La “piccola Venezia”Alla scoperta di Comacchio, tra anguille e birdwatching

Una città lagunare suggestiva che non ha nulla da invidiare al famoso lido veneto. Tradizioni culinarie antichissime, edifici storici, mostre artistiche e attività sportive di ogni tipo. Abbiamo fatto un tour scoprendo un patrimonio gastronomico e culturale notevole

Una “piccola Venezia” che non è in Veneto ma, sia pure di poco, in Emilia-Romagna, in provincia di Ferrara, al centro di una delle aree umide più estese d’Italia: 40 mila ettari di riserve naturali sul delta del Po, da girare a piedi o in bici.
Si dice Comacchio e si pensa alle anguille; è esatto, ma è riduttivo perché attorno e dentro alle Valli c’è un mondo d’acque, di tradizioni, sapori e atmosfere, sospeso tra le suggestioni della vicina laguna veneziana e i campi senza fine della pianura padana. Un microcosmo unico, oltre che un esempio di integrazione millenaria tra ambiente naturale e attività umana.

Le guide turistiche suggeriscono che il periodo migliore per visitare la zona vada da aprile a metà ottobre, approfittando dei due primi fine settimana di questo mese per godersi la sagra dell’anguilla di Comacchio, con tanto di degustazioni, spettacoli di strada e un circuito di ristoranti che propongono tutte le specialità locali. Tanto pesce, capesante, canocchie, vongole, i risotti di mare, gli spaghetti ai crostacei, le grigliate accompagnate dalla polenta, ovviamente l’anguilla in ogni declinazione, ma anche sogliole, cefali, rombi, orate, seppie ripiene e il famoso fritto misto con le verdure. E ancora, la focaccia alla zucca violina, i ciambellini comacchiesi, il topino d’Ognissanti, un biscotto a forma di topo fatto con lo stesso impasto dei buranelli veneziani. Da accompagnare ai “vini della sabbia” del Bosco Eliceo, una doc del tutto particolare che nasce in un tratto di fascia costiera tra la foce del Po e Ravenna e dona all’uva il profumo del mare.

Una gita invernale, tuttavia, permette di trovarsi sul luogo nel momento in cui, tra fine ottobre e gennaio-febbraio, si svolge la pesca delle anguille e aggiunge a quello del paesaggio il fascino arcano della nebbia, spesso presente e avvolgente, che rende ancora più piacevoli le soste nel calore di una tavola imbandita. Ad esempio, alla trattoria Da Vasco e Giulia. Composta da una serie di stanze raccolte, arredate con foto in bianco e nero e attrezzi marinari, ha fin dal primo impatto un’aria familiare. Forse perché è stata uno dei set di Comacchio, luogo cinematografico d’elezione dove sono stati girati “La donna del fiume” di Mario Soldati con Sofia Loren; “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati, “Al di là delle nuvole” di Michelangelo Antonioni e Wim Wenders. Proprio in questo film si vede uno degli ambienti della trattoria, la Sala verde. Si cena sapendo che gli ottimi piatti di pesce sono stati apprezzati anche da Lina Werthmuller, Michelangelo Antonioni, Bigas Luna e Wim Wenders, autore del disegno di un piccolo angelo che ora fa parte degli arredi del locale.

Ora, è chiaro, Comacchio è una meta gastronomica, ma è anche un anticipo delle luci e dei colori e delle vedute delle isole lagunari e riserva scorci sorprendenti. Cosa evidente dal Ponte degli Sbirri, punto di partenza ideale per cogliere a colpo d’occhio la sua storia di borgo di pescatori illustre, citato anche da Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso «e la città ch’ in mezzo alle piscose / paludi, del Po teme ambe le foci, / dove abitan le genti disiose / che ‘l mar si turbi e sieno i venti atroci». Ma anche di centro commerciale strategico, oggetto di scambi e di guerre tra i potenti vicini, il ducato d’Este, la repubblica di Venezia e infine lo stato pontificio, a cui si deve, nel ‘600, il rinnovo edilizio dell’abitato e la creazione del Trepponti, icona cittadina. Nel centro storico, infatti, gli edifici monumentali, come l’Antico Ospedale degli Infermi e l’ottocentesco Palazzo Bellini, si mescolano alle casette basse dei pescatori e alle testimonianze della secolare vocazione di Comacchio, come l’Antica Pescheria, un bellissimo edificio del XVII secolo sede del mercato giornaliero del pescato, e la Manifattura dei Marinati, nota anche con il nome di “fabbrica dei pesci”.

Sono oltre milleseicento metri di superficie, di recente interamente recuperati e restaurati, un po’ azienda, un po’ museo, che hanno il loro fulcro nella Sala dei Fuochi, un enorme stanzone con dodici camini intervallati da nicchie, in cui si svolgeva e si svolge tuttora la lavorazione dell’Anguilla marinata delle Valli di Comacchio, che è un presidio Slow Food e che veniva sbarcata alla Calata o Fossa, dove approdavano le barche dei pescatori. Il processo di preparazione è sempre lo stesso, immutato da secoli e codificato da dosi e rituali precisi. Le anguille arrivate nelle Valli dal lontano Mar dei Sargassi vengono prima cotte allo spiedo su un fuoco di legna; quindi, sistemate in recipienti di legno detti zangolini, insieme alla salamoia. Il segreto pare, oltre che nella cottura a puntino, sta anche nelle misure di quest’ultima. La ricetta classica prevede l’amalgama, in ogni litro di aceto di vino bianco, di circa 70 grammi di sale marino di Cervia e un bicchiere d’acqua. Infine, si aggiunge una foglia d’alloro. In passato erano le famiglie a svolgere a domicilio quest’attività per conto dell’Azienda Valli, ma nei primi decenni del ‘900 anche la lavorazione venne fatta rientrare fra le prerogative dell’ente, insieme alla coltura ittica, alla vigilanza, all’amministrazione interna e alla commercializzazione del pescato.


È un mondo tutto da scoprire, con le sue figure caratteristiche, i suoi attrezzi e i suoi termini, e una storia che l’etimologia del nome fa risalire al greco Κύμη, onda, o forse all’etrusco-latino cumaculus, gruppo di dossi, in accordo con la tradizione che vuole il paese fondato su 13 isolotti. Una storia che si può ripercorrere, insieme a quella del territorio circostante, al Museo Delta Antico, ospitato nel settecentesco Ospedale degli Infermi. Qui è esposto anche il carico della nave romana ritrovata nel 1980 in fondo del canale collettore di Valle Ponti, piena di merci che testimoniano l’importanza del sito fin dai tempi più remoti: piombo spagnolo, vino e olio dalla costa adriatica, dalle isole greche e dall’Asia Minore, ceramica da tavola o da cucina, legname, carne, profumi, piccoli oggetti di devozione, spezie orientali.

E poi ci sono, a pochi chilometri dal centro, le Valli che è consigliabilissimo percorrere a piedi, o in bici durante la bella stagione. Senza trascurare le visite guidate con la motonave che permettono di vederle con gli occhi dei pescatori, imparando a riconoscere i casoni, le tabarre, i lavorieri, cioè le trappole per la “cattura” del pesce, e gli attrezzi del mestiere, le fiocine, le nasse, ascoltando le vecchie storie di appostamenti e inseguimenti tra i fiocinini, i pescatori di frodo, e le guardie vallive. Il punto di partenza delle visite turistiche, alla Foce, si raggiunge anche con una camminata e, oltre a una torre di guardia con una bella vista sulla rete di specchi d’acqua, saline e canneti, offre le specialità tutte di pesce a prezzi molto onesti del Bettolino, un piccolo, caratteristico ristorantino permeato del profumo dell’anguilla alla brace.

In primavera e d’estate questo è anche il regno del birdwatching nel Parco del Delta del Po, 54 mila ettari distribuiti su nove comuni nelle province di Ferrara e Ravenna dove si incontrano dune di sabbia, il verde fitto del Bosco della Mesola, le sterminate distese di acqua salmastra delle Valli di Comacchio e della Sacca di Goro, le valli di acqua dolce di Argenta e di Ostellato, e una quantità di uccelli tra cui spiccano per la loro spettacolarità i fenicotteri rosa. Non a caso,  su invito della Lipu, Comacchio è diventata Città del Birdwatching, con un Consiglio comunale straordinario che ha assunto l’impegno di fare della cittadina del Delta del Po uno dei luoghi di maggiore attrattiva per i birdwatchers europei e la capitale italiana della conservazione degli uccelli selvatici.

 

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E poi ci sono i dintorni: una visita all’Abazia di Pomposa, sito Unesco, luogo di culto millenario, fondata nel IX secolo, che nel Medioevo fu un centro di spiritualità e cultura tra i più importanti al mondo, visitato tra gli altri, da San Pier Damiani e Dante Alighieri. Anche qui nei ristoranti domina l’anguilla ma vale la pena arrivare fino a Goro per fare tappa al ristorante locanda Ferrari, sul porto per assaggiare i risotti, le crudità di pesce e i frutti di mare