Elementi di “sticazzi”L’ostinazione dei milanesi a usare espressioni capitoline senza alcun bisogno

Oggi il nostro (segretissimo) inviato romano trapiantato a Milano indossa i panni di un professore. L’obiettivo? Insegnare ai navigliesi che “sticazzi” non è un segno di approvazione, di ammirazione, di stupore, bensì una manifestazione di indifferenza, un “andiamo oltre”

Il Romanese ha una cattedra a Milano. Insegna quasi tutti i giorni. La materia è “Elementi di sticazzi”. Il magistero se l’è sono preso da sé, sentendosi quasi un Barone, ma il suo intento pedagogico è puro, nobile, idealistico e per questo quasi utopistico: insegnare da Romanese al milanese il corretto uso delle espressioni capitoline che gli abitanti della città-che-dorme-poco amano senza alcun manifesto bisogno. Perché, pensa il Romanese, vi ostinate a usare espressioni che non vi appartengono e che per di più non sapete utilizzare visto che ne ribaltate il significato?

Si tratta di un mistero buffo, tutto meneghino, che ha a che fare con il gusto dell’esotico (argomento di cui riparleremo) che i navigliesi coltivano senza ammettere che in ciò si manifesti una sorta di sudditanza emotiva. I milanesi fingono di detestare l’icasticità romana, ma poi amano attingere a quel registro di cui sono linguisticamente sprovvisti con lo stesso spirito con cui si appassionano ai tessuti di una stilista camerunense, per colorire la propria vita con le tinte di un’accoglienza che assomiglia a un paternalismo culturale. 

A ciò il Romanese guarda con sorniona sufficienza mista a insofferenza. E l’unica cosa che può fare è spiegare e rispiegare e ririspiegare che “sticazzi”, pronunciato con cadenza annoiata impigrendosi sulla “a”, non è un segno di approvazione, di ammirazione, di stupore, bensì una manifestazione di indifferenza, un “andiamo oltre”. 

Tutto il contrario per “me’ cojoni”, locuzione vicina anatomicamente alla precedente ma di considerevole distanza emotiva. Qui sì che si entra nel terreno del rilevante, del rimarchevole, dello sgomento procurato. Se insomma mi informi che tua nonna novantaquattrenne stamattina ti ha chiamato per sapere come stai è presumibile che la reazione sarà: «Esticaaaazzi!», proferito nel tempo di uno sbadiglio. Se invece mi metti al corrente che la stessa vegliarda ha fatto la maratona di New York in meno di quattro ore posso ragionevolmente uscire dalla mia comfort zone del disincanto e manifestare entusiasmo, sport nel quale i romani – va detto – non sono campioni.

Che poi esistono anche varie sfumature: uno “sticazzi” sbrigativo, pronunciato seccamente, mostrerà un vero, pratico disinteresse per la materia. Un “esticaaaazzi!” pronunciato come si deve, esibendolo, vorrà essere notato, mortificando un bel po’ l’interlocutore. Un “ma sai che c’è? Anche sticazzi” avrà un valore filosofico, hegeliano, cementerà il rapporto tra chi parla e chi ascolta. Un “esticazzi noo?”, con il fratello “esticazzi nun ce lo metti?”,  porrà l’accento sull’aspetto beffardo della notazione.

Il fatto è che quando si entra nel terreno lessicale i navigliesi sono così, un po’ “de coccio”. Fanno tenerezza, perché ostinandosi a usare un armamentario linguistico che non compete loro in fondo ci fanno un grande complimento, a noi romani e Romanesi. Diventano irritanti, però, quando così giustificano la loro incapacità di usare lo “sticazzi” per come dovrebbe essere: “Avrai pure ragione, ma ormai a Milano si usa così”. Di fronte a una simile manifestazione di spocchia, ci sarebbero tante risposte possibili, ma io di solito ne prediligo una: “Esticaaaaazzi!”.

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