Fabbricante di likeErin Doom rinuncia al massimo privilegio del nostro tempo per vendere qualche prosciutto in più

La scrittrice di cui non si conosce il nome finora ha compiuto un miracolo: vendere libri senza farsi autoscatti. Ersilia Persichetti (o come si chiama nella realtà) ora va da Fazio a svelarsi, anche se avrebbe fatto meglio a mandare qualcun altro (anche Rovelli sarebbe andato bene)

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Ti chiami Ersilia Persichetti, o Enrica Trovatelli, o Ermenegarda Maldidenti. Ti chiami con un nome qualunque d’una provincia italiana qualunque, e sei diventata famosa senza che nessuno sappia che ti chiami così.

Hai fatto l’unico miracolo che pareva impossibile in questo secolo: diventare famosa senza farti gli autoscatti, senza che di te si sappiano i gusti preferiti di gelato o il segno zodiacale, senza che qualcuno abbia fotografato i tuoi soprammobili di pessimo gusto.

Hai una cosa che in letteratura non esiste più, non in questo secolo: la forza delle opere. La gente ti compra perché vuole leggerti, non perché ti ha trovata simpatica in un incontro col pubblico. (Elena Ferrante non vale, come eccezione alla regola: Elena Ferrante era Elena Ferrante già nel secolo scorso).

Hai tutto, e non ne paghi il prezzo. Il prezzo che noialtri derelitti se vogliamo vendere sei copie invece di quattro dobbiamo pagare non solo senza lamentarcene ma pure ringraziando.

Radio Pizza e Fichi vuole intervistarmi per due ore e un quarto? Eccomi, pronta, porto anche i pasticcini alla conduttrice, e sono certamente disponibile a raccontare in diretta come persi la verginità, speriamo solo che delle tre persone all’ascolto almeno due comprino il mio miserando libro.

La rivista del cucito vuole pubblicare una foto del mio cassetto delle mutande? Ma certo, se di fianco mettono un boxino con la copertina del libro sono pronta, che occasione ghiotta, cosa sarà mai rinunciare alla privatezza delle mie mutande in cambio della possibilità di vendere mezza copia quando qualcuna dal parrucchiere sfoglierà il giornale e di certo non si concentrerà sulla sezione pancere contenitive del mio guardaroba ma sul mio tomo.

Tu, Erin Doom, tutto questo non lo fai, non lo facevi, non l’hai fatto per due anni che sembrano centoventi, perché in un mondo in cui tutti smaniano per apparire i due anni in cui ti sei sottratta sono percepiti come molto più di due. Era il maggio 2021 quando Salani ha pubblicato “Fabbricante di lacrime”, fin lì riservato alla piattaforma per dilettanti Wattpad. È il maggio 2023 quando “Fabbricante di lacrime” ha venduto quattrocentosessantaquattromiladuecentoquindici copie. Azzarderei: altre duecentomila in digitale, considerato che hai un pubblico giovane che sicuramente non ha i miei vegliardi problemi nel leggere non su carta.

È una cifra impressionante, in questi tempi di morìa delle vacche e dell’editoria, ed è una cifra in cambio della quale servono, in questo tempo sbandato, firmacopie e apparizioni e autoscatti con ogni disperato che compra il libro solo per farsi la foto con chi l’ha scritto. E tu invece niente. Tu restavi invisibile. Era la formula perfetta, quella per incarnare la quale io avrei dato un rene e tutti i capi Prada della primavera-estate 2005 (che non mi entreranno mai più ma non per questo sono meno preziosi).

E tu, invece, rinunci a questo privilegio. Tu domenica vai da Fabio Fazio, e non ci vai – almeno credo – con una mascherina sugli occhi, come una coprotagonista di “Eyes Wide Shut” (un film che il tuo pubblico non avrà mai sentito nominare). Tu domenica vai lì come un Carlo Rovelli, a sederti sulla poltrona, farti presentare con nome e cognome, dire che a scuola andavi bene nei temi, che da grande pensavi di fare l’avvocato, che i tuoi genitori sono fieri di te. Spero che la prima domanda di Fazio sia «ma chi te lo fa fare di essere qui?», e proprio non riesco a immaginare la risposta.

Le ragioni del tuo editore le capisco. “Nel modo in cui cade la neve”, uscito l’anno scorso, ha venduto centosessantaquattromila copie: sempre in zona «io darei un organo sano», ma un terzo del precedente. “Stigma”, che esce martedì prossimo, ha bisogno d’un friccico nuovo.

Il modulo «romanzo sentimentale con dolenze assortite e orfani che si redimono da un passato difficile» è standard, perché i giovani analfabeti di questo decennio dovrebbero comprarsi l’applicazione del modulo tua e non quella di Gianna Sciamannati, abruzzese che vive a Dubai e che su TikTok c’illustra le difficoltà d’un’emigrata?

Tutti, da te, vogliono qualcosa di nuovo, qualcosa che rinnovi l’interesse che l’anonimato non può più alimentare. Ma tu, Ersilia Persichetti o come diavolo ti chiami: a te cosa ne viene? Ti rendi conto, sì?, che hai tutto da perderci. Che quando ti vedremo in tv avremo da dire su come ti pettini, come ti trucchi, come gesticoli, la dizione, l’abbigliamento – diceva Beniamino Placido, che tu sei troppo giovane per conoscere ma che di queste cose ne capiva: mica è colpa nostra se la tv è immagine.

C’è solo una soluzione possibile a questa trappola, ed è che domenica, sulla poltrona di Fazio, Ersilia Persichetti mandi a sedersi qualcun altro. Anche Rovelli va bene. Un insospettabile, uno che fa altro, uno che non corrisponde all’identikit della trentenne emiliana che da due anni ci viene detto sia Erin Doom. Uno che faccia da diversivo, e impegni i giornali in qualche settimana di «io l’avevo capito, io avevo riconosciuto filologicamente l’autore delle “Sette brevi lezioni di fisica” nella storia di Nica e Rigel che lasciano l’orfanotrofio».

Ersilia, dammi retta: non vogliamo la verità. Vogliamo solo sentirci intelligenti e dire che l’avevamo capito da prima. E tu, tu non vuoi le pagelle sui tuoi vestiti: vuoi solo continuare a mettere alla prova il diffuso analfabetismo vendendo centinaia di pagine a gente abituata a non leggere per intero neanche le didascalie. Ersilia, io Fazio lo conosco, non sarebbe mai così cafone da sbugiardarvi, se domenica si sedesse lì Rovelli e dicesse che mademoiselle Doom c’est moi. Pensaci. Puoi ancora salvarti.

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