Tra leggenda e realtàLa storia della colomba, miracolo antico o moderna pubblicità

Quando si racconta la nascita di un capolavoro spesso la narrazione affonda la sua storia nel mito. Anche quando il capolavoro è dolce e soffice come un dolce lievitato pasquale

Foto di Chandan Chaurasia su Unsplash

Monaci e re, un santo, una regina, qualche colombaccio ben arrostito, condottieri e stendardi, forni poco utilizzati e un pubblicitario di rango. Un cocktail di personaggi a dir poco strampalato, ma del tutto giustificato se si vogliono raccontare le origini, leggendarie e reali, di uno dei dolci più diffusi e di assoluta attualità in questi giorni: la colomba di Pasqua.

La tradizione dice che tutto è cominciato più o meno 1400 anni fa: nel settimo secolo. Anzi, per essere proprio precisi, pochi giorni prima della Pasqua del 612.
In quegli anni gruppi di monaci irlandesi avevano deciso di lasciare la loro terra e di attraversare il mare per restituire al continente la “vera fede cattolica” che in Irlanda si era mantenuta “pura e senza inquinamenti”, mentre nel resto d’Europa era ormai deviata e contaminata da guerre e invasioni. A spiegare l’iniziativa in questi termini, in una lettera indirizzata a Papa Bonifacio VI, è la loro guida spirituale: l’abate Colombano da Bangor. Un religioso preparato e rigoroso, che prima di muoversi aveva approfondito gli studi della Bibbia e dei Padri della Chiesa, ma anche dei grandi classici latini.

Colombano e i suoi si stabiliscono in Borgogna, fra le rovine di un paese distrutto da Attila, Luxeuil, dove fondano un’abbazia destinata a diventare famosissima. La vita però non è facile. Monarchi e nobili si scontrano in guerre sanguinose e mutano in continuazione atteggiamento nei confronti dei monaci. E anche i rapporti con il clero locale lasciano a desiderare. Meglio cambiare aria. Dalla Francia i monaci irlandesi si spostano prima in Germania, poi in Svizzera e, infine, in Italia, nella terra dei Longobardi. Ed è qui che vengono accolti dal re Agilulfo e dalla regina Teodolinda, che li ricevono con tutti gli onori a Corte: a Milano o, secondo altre versioni, a Pavia. Dettaglio in realtà poco importante. Quello che conta è ciò che succede a tavola. La regina Teodolinda, cristiana, nutre stima e ammirazione per l’abate, già in odore di santità, e fa preparare per lui e i suoi monaci un succulento banchetto a base di selvaggina arrostita.
Ed è lì che sorge il problema: Pasqua è alle porte, si è in periodo di Quaresima. Colombano spiega con garbo che lui e i monaci non possono mangiare quelle carni, anche se sicuramente squisite. La regina però non gradisce quel rifiuto. Si rischia un incidente diplomatico particolarmente spiacevole. Il sant’uomo se ne accorge e sfodera prontamente una soluzione ipotizzabile soltanto da chi conta di avere a disposizione poteri non proprio comuni. Lui e i suoi monaci – dice – mangeranno quelle carni, ma soltanto dopo che lui stesso le avrà benedette. E così succede che, non appena Colombano ha alzato la destra nel segno della Croce, le carni si trasformano miracolosamente in bianche colombe di pane, candide come le vesti dell’abate e dei suoi confratelli. Gustose e perfettamente commestibili anche in Quaresima. Inutile aggiungere che lo stupore è enorme. Di fronte a tanto prodigio Teodolinda rimane sbalordita, ma ha anche conferma della indiscussa santità del suo ospite, già ben conosciuto per le sue doti straordinarie. Per questo, senza perdere tempo e in pieno accordo con Agilulfo, decide di donare a Colombano il territorio di Bobbio, dove i monaci danno vita all’abbazia che ancora oggi porta il nome del santo irlandese e dove Colombano rimarrà fino alla morte, nonostante gli inviti più volte ricevuti per farlo tornare in terra francese.

Intanto però il racconto del miracolo delle colombe è passato di bocca in bocca e su tante tavole, nelle città e nei paesi, nei castelli e nelle case più semplici, quelle colombe di pane compaiono sempre più spesso per festeggiare la Pasqua con il simbolo cristiano della pace. E, come succede spesso nelle faccende di cucina, nascono le più diverse variazioni, con il semplice pane che lascia il posto a versioni più ricche e addolcite.

Ma non è questa la sola leggenda sulla nascita della colomba pasquale. Un’altra tradizione (sempre di ambientazione longobarda) fa risalire la faccenda a una quarantina di anni prima dell’incontro fra Teodolinda e Colombano. Nel 569 i Longobardi, guidati dal re Alboino, arrivano in Italia, prendendo possesso della Pianura Padana. Si tratta di un grande esercito, che vede fra le sue fila anche Sassoni, Gepidi e altre genti, tutti accompagnati dalle loro famiglie. Insomma: non una scorreria di barbari a caccia di ricchi bottini, ma una vera e propria invasione mirata a conquistare una nuova terra su cui stabilirsi. Per riuscirci – scrive Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum” – i Longobardi mettono sotto assedio Pavia, che però resiste per oltre tre anni, fino al 572. In realtà, secondo gli storici moderni, pare che l’assedio in questione non sia mai avvenuto e che si tratti soltanto di una invenzione letteraria di Paolo desideroso di dare una patente di gloria militare alla città destinata a diventare la capitale del Regno Longobardo.

Quella di Paolo Diacono, vera o falsa che sia, è però la versione tramandata per secoli e a questa si aggancia la nostra storia. Perché, quando la morsa dell’assedio si fa insopportabile, gli abitanti di Pavia decidono di arrendersi, pur consci delle terribili violenze che Alboino avrebbe potuto imporre alla città. Così, proprio nel disperato tentativo di rabbonire il re longobardo, decidono di inviargli in offerta dodici colombe di pane dolce in segno di sottomissione e di pace. E la mossa ha successo. Il dono viene tanto apprezzato dal sovrano, noto per i modi e lo spirito non certamente teneri, da spingerlo a risparmiare la città, che aveva già pensato di radere al suolo, e tutti i suoi abitanti.
Secondo questa versione dunque sarebbero stati per primi i pavesi, felici per lo scampato pericolo, a celebrare le festività pasquali con i dolci pani a forma di colomba che avevano loro salvato la vita.

E non finisce qui. Un’altra leggenda (decisamente tardiva) sposta in avanti addirittura di cinquecento anni la creazione dei primi dolci di quella forma e la proietta nella lunga stagione delle lotte dei Comuni lombardi in difesa della loro autonomia contro l’aggressione dell’imperatore Federico Barbarossa. Anzi la colloca proprio nel momento culminante dello scontro e della vittoria di Milano e degli altri Comuni della Lega Lombarda: la battaglia di Legnano. Il 29 maggio 1176 tra Busto Arsizio, Borsano, Legnano e Castellanza si combatte lo scontro decisivo fra l’esercito imperiale e le forze della Lega. Ed è a Legnano che, raccolte a difesa del Carroccio, simbolo della libertà comunale, le fanterie lombarde resistono alla carica della cavalleria imperiale e la respingono. Saranno poi forze più fresche sopraggiunte da Milano a inseguire gli imperiali e a disperderli. Durante il momento più aspro della battaglia però i combattenti avevano notato che tre colombe bianche si erano posate sulle insegne del Carroccio e la loro presenza era stata interpretata come un evidente simbolo di protezione divina. Ed ecco allora che, terminata la battaglia, nei festeggiamenti della vittoria, uno dei condottieri del Carroccio (troppo facile e non specificato, identificarlo con Alberto da Giussano) fa confezionare dei pani a forma di colomba, per ricordare i tre candidi uccelli che si erano posati sulle insegne dei “Milanesi”.

Tre storie diverse, che concordano però nel collocare fra le più antiche tradizioni quella di preparare per Pasqua dolci a forma di colomba, considerata, fin dai tempi del Diluvio Universale e del felice approdo dell’Arca di Noè, simbolo cristiano della pace e della riconciliazione fra il Dio e l’uomo. Tre storie diverse nei contenuti e nei tempi, ma accomunate anche nell’ambientazione lombarda. E dalla Lombardia, anzi proprio da Milano, arrivano le notizie (queste certe e documentate) sulla nascita della ricetta classica delle colombe pasquali, della loro produzione su scala industriale e, di conseguenza, della loro diffusione nazionale e internazionale.

Una iniziativa legata strettamente alla figura di Dino Villani, responsabile negli anni ’30 della pubblicità (delle “reclame” si diceva allora) di una delle più grandi aziende dolciarie italiane: la Motta.
In realtà Villani è stato molto più di un semplice pubblicitario. Classe 1898, dal 1916 al 1923 aveva lavorato nelle Ferrovie, ma quella non era certo la sua strada. Pittore, incisore e critico d’arte, nel 1930 si era trasferito a Milano, dove aveva cominciato ad occuparsi anche di pubblicità e di cartellonistica, collaborando con le più grandi firme dell’epoca: Gino Boccasile, Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello. Nel 1934 diventa direttore della pubblicità della Motta e sfodera subito un colpo da maestro: inventa lo storico logo a forma di “M”, che contrassegnerà per sempre il marchio dell’azienda. Ma non si ferma qui. Uno dei principali problemi della Motta e delle altre imprese del settore era la pesante variazione della produzione fra il periodo natalizio e il resto dell’anno. A quel tempo la Motta era già una azienda leader nella produzione e nella vendita dei panettoni, ma, passato il picco invernale, l’attività diminuiva drasticamente e i macchinari utilizzati per la realizzazione e la confezione dei dolci natalizi restavano decisamente sottoutilizzati. L’idea di Villani risultò geniale e vincente: utilizzare la medesima pasta e le medesime macchine per confezionare un dolce a forma di colomba da lanciare sul mercato per Pasqua. E fu un successo immediato. Ricetta e innovazione commerciale vennero infatti riprese da un’infinità di aziende dolciarie, che col tempo ne hanno moltiplicato la forma, gli ingredienti, la confezione. Così, oggi, in pasticceria, dal panettiere o sugli scaffali di un supermercato possiamo trovare colombe tradizionali, ricoperte, ripiene, farcite, con e senza mandorle e canditi, di sfoglia e di pastafrolla. Tutte “figlie” dell’intuizione di Villani, ma anche “pronipoti” di quei lontanissimi candidi pani simbolo di pace.

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