Complici di Putin Vanno tappate le falle che permettono alla Russia di eludere le sanzioni

Gli Stati membri stanno trattando sull’undicesimo pacchetto, finalizzato a intercettare chi aiuta il Cremlino ad aggirare l’embargo. In queste nazioni a un picco di importazioni dall’Ue è seguito un aumento delle esportazioni verso Mosca, che ad aprile ha segnato il record di vendite di petrolio (grazie a Cina e India)

La cupola del Cremlino
Foto AP

Le uniche sanzioni che non funzionano sono quelle che non vengono applicate. È un mantra che ci ripetiamo dopo il 24 febbraio 2022, a ogni incrementale pacchetto annunciato dalla Commissione europea. Nelle contromisure restano alcuni buchi, dai diamanti di cui parleremo qui al settore nucleare, ma gli alleati dell’Ucraina si sono accorti che per impedire alla Russia di aggirare gli embarghi serve un passo in più: bisogna fermare il riciclaggio a cui si prestano alcuni Paesi.

È una triangolazione remunerativa, ma finisce per finanziare la macchina bellica del Cremlino. Punterà a intercettare e fermare questi complici l’undicesimo aggiornamento delle misure, in gestazione a Bruxelles.

In più di un anno, la coalizione pro-Kyjiv si è resa conto che per arrivare a una reale efficacia non bastano i suoi sforzi sul piano, per così dire, interno. Occorre riuscire a esternalizzare i divieti, facendoli recepire anche al pezzo di mondo (quanto sia ampio lo testimonia la mappa delle astensioni alle risoluzioni Onu di condanna a Mosca) intenzionato a proseguire i suoi affari nonostante la guerra, ritenuta – a torto – una faccenda occidentale. Alcune inchieste giornalistiche di queste settimane aiutano a localizzare dove si trovino le zone d’ombra.

Un primo indizio sta nella geografia. Il Wall Street Journal ha documentato attraverso fonti d’intelligence i “trasbordi” facilitati da alcune democrature asiatiche, ex repubbliche sovietiche che confinano con la Federazione. Qui si sono riscontrate delle impennate nelle importazioni e, di riflesso, poi nelle esportazioni verso la vecchia madrepatria. Si tratta di prodotti «dual use», cioè che all’uso civile, la loro finalità principale, ne sommano uno secondario: potenzialmente bellico. Per esempio, le lavatrici, da cui vengono espiantati i microchip.

Il grafico qui sotto mostra proprio l’incremento dell’import da Stati Uniti ed Ue da parte di Armenia, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, che nel 2022 è raddoppiato, a 24,3 miliardi di dollari rispetto ai 14,6 miliardi del 2021. Questo stesso insieme di nazioni ha moltiplicato per due l’export verso la Russia, per un importo totale di 15 miliardi.

Fonte: Wall Street Journal

Non sembra una coincidenza. Il quotidiano americano ha scovato siti web dove aziende kazake promuovono i loro servigi, con lo slogan: «Bypassiamo le sanzioni al cento per cento». È vero che questo segmento dei flussi commerciali russi non è paragonabile a quello con il suo alleato più forte in termini economici, la Cina. Solo a marzo l’interscambio tra i due regimi è valso nove miliardi di dollari, il doppio di un anno prima, e potrebbe toccare entro il 2024 la quota dei duecento miliardi all’anno, come auspicato da Vladimir Putin.

Ma le vie alternative, per quanto apparentemente minori, consentono al Cremlino di mettere le mani sulla tecnologia che non riesce più a procurarsi con i canali ufficiali. Tanto che Mosca l’anno scorso ha legalizzato le cosiddette «importazioni parallele»: significa consentire alle ditte di acquistare merci attraverso Paesi terzi anche senza il consenso dei produttori originari. In pratica istituzionalizzare, e incentivare, il riciclaggio.

I ventisette Stati membri non sono ancora riusciti a trovare un’intesa sull’undicesimo pacchetto di sanzioni, quello che dovrebbe tappare queste falle. Prima di colpire con penalità chi fiancheggia la Federazione, si legge nella bozza del nuovo testo vista da Politico, «dovrebbero essere considerate anche misure alternative». Oltre alla solita Ungheria, Grecia e Malta avrebbero chiesto chiarimenti sui provvedimenti mirati a intercettare le «flotte ombra» attraverso cui Mosca trasporta petrolio.

Proprio sul greggio, ad aprile la Russia ha raggiunto il picco delle vendite. Cinquantamila barili al giorno, più di quanto avesse mai fatto prima del conflitto. L’ottanta per cento degli idrocarburi va a Cina e India, secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia. Ai due giganti Putin avrebbe dirottato la produzione prima destinata agli Stati europei. È stato inevitabile parlarne al summit tra Ue ed India di martedì dopo che l’alto rappresentante Josep Borrell aveva condannato la pratica rispondendo al Financial Times.

Fonte: Politico Europe

Tra l’altro, non potendo più contare sui clienti occidentali, il petrolio russo viene proposto a prezzo scontato. In particolare, si calcola che Nuova Delhi riesca a risparmiare 89 dollari alla tonnellata. Di fronte a condizioni vantaggiose, le importazioni indiane sono decollate: da un milione al mese a 63 milioni di barili, ad aprile. Di nuovo, poi le esportazioni verso l’Ue sono cresciute di dieci volte, fino a commesse da cinque milioni di barili al mese, come mostra l’accoppiata di grafici di Politico qui sopra.

Qualcosa di simile avviene per i diamanti. Lo ha descritto un’approfondita inchiesta del Financial Times. Passa dall’India, e dalla città di Surat, più del novanta per cento della lavorazione di queste pietre preziose a livello mondiale. Molti carichi arrivano qui senza documenti che ne identifichino la provenienza. Il valore delle esportazioni russe di brillanti era di quattro miliardi di dollari nel 2021, ma anche in questo settore vale quanto detto finora: ogni fonte di reddito è utile al Cremlino per continuare a sostenere i costi delle operazioni militari.

Fonte: Financial Times

Un meccanismo per tracciare il singolo diamante ancora non esiste, ma il G7 ci sta lavorando. Il problema, con i certificati disponibili oggi, è che ricadono in una generica «origine mista» le pietre provenienti da miniere diverse. Finirebbe in questa categoria anche una pietra estratta in Russia, ma lavorata in India. Le esportazioni dal Paese asiatico al Belgio, che ad Anversa ospita il principale mercato del continente, negli ultimi sei mesi hanno visto un aumento proprio di questa tipologia mista, come evidente nel grafico del Financial Times, prima inesistente.

Sono facce diverse di uno stesso problema, a cui manca (ancora) una soluzione.

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