Un aspetto fondamentale che riguarda i rapporti fra storia e letteratura è quello della scrittura, cioè come la storia viene raccontata, perché nel corso degli ultimi anni – ma ormai è più corretto parlare di decenni – molti storici si sono riavvicinati a un’idea della storia come narrazione.
Il primo ad accorgersi dell’affermarsi o almeno del diffondersi di questa tendenza storiografica fu Lawrence Stone, che in un saggio significativamente intitolato Il ritorno al racconto. Riflessioni su una nuova vecchia storia, pubblicato nel 1979, cercò di descrivere quello che secondo lui stava succedendo.
Dopo cinquant’anni di prevalenza della storia strutturale, sembrava riemergere l’idea narrativa che era stata all’origine del mestiere di storico.
L’influenza del marxismo e delle scienze sociali aveva, nei decenni precedenti, portato gli storici a concentrarsi sulla società e non sugli individui, nella convinzione che fosse possibile accentuare il carattere di scientificità della ricerca storica. I modelli e i metodi seguiti da chi si ispirava a questa “nuova storia” erano stati tre: il modello economico marxista, quello di lunga durata propugnato dagli storici della scuola francese delle «Annales» e la cosiddetta cliometria, cioè la storia che parte dall’applicazione di metodi statistici e da fonti quantitative (come censimenti, serie di prezzi e salari), sostenuta soprattutto in ambito statunitense.
Tutte e tre queste tendenze erano accomunate dall’idea che i dati economici e demografici fossero quelli determinanti e rappresentassero l’elemento decisivo nello sviluppo storico, seguiti dal livello della struttura sociale e infine dal livello dello sviluppo intellettuale, culturale e politico.
In questo quadro la cultura dei gruppi, come la volontà dei singoli, non venivano considerate in grado di influenzare, se non marginalmente, i processi storici, che finivano spesso per essere ricostruiti secondo i canoni di un piatto determinismo.
Noi siamo scienziati, avevano sostenuto gli storici e, affascinati dalla prospettiva di dare alla propria disciplina uno statuto di precisione e oggettività, avevano cercato di allontanarsi il più possibile da un mondo di alta imprecisione e soggettività come quello della letteratura.
Questa presunta scientificità, però, si era scontrata con la complessità del reale e con la necessità di dar conto anche di come gli individui si collocano nel processo storico, attraverso i loro sentimenti, le emozioni, i valori. Le donne e gli uomini in carne e ossa chiedevano di tornare a far parte della scena come singoli e non solo come parte di una classe, di un’etnia o di una generazione, e insieme a questo elemento era riemersa anche la scelta di una nuova generazione di storici di partire da eventi singoli in grado di gettare luce su un intero periodo, sui fenomeni di maggiori dimensioni.
Ovviamente questo diverso approccio non era coincidente con la storia tradizionale com’era stata concepita nell’Ottocento, ma se ne differenziava per l’attenzione alle classi subalterne, per una forte presenza dell’analisi accanto alla descrizione, per l’uso di nuove fonti, per l’influenza, in quel tipo di racconto, del romanzo moderno. Attraverso un singolo episodio questi storici volevano far luce sui meccanismi interni di una società e di una cultura del passato.
Nel descrivere questo fenomeno nuovo in ambito storiografico, Stone rimaneva comunque abbastanza perplesso, perché, a suo parere,
una tesi sostenuta sulla base di esempi selettivi non è persuasiva sul piano filosofico: si tratta di un espediente retorico, non di una dimostrazione scientifica.
Ma la storia è mai una «dimostrazione scientifica»? Esistono degli esperimenti di laboratorio che permettano di appurare che una tesi è quella giusta? La storia è una scienza esatta? A mio parere ogni interpretazione storiografica è un’approssimazione, e ciò che conta è quanto quell’approssimazione si avvicina alla verità. Dunque perché degli esempi selettivi non sono una base persuasiva per la ricerca?
Anche le perplessità che Stone mostrava sul fatto che storie eccezionali (come quelle ricavabili dai verbali dei tribunali) fossero considerate come tipiche potrebbero essere confutate a partire dal fatto che a volte è proprio l’eccezionalità a mettere in luce, per contrasto, ciò che è normale.
Insomma, l’impressione che si ricava dall’articolo di Stone – che certo ebbe il grande pregio di indicare con chiarezza quanto stava accadendo e ancor più sarebbe accaduto negli anni successivi con gli studi sulla storia delle donne – è che, anche nel suo caso, l’idea di narrativa fosse abbastanza circoscritta e poco attenta all’evoluzione dei generi e delle teorie letterarie. Proprio Ginzburg, citato come esempio della nuova tendenza da Stone, ritornando su queste vicende e in un saggio del 1994, notava come ci fosse un
luogo comune diffuso che ancora oggi identifica tacitamente una forma specifica di narrazione, modellata sui romanzi naturalistici tardo ottocenteschi, con la narrazione storica tout court.
Quasi che non ci fossero stati Marcel Proust, Virginia Woolf o James Joyce a scardinare l’idea tradizionale di romanzo.
Questa diversa tendenza all’interno del mondo della ricerca storica si è esplicitata sostanzialmente attraverso tre elementi. Il primo è, appunto, il recupero di un’idea della storia come narrazione, sia in termini di scelte stilistiche sia, soprattutto, attraverso una costruzione del racconto che mutua dalla letteratura una modalità di rappresentazione di ciò che si vuole mettere al centro del proprio lavoro di ricerca.
Per citare ancora Carlo Ginzburg, «Il formaggio e i vermi non si limita a ricostruire una vicenda individuale: la racconta».
Questo non significa che in storia, come in letteratura, quando si decida di assumere un approccio narrativo si debba per forza scegliere un tracciato rettilineo e seguire l’ordine cronologico come, appunto, non viene più fatto da grandissima parte della narrativa a partire dai testi che, nella prima metà del Novecento, hanno rotto la tradizione del romanzo del secolo precedente.
Il punto vero è che, nelle impostazioni più recenti e innovative, la storia,
proprio in quanto discorso sulla realtà, è anche una narrazione che utilizza alcuni strumenti della fiction: crea continuità fra le tracce discontinue del passato, disegna una trama, mette in scena dei personaggi fittizi, usa l’analogia e la metafora.
Trama, personaggi, metafora: sembrano termini esclusivamente letterari, necessariamente fuori del campo della storia, e invece si rivelano strumenti efficaci nello sviluppo della ricerca e della conoscenza.
Ma non si tratta solo di una questione di scrittura e di costruzione narrativa, la relazione fra la storia e la letteratura passa anche attraverso un altro mutamento evidente nel ruolo dello storico rispetto alla sua ricerca e al suo testo: se confrontata col passato, anche relativamente recente, la sua figura non è più esterna e neutra rispetto alla materia che tratta, ma la soggettività dello storico è adesso riconosciuta come una parte integrante del suo lavoro.
Dice, per esempio, Giovanni De Luna, nel suo volume sul mestiere dello storico contemporaneo:
Questo passaggio di secolo ha così infranto una lunga consuetudine che ha sempre visto gli storici diffidenti nei confronti della propria soggettività […], pronti a nascondere se stessi e i propri sentimenti in una scrittura che, rifiutando l’io della prima persona singolare, consentiva di schierarsi nelle comode trincee dell’anonimato della comunità scientifica. Oggi lo storico deve ammettere una buona volta «di non avere solo razionalità ma anche sensi».
Lo storico ha un’esperienza, ha una cultura, interessi specifici, passioni, ha nei confronti della materia trattata motivi di vicinanza o di distanziamento: tutti elementi che, per quanto posti a confronto con i dati oggettivi che verranno emergendo dalla ricerca, non possono non influenzare le ipotesi interpretative che lo storico finirà per formulare. Esserne consapevoli ed eventualmente darne conto al lettore diviene un modo per rappresentare onestamente il proprio percorso.
[…]
Certamente la nostra società tende a mettere l’io al centro della scena, ma, come è stato giustamente detto, nel caso di uno storico il recupero della propria soggettività non rappresenta necessariamente una forma di impudicizia o di egocentrismo, piuttosto vuol dire seguire un procedimento rigoroso e onesto, un modo per «rendere oggettiva la parte di soggettività che si trova nella ricerca». Per riprendere la lunga citazione precedente: mettere nel testo il percorso della ricerca può essere necessario per motivi di ordine cognitivo, etico ed estetico.
Come non notare qui la somiglianza con tanti testi letterari che rientrano nell’ambito della cosiddetta autofiction, in cui la storia è accompagnata dalla presenza del narratore che quella storia lentamente ricostruisce e che quindi diventa anche un personaggio del suo romanzo? Ma su queste forme ibride fra storia e romanzo torneremo più avanti.
Infine, in queste nuove tendenze della scrittura storica un ruolo centrale nell’avvicinamento alla letteratura l’ha giocato l’elemento che, qualche pagina fa, abbiamo visto definire da Stone «l’interesse focalizzato sull’uomo piuttosto che sulle circostanze».
Si tratta di una riscoperta del ruolo della soggettività nella storia, che in ambito italiano è molto legata alla storia delle donne e che, in un quadro più generale, trae origine da «un revisionismo anti-determinista volto alla ricerca della soggettività in storia».
[…]
Ora invece le persone tornano a prendere il loro spazio sulla scena, a richiamare la nostra attenzione. Come è stato scritto, con grande efficacia, «non esiste una cosa chiamata fascismo. Esistono solo uomini e movimenti che noi chiamiamo con quel nome».
Non è questa la sede per esaminare le questioni teoriche e le categorie delle scienze sociali, in particolare il funzionalismo e l’individualismo metodologico, che sono state utilizzate in questa direzione. Quello che mi interessa riportare qui è l’idea che «l’attore sociale ridiventa soggetto attivo nel conferimento di significati alle cose che accadono». In altre parole, se è vero che ogni individuo inserito in un contesto ne è condizionato e ha quindi a disposizione una serie finita di opzioni, è altrettanto vero che egli mantiene una possibilità di scelta e quindi di modificare, per quanto limitatamente, il contesto stesso, perché «ogni configurazione sociale è il risultato dell’interazione di numerose strategie individuali». Ne consegue che l’efficacia di ricostruzione storica si misurerà anche sulla sua capacità, calando dall’alto verso il basso, dal generale al particolare, di «rendere conto dei comportamenti individuali e delle loro motivazioni».
La riscoperta dell’individuo come oggetto della ricerca si è allargata dalle ricerche della microstoria a molti e diversi settori del lavoro storico.
[…]
La storia deve tornare a parlare degli uomini e delle donne reali, quelli che la storia l’hanno fatta e l’hanno subita. E qui senza dubbio la letteratura aiuta, è un riferimento imprescindibile. Non posso dimenticare cosa abbia rappresentato per me, studente di storia e militante politico, l’uscita nel 1974 de La Storia di Elsa Morante e la sua visione in cui le vicende storiche interagiscono, si scontrano, schiacciano le storie dei singoli, dei più deboli, in primo luogo delle donne e dei bambini. Una visione apocalittica, ma anche di una forza travolgente. In anni molto più vicini a noi, questa dialettica, non sempre perdente, delle relazioni fra individui e contesto storico è stata delineata con grande efficacia da uno scrittore contemporaneo, Daniel Mendelsohn, il cui percorso è senza dubbio di grande rilievo nella mia riflessione:
Da una parte esiste l’infinita gamma di possibilità dovute al caso, al tempo, allo stato d’animo, l’inconoscibile e sterminata massa di eventi che costituiscono la vita di un individuo o di un popolo; dall’altra in questo incredibile e illimitato universo di fattori e possibilità, si intersecano la personalità e la volontà individuale, le decisioni, la capacità di operare distinzioni, quindi di creare.
