010.

Se invece siete partiti per un weekend romantico e cercate un rifugio esclusivo in cui celebrare un’occasione speciale, Cella Grande è il luogo che fa per voi: questo ex convento benedettino affacciato sul lago (glaciale) di Viverone è tornato a vivere grazie alla famiglia Bagnod, di origini valdostane, forte dell’esperienza agrituristica acquisita in Val d’Ayas e a Piverone. Roberto, anima dell’azienda, ha fatto suo il motto benedettino “Ora et labora”: lavorando incessantemente con i suoi tre figli e la compagna Florina ha messo in piedi un’oasi di pace che si presta alla contemplazione della natura e dei suoi frutti. Qui potrete degustare l’Erbaluce ottenuto dalla coltivazione dei cinque ettari che circondano il complesso, e godervi una cena a base dei prodotti a chilometro zero “by Bagnod”. Ma prima concedetevi due ore di benessere nella Bio Spa con vista lago: vagate senza pensieri tra piscina, sauna e bagno turco, e soprattutto non partite senza aver provato l’aperitivo in botte, una vera chicca!

Domenica mattina sarete freschi e riposati, pronti per immergervi nel cuore dell’anfiteatro morenico di Ivrea e visitare il Castello di Masino con il suo parco monumentale. Passeggiando tra le sale affrescate e riccamente arredate, avrete la sensazione di intrufolarvi in una casa ancora abitata, perché ogni oggetto racconta la storia della famiglia Valperga di Masino, che ha abitato il maniero fino all’acquisto da parte del FAI (1988). Anche il lussureggiante parco all’inglese merita ben più di una sosta: percorrete il viale di tigli, fate un picnic sul Grande Prato di Eufrasia e smarritevi tra i duemila carpini minuziosamente sagomati del labirinto settecentesco. Con un po’ di fortuna potrete scovare un picchio, un ghiro o uno scoiattolo; ma certamente potrete osservare le arnie da cui viene estratto il miele di acacia e di castagno (in vendita presso lo shop del Castello).

Labirinto di Masino, foto di Marco Castagna (FAI)

Se avvertite un languorino e gradite qualcosa di meno bucolico di un panino gustato a piedi nudi sull’erba, potete “ripiegare” sulle specialità locali proposte dalla caffetteria sulla Terrazza degli Oleandri, con tanto di panorama sul paesaggio canavesano. Per un pranzo più raffinato, ma non privo di richiami ai sapori del territorio, vi basteranno trenta minuti di strada in direzione Torino: i piatti stellati della chef Mariangela Susigan sono pensati e realizzati con i doni dell’orto e del frutteto, con i fiori e le erbe selvatiche, trattati con sapienza per un risultato sincero ed elegante, che gode del contesto idilliaco della casa ottocentesca che ospita il Ristorante Gardenia, nel borgo di Caluso.

Caffetteria Masino, foto di Maria Burro (FAI)

Dopo quasi due giorni all’insegna della cultura canavesana – enogastronomica e non – avrete avuto solo un assaggio dell’incredibile potenziale di questa terra, che grazie al think tank Canavese2030 viaggia verso una nuova era di crescita economica e sociale, di cui il nuovo portale dedicato alla mappatura georeferenziata delle eccellenze territoriali è solo il primo capitolo. Per secoli assuefatto dalla sua stessa bellezza, il Canavese è finalmente pronto ad aprirsi al mondo, animato da una nuova consapevolezza. Quindi approfittatene.

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