Strani gramscianiAgile vademecum per aspiranti tessitori di nuove narrazioni egemoniche

Il ricorrente dibattito sulle ambizioni culturali di Fratelli d’Italia e degli intellettuali di area post-missina è minato alla base da una contraddizione irrisolvibile: non si può andare contemporaneamente sia avanti sia indietro

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Non avendo potuto evitare il termine «egemonia» nel titolo, giuro solennemente di risparmiare al lettore, perlomeno, ogni dissertazione storico-lessicale sulla genealogia del concetto, dalla guerra del Peloponneso ai Quaderni del carcere, passando per Marx, le masse, la lotta di classe, gli studi gramsciani, e vado subito al pratico. Perché, al di là delle questioni teoriche su cui pure ci sarebbe qualcosa da eccepire, in tutto questo ricorrente dibattito sulle aspirazioni egemoniche della destra post-missina è proprio l’aspetto pratico che mi pare il più gravemente sottovalutato.

Il fatto è che l’egemonia è un po’ come il senso dell’umorismo: non si può autocertificare e non si dovrebbe nemmeno preannunciare, men che meno spiegare. È tale se funziona da sé. Trattandosi, in sostanza, della capacità di imporre agli stessi avversari le proprie categorie, il proprio lessico, la propria visione del mondo, potremmo dire anzi che è l’esatto contrario dell’elenco di fiction, programmi tv, mostre e convegni sovranisti, tutti con il bollino del ministero della Cultura o della televisione pubblica o comunque del governo, di cui parlano questi strani discepoli di Gramsci (il gramscismo di destra è del resto un filone antico, che risale almeno a Pino Rauti). Quelle si chiamano direttive, e sono un’altra cosa.

Non a caso l’egemonia comunista sul mondo della cultura ha iniziato a entrare in crisi proprio alla fine degli anni settanta, quando il Pci votava i governi di unità nazionale ed era sempre di più percepito, e contestato, come parte del sistema (si potrebbe anzi discutere di quanto larga parte dei registi, scrittori e accademici indebitamente accreditati all’egemonia del Pci sulla cultura non abbiano al contrario spianato la strada all’antipolitica e all’egemonia populista che domina ancora oggi il discorso pubblico, ma sarebbe un lungo discorso).

Nelle lamentazioni vittimiste di una parte della destra oggi al governo c’è però una contraddizione più profonda, e forse più interessante, che mina alla base l’intera discussione. Il punto è che tocca decidersi: o Fratelli d’Italia sceglie la strada della destra di governo, liberale, europeista, occidentale, oppure sceglie di fare qualcosa di analogo all’operazione riuscita nel dopoguerra a Palmiro Togliatti. Sapendo però benissimo che, anche qualora scegliesse questa strada, non potrebbe mai percorrerla fino in fondo: perché Togliatti, nel dopoguerra, poteva fondare la sua operazione culturale sulla pubblicazione delle lettere e dei quaderni di Antonio Gramsci, fondatore del partito comunista (almeno secondo la storiografia ufficiale); mentre nessun dirigente di Fratelli d’Italia oggi si sognerebbe mai di pubblicare le opere di Benito Mussolini (che pure, ancora nei primi anni novanta, un orgoglioso Gianfranco Fini esibiva davanti alle telecamere di Piero Chiambretti) e nemmeno quelle di Rauti.

Non mi interessa qui affrontare la noiosissima diatriba circa la legittimità della diversa considerazione riservata alla cultura comunista (o post-comunista) e a quella fascista (o post-fascista). Mi limito a registrare il dato di fatto. E osservo, banalmente, che non si può andare contemporaneamente sia avanti che indietro: o si cerca di diluire e far dimenticare le proprie origini, o le si rivendica come fondamento della propria alterità. Ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: il tentativo di rivendicare orgogliosamente una tradizione, presentandone però all’occorrenza una versione decisamente edulcorata, è destinato a fallire anzitutto sul piano pratico, e qualunque artista, intellettuale o sceneggiatore televisivo sia chiamato a darne prova finirà inevitabilmente per risultare o fasullo o fanatico (o peggio: entrambe le cose assieme).

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