Insidie sociali meneghineTrasferirsi a Milano e cominciare a prestare attenzione ai calzini

Oggi il nostro (segretissimo) inviato romano trapiantato in Pianura padana tocca un tema cruciale nella “città-che-dorme-poco”: le calze da uomo. Nessuno - non certo il Romanese - si ribellerà a questo diktat. Ma sappiatelo: il Romanese quelle scarpe se le terrebbe. Altroché se le terrebbe

Dal momento in cui il Romanese inizia a conoscere Milano e i milanesi, impara a prestare un’attenzione fino ad allora distratta a una parte tutto sommato secondaria dell’abbigliamento: i calzini, anche detti calze da uomo, calzettoni, pedalini (a Roma, dove a colui che si impermalosisce spesso si può sempre far notare: «Ahò, mica t’ho detto pedalino!»). 

Fino a quando viveva a Roma, il Romanese li pescava la mattina quasi alla cieca dal cassetto dedicato, solo talora badando all’accostamento cromatico con la camicia. Ma con il trasferimento nella città-che-dorme-poco ha imparato a badare non solo al colore ma anche alla tenuta strutturale dei suddetti. Mai che avesse un buco! E se ce l’ha, il reietto viene subito gettato dalla rupe tarpea dell’intimo, senza quella indulgenza con cui calzini in età da pensione venivano trattati nella precedente vita, quando il Romanese si comportava con essi come un arbitro illuminato: al primo fallo ammoniti, solo al secondo espulsi.

Uscire indossando una calza con magagna espone l’incauto a una delle più grosse insidie sociali di Milano. E se nel corso della giornata capitasse di essere invitati a entrare a casa di qualcuno? La cosa non è frequente ma tecnicamente possibile. In tal caso, la gran parte dei meneghini costringe l’ospite a togliersi le scarpe prima di varcare quel vigilatissimo confine tra il fuori e il dentro, che spesso comprende, come tra le due Coree, una tactical line

L’area dello zerbino, che servirebbe proprio a pulire le suole dalle sporcizie del mondo esterno, viene infatti vissuta come “acqua territoriale” a cui estendere la giurisdizione domestica. Le scarpe, in questo caso, dovrebbero essere tolte appena si esce dall’ascensore.

A Roma questa usanza è poco praticata (ma mai dirlo al milanese, che non ama sentir parlare di costumi differenti dai suoi se non sotto forma di eresie inaccettabili) e il Romanese tipico non è mai a suo agio nel sorseggiare scalzo un bicchiere di Franciacorta parlando del più e del meno con uno sconosciuto o peggio una sconosciuta. 

Figuriamoci poi se il calzino ha evidenti segni di usura. Per non parlare dell’estate, quando lo scarso uso di calze anche tra gli uomini espone allo stupor mundi calli, unghie maltagliate, duroni e altre imperfezioni che a malapena sono tollerabili nello spogliatoio di una palestra o in spiaggia, figuriamoci in una cena che si vorrebbe elegante. Che poi, cacchio: spendete centinaia di euro da Manolo Blahnik per poi trascorrere il sabato sera in casa dell’amica con le babbucce di peluche a forma di gatto?

Naturalmente tutto ciò non avviene per caso. Lo scopo del milanese (ancor più della milanese) non è certo mortificare o mettere a disagio l’ospite, bensì preservare il santuario igienico della propria casa dalla profanazione di agenti infedeli che arrivano dall’esterno e che evidentemente complottano per usare le nostre scarpe come kamikaze. 

Ancora più questo avviene quando in casa si aggirano bambini che quasi mai si vedono in azione (i bimbi milanesi sono spesso ologrammi virtuosi), ma agiscono come fattori dissuasivi di qualsiasi attentato sanitario. Il Romanese, come sempre, sa che ogni sfogo è soltanto tale. Inutile. Nessuno – non certo lui – si ribellerà al diktat del calzare. Ma sappiatelo: il Romanese quelle scarpe se le terrebbe. Altroché se le terrebbe.

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