Decoupling atomicoNelle sanzioni europee alla Russia resta una grave lacuna: il settore nucleare

Mosca si occupa della manutenzione di molte centrali costruite dall’Urss e resta la terza fornitrice di uranio del continente. Il colosso Rosatom ha un cda pieno di alti funzionari dei Servizi e sostiene la guerra di Putin con componenti, tecnologia e materie prime per il carburante dei missili

Allestimento di una centrale nucleare in Bielorussia da parte del colosso russo Rosatom
Foto: AP/LaPresse

«Alcune delle priorità che abbiamo chiesto sono contenute nel decimo pacchetto, altre no, come l’inclusione di Rosatom. Siamo delusi dal fatto che non ci sia». Non è del tutto soddisfatto Vlad Vasiuk, portavoce dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, dopo l’esclusione del nucleare russo dal decimo pacchetto di sanzioni da parte dell’Unione europea. Colpire un settore in salute come quello dell’atomo avrebbe messo in ulteriore difficoltà il Cremlino. Un appello che era già arrivato dalla vicepremier ucraina e ministro dell’Economia, Yulia Svyrydenko, quando la scorsa settimana aveva esortato i leader dei Ventisette a sanzionare il nucleare di Mosca. Ma l’Europa ha preso un’altra strada.

Rosatom è un’azienda pubblica che si occupa di tutti i processi di produzione dell’energia nucleare, dall’estrazione dell’uranio fino alla costruzione delle centrali e che, attraverso le centinaia di società gestite, fattura decine di miliardi di dollari in tutto il mondo. La scorsa estate si è avvicinata anche all’Italia quando tramite la sua controllata Rusatom GasTech ha tentato di acquisire un’impresa italiana. In quell’occasione l’allora premier Mario Draghi bloccò la vendita della friulana Faber Industrie Spa, società leader mondiale nella progettazione e produzione di bombole e sistemi per lo stoccaggio di gas ad alta pressione.

Creata decenni fa come azienda di Stato dell’allora Unione Sovietica, il colosso energetico (che ha poi cambiato nome) ha realizzato nel tempo numerose centrali nucleari anche in Paesi che ora fanno parte dell’Unione europea. La particolarità dei reattori di matrice sovietica è che sono formati da sistemi e componenti inconciliabili con quelli occidentali. Anche se alcune aziende europee e statunitensi hanno iniziato a replicare le forniture russe rendendo il loro prodotto compatibile con quello di Mosca, il Cremlino mantiene ancora una fetta di mercato importantissima.

Il primo ostacolo alle sanzioni contro il nucleare russo è proprio questo: gli approvvigionamenti energetici di alcuni Stati membri dell’Unione europea dipendono dalle centrali costruite da Mosca che, in molti casi, si occupa ancora della componentistica e della manutenzione specifica. Il secondo problema è legato alle forniture di uranio naturale alle utility europee e statunitensi. Stando agli ultimi dati pubblicati da Euratom nel 2021 poco meno del venti percento dell’uranio utilizzato in Europa viene dalla Russia, terzo fornitore in assoluto dopo Niger e Kazakhstan. Un mercato che vede coinvolti anche Paesi come la Francia che non hanno centrali Rosatom ma che utilizzano il combustibile prodotto dai russi.

Questa posizione conferisce all’azienda controllata da Putin una forte influenza sulle politiche energetiche di alcuni membri dell’Unione europea. Molti di loro (non tutti) stanno però provando a ridurre la loro dipendenza da Mosca. La Bulgaria, ad esempio, ha recentemente firmato due accordi con la francese Framatome e con la statunitense Westinghouse per sostituire il combustibile russo con cui alimenta la sua centrale nucleare.

Lo scorso anno la Finlandia si è chiamata fuori dal progetto di costruzione di una nuova centrale nucleare targata Rosatom. Chi invece al tavolo con Putin continua a starci seduto volentieri è Viktor Orbán che nel 2022 ha aumentato le importazioni di uranio proveniente da Mosca. Il governo di Budapest ha minacciato di mettere il proprio veto ad eventuali sanzioni europee sul settore e non sembra intenzionato a rinunciare alla partnership col Cremlino con il quale sta costruendo nuovi reattori a Paks: un progetto da dodici miliardi e mezzo di euro assegnato a Rosatom nel 2014 senza alcuna gara d’appalto, secondo quanto riferisce Reuters.

Oltre agli aspetti commerciali c’è però anche il ruolo che la controllata del governo di Mosca sta giocando nel conflitto. Rosatom sulla carta è una compagnia nucleare civile ma l’invasione russa sta facendo emergere quanto l’azienda, che ha un consiglio di amministrazione pieno di alti funzionari provenienti dai servizi di sicurezza, sia intrecciata con il complesso militare-industriale del Cremlino. Il colosso dell’energia continua a fornire all’industria bellica componenti, tecnologia e materie prime per il carburante missilistico.

Da metà marzo controlla inoltre la centrale di Zaporižžja, sottratta a Kyjiv e portata ad un passo dall’incidente nucleare. Attraverso dirigenti e funzionari Rosatom, accompagnati da un contingente di ufficiali del Servizio di sicurezza federale e centinaia di truppe russe armate, Mosca ha isolato la rete elettrica ucraina che era fortemente dipendente da Zaporižžja. Esiste quindi una responsabilità diretta.

Tornando ai numeri, per alcuni Paesi non sembra semplicissimo rinunciare all’energia nucleare di Putin. Ma non lo è stato nemmeno per gas e petrolio. Le sanzioni stanno funzionando e serve ancora più coraggio nei confronti di chi continua a devastare le città ucraine bombardando i civili. Ad un anno dall’invasione russa e nella settimana in cui Putin ha annunciato la sospensione del trattato New start sulle esercitazioni nucleari, sarebbe stato un segnale importante colpire una delle aziende più solide del Cremlino.

Anche mantenendo eventualmente una clausola di salvaguardia per alcuni Paesi che volessero gradualmente rendersi indipendenti da Rosatom, aiutandoli a gestire la fase di transizione. La Commissione europea, a dire il vero, ci ha provato fino all’ultimo, ridimensionando la misura e proponendo di sanzionare i funzionari e non direttamente l’azienda. Niente da fare. L’Unione europea, questa volta, sembra aver perso una grande occasione per indebolire la Russia.

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