Anarchismo linguisticoCosì il selfie è diventato sinonimo di fotografia

Il termine inglese per descrivere l’atto di farsi una foto è scivolato lentamente verso un ampliamento-indebolimento semantico che lo ha depauperato del suo specifico significato, banalizzandolo a semplice ritratto

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“Linguaccia mia” si occupa di usi e abusi linguistici consolidati, sotto gli occhi – o piuttosto nelle orecchie – di tutti; questa volta, invece, prova a cogliere un uso nascente, poco più che allo stato germinale, che magari opportunamente abortirà prima di vedere la luce di un dizionario, oppure morirà nella culla, anche se mostra tutte le intenzioni di crescere e diventare adulto. Stiamo parlando della parola selfie. Cioè, non della parola in sé, ma di un certo modo insorgente di utilizzarla, che ne modifica sensibilmente – e, diciamolo, insensatamente – il significato.

Il neologismo deriva dall’inglese self, che significa stesso e compare unicamente come primo o secondo elemento nelle locuzioni o nelle parole composte (self-control, self-service; myself, yourself), con l’aggiunta del suffisso -ie (più raramente –y, di cui -ie è la forma ortografica scozzese che in questo caso ha prevalso) normalmente impiegato per formare diminutivi confidenziali e accattivanti (Susie, da Susan; doggie, cagnolino; sweetie, dolcezza, tesoro). Selfie è la forma sintetica e vezzeggiativa di self-portrait photograph, autoritratto fotografico, nell’accezione che si è cominciata a delineare una ventina di anni fa nell’inglese d’America, e che l’Oxford English Dictionary ha consacrato nel 2013, eleggendolo parola dell’anno dopo che in dodici mesi la sua frequenza era cresciuta del 17 mila per cento.

Dal vecchio autoritratto fotografico, però, il selfie si differenzia in quanto designa un autoritratto fotografico realizzato senza l’ausilio del temporizzatore, non con una semplice fotocamera ma con una fotocamera integrata nello smartphone, o anche nel tablet o nella webcam, puntata verso sé stessi o verso la propria immagine riflessa in uno specchio e destinata a essere condivisa sui social. Per ridurre la definizione all’essenziale, sono due gli elementi distintivi: lo strumento, che grazie anche all’introduzione della fotocamera frontale ha consentito di evitare le complicazioni dell’autoscatto, e la condivisione sui social.

Ed è proprio grazie alla presenza sempre più invasiva dei social nel nostro privato – e all’esondazione del privato nei social – che la parola selfie è diventata una delle più scritte e pronunciate, l’insegna della smania collettiva di apparire, a rischio anche della vita (purtroppo non si contano le vittime della follia di fotografarsi nelle situazioni più estreme), diffondendosi quasi in contemporanea da un lato all’altro dell’Atlantico, per approdare rapidamente anche in Italia, accolta con tutti gli onori nel 2014 sul prestigioso Zingarelli. Un caso tra i tanti di quella sostituzione lessicale avversata dalla maggioranza di centrodestra non quanto quella etnica, ma che già ha trovato un suo donchisciottesco campione.

Il fatto di essere sbarcato nel patrio vocabolario non ha tuttavia messo al riparo il neologismo da manipolazioni, travisamenti e usi creativi in cui si dispiega senza freni l’anarchismo linguistico del Belpaese. Perché, accanto al significato proprio, se ne sta discretamente differenziando uno improprio che affiora qua e là. Così illogico che chi ha avuto la ventura di imbattercisi potrebbe perfino credere di aver inteso male. O potrebbe pensare a un caso isolato, un hapax semantico. Senonché i casi non sono più tanto isolati, e messi insieme formano un indizio di enantiosemia.

«Stai lì che ti faccio un selfie». Oppure: «Aspetta, me lo fai un selfie?». O anche: «Scusi, ci farebbe un selfie?». In qualche caso c’è anche il timbro d’autore: in un post su Facebook, alcune settimane fa, sotto il titolo “A proposito di selfie” un celebre editor ha pubblicato (giustamente per deplorarla) la foto in campo medio-lungo – e quindi in tutta evidenza non scattata dal soggetto rappresentato – di una bella ragazza in posa sorridente sui binari davanti all’ingresso del Lager di Birkenau. L’episodio, che in realtà aveva coinvolto diversi altri studenti in beata gita scolastica nei luoghi dell’orrore, aveva fatto discutere in tutta Europa, e così, poco tempo dopo, se ne era tornato parlare in una trasmissione giornalistica della tv italiana, dove la (pure lei celebre) conduttrice aveva mostrato un’altra posa della medesima ragazza «che si fa fare un selfie davanti a Birkenau». Di recente qualcuno ha parlato di selfie anche a proposito del ragazzo che si è tuffato in un canale di Venezia dal tetto di un edificio di tre piani, filmato da congrua distanza dai suoi amici di un gruppo parkour inglese.

Insomma, mentre nel selfie propriamente inteso l’autore della foto e il suo soggetto (il fotografante e il fotografato) coincidono in tutto o in parte (nei selfie di gruppo uno solo dei fotografati è anche il fotografante), nel selfie malamente inteso i due si divaricano: e la parola, dal significato di «ritratto fotografico fatto a sé stesso da sé stesso (eccetera)», scivola verso un ampliamento-indebolimento semantico che lo depaupera del suo specifico banalizzandolo a semplice ritratto – non importa da chi realizzato, e non necessariamente condiviso – distinto dai panorami e dalle foto di oggetti o monumenti. E così la parola, che nell’uso corretto è giustificata dalla sua pregnanza, si riduce a gratuito forestierismo e vien quasi da dar ragione ai donchisciotteschi crociati dell’italiano a tutti i costi. Unico conforto: in questo estremo slittamento i “selfie” estremi saranno ancora estremi, ma, senza il problema di maneggiare lo smartphone, saranno forse un po’ meno letali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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